Pare che ce ne fosse a Barbarano, storica località, con tanto di castello, affacciato sul lago, nei pressi della nota cittadina propria del rinomato golfo salodiano. Un giacimento del genere rappresentava il riferirsi alla principale risorsa energetica per l’impiantistica a combustione, fosse industriale, come pure, fra l’altro, di certi mezzi a trazione, per le voraci locomotive e per le non meno onerose navi delle quali alimentarne il motore.

La seconda metà dell’Ottocento, aveva costituito un partecipato irrompere di entusiasmo per il rinvenimento, in quella zona del lago di Garda, di tale elemento naturale, custodito dalle caratteristiche più celate del territorio, anche, se, poi, fatte le approfondite valutazioni e le congrue sperimentazioni, ci si era avveduti fosse una specie di lignite, meno redditizia del carbone.

Gli scettici, verso la curiosa scoperta, ne ricevevano, quella che poteva a loro, forse, apparire, come una provocazione, rispetto a tutt’altre aspettative, ispirate alle solite prerogative dell’entroterra gardesano, nella sua più tipica ed invalsa caratterizzazione, dalla lettura de “La Sentinella Bresciana” del 07 e del 16 gennaio 1862, riscontrandovi, anche su questo giornale locale, un insieme di aspetti espliciti, in relazione alla contagiosa attenzione suscitata per tentare di valorizzare la disponibilità dell’utile combustibile.

Accolta la notizia, nei possibili calcoli di uno sperato profitto, dalla buona lena della tradizionale operosità bresciana, il sipario su tale realtà era stato aperto entro una particolare contestualizzazione circostanziata nella parimenti riferita “Valle di Barbarano”, dove, come dettagliato dalla prima delle due edizioni giornalistiche menzionate, si era addirittura costituita, in loco, una società per meglio sostenere l’incidenza di un investimento appropriato, avendo presente, secondo l’estensore del pezzo giornalistico, protagonista in prima persona narrante dell’articolo, che: “(…) la lignite è il minerale di Barbarano. Trovansi disseminati in esso arnioni e noccioli di un solfuro metallico che sembra solfuro d’antimonio o piuttosto galena per l’aspetto lamellare o granoso chè esso presenta: trovato, però, in si piccola quantità non potrà dare grande prodotto. Non vorrei che questo mio debole giudizio, il quale potrebbe essere anche erroneo, rallentasse l’operosità dello scavo; anzi, a meglio incoraggiare gli azionisti citerò qui le parole di un distinto naturalista moderno: “Benchè il consumo che si fa di questo combustibile (cioè della lignite sia inferiore a quello della antracite e del litantrace, abbiamo però luogo a sperare che, fra non molto tempo, l’uso della lignite sarà molto più esteso, e principalmente nel nostro Paese, il quale non potrà, a meno di ritrarre da ciò grandissimo vantaggio, come quello che possiede abbondanti depositi di lignite di ottima qualità). Ultimi esperimenti, fatti da distinti chimici, hanno dimostrato come si possa ricavare gas-luce in quantità assai considerevole dalla lignite, e come, mescolandola a certe quantità di lintrace, si ottenga coke di buona qualità e capace delle sue solite applicazioni”. Ove, dunque, il deposito del combustibile si facesse considerevole e di buona qualità, ciò tornerebbe utile assai non solo alla città di Salò, ma bensì a Brescia ed a tutte quelle vicine in cui ora si consumerrebbe il carbon fossile per la fabbricazione del gas-luce. (…)”.

Analogo contributo, ancora ad opera di un non meglio identificato autore, si era rapportato al riferire in stampa circa l’esito di una prova concreta, riservata a questo combustibile autoctono, nel modo in cui, cioè, tale empirica valutazione, applicata sul suo utilizzo, fosse stata affidata al tipo di resa di una data navigazione, affrontata sul lago di Garda, riguardo ad un certo tragitto della, testualmente citata, “pirocannoniera Torrione”.

Prova messa in atto il sei gennaio 1862, avvenendo nella versione invernale dei giorni corrispondenti alle pubblicazioni accennate, in relazione, cioè, al giornale con cui se ne riferiva la conclusione, a proposito di un viaggio da Salò a Desenzano, passando per Portese, oltrepassando gli scogli della allora Isola Lechi, scorrendo innanzi a Manerba ed, una volta giunti, alla meta del Basso lago, ritornare al punto di partenza.

Il resoconto, nel merito del precisare a riguardo dell’efficacia o meno del combustibile, ricavato dalla zona gardesana della sponda bresciana, precisava, fra altri aspetti, che “(…) La caldaia, per la cura del sig. macchinista Antonio Panegazzi, era, già, stata anticipatamente riscaldata con legna e carbone inglese, e segnava la pressione di tre atmosphere. Alle 9 e tre quarti, si incominciò a gittare nei forni il nuovo carbone e si trovò ch’esso ardeva a meraviglia e manteneva costantemente il vapore alla pressione suindicata (…)”.

Il viaggio, stando al punto della narrazione, sarebbe cominciato un’ora dopo, rispetto a quando si era iniziato ad impiegare l’oggetto della sperimentazione, dando forza preventive alla caldaia, e ricavandone, comunque, già, una buona prima impressione.

Fra mutare di venti, come da buona tradizione, sempre menzionati quando relazionare a proposito di una navigazione, e, tra le pure non disattese, forze delle correnti incontrate, l’impresa aveva lasciato lo strascico di ulteriori tracce, nell’interagire con vari elementi, spingendo pure a scrivere che “(…) Giunti all’altezza della Rocca di Manerba, il vento cambiò, ad un tratto, direzione, soffiando da sud-est con qualche forza. Senonchè il bastimento, spinto poderosamente dalla forza del vapore, alimentato sempre dal nostro carbone, vinse ogni ostacolo ed, ad un tocco, diede fondo a Desenzano dopo aver fatto un cammino di sette miglia per ora (…)”.

La via del ritorno, dopo lo spazio di neanche due ore, riabbracciava il lago, in un pari percorso, con la variante dell’utilizzo del combustibile sperimentato, unitamente all’impiego di carbone inglese, volendo andare sul sicuro chi reggeva le sorti del mezzo da condurre nell’approdo pattuito, in quanto, ancora nei pressi di Manerba “(…) di repente cadde un forte vento da nord che, agitando con violenza il lago, e sollevando con frequenti raffiche le acque, lanciavale a sprazzi sulla coperta. Il macchinista, conoscendo il pericolo che corrono, in tali frangenti certi legni mossi da macchine ad alta pressione, non volle fidarsi alla breve esperienza fatta del nuovo carbone, e pensò prudentemente, sostituirgli in parte dell’inglese, per essere pronto in ogni emergenza a moderare I fuochi (…)”.

Passato il canale dell’isola, già incontrata all’andata, si era ripreso con il materiale da vagliare ed, in una discreta soddisfazione generale, il golfo di Salò si era palesato ancora a rassicurante lido in cui approdare, per un arrivo desiderato, anche per quella non del tutto scontata navigazione che, ai capricci del tempo, aveva conteso il merito di una verifica particolare.