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Non aveva moglie e neanche figli. Viveva con il personale domestico. Il suo castello, insieme a tanti altri suoi beni sparsi qua e là, pare gli bastasse, appagandosi della turrita residenza che aveva fatto erigere su un colle solitario.

Sull’altura di San Pancrazio, aveva ricreato, sui resti dell’antica rocca di Montichiari, la riproduzione di una fortezza medievale, sul modello di quella di Fènis, in Valle d’Aosta. Qui, è morto nel lontano 1923, spirando nel suo letto.

Era molto ricco, Gaetano Bonoris (1861-1923). Deputato liberale nel parlamento dell’allora Regno d’Italia, con il conterraneo Giuseppe Zanardelli (1826–1903), ed anche nobile, insignito del titolo di conte, da parte di sua maestà Umberto I (1844 – 1900).

Alla fine dell’Ottocento, una volta costruito il castello, aveva riservato a questo sovrano un’apposita stanza ed anche un’altra, attigua, alla di lui consorte, la regina Margherita.

Due camere abbellite, con alcuni motivi decorativi, realizzati in omaggio alle rispettive personalità alle quali erano destinate, si profilano tuttora nel loro congiunto intento sviluppato in divenire, con, ad esempio, la rappresentazione di una serie di margherite per lei, e la ripetuta evidenza della scritta del motto sabaudo “Fert” sulle pareti dell’alloggio del re.

Queste teste coronate, però, non le utilizzeranno mai. Sembrano ambienti ancora in attesa degli ospiti a loro assegnati che, in tal senso, risultano evocati, nelle memorie del luogo alle quali appaiono legati.

Al di là di questa accortezza, tutto, nel castello, pare abbia un equilibrio manifestato nello stile accurato del proprio ragionato assetto, diffusamente particolareggiato.

Le pitture fiabesche, le robuste vetrate veneziane, i soggetti figurativi cavallereschi, le scultoree protuberanze a ridosso delle murature incombenti, le ricercatezze lignee degli arredamenti, ed ancor prima, naturalmente, le architetture medioevaleggianti, alle quali le stesse caratterizzazioni risultano associate, sono in armonia fra loro, nella luce ovattata di un tempo, percepito al di fuori della prospettiva contemporanea, al punto da vagamente conformarsi ad una dimensione surreale di riferimento.

In tutta questa varietà di specifico abbellimento, pare che nulla vada a concedere deroghe, mediante una ipotetica smania di una certa rarità ostentata, agli aspetti di un proprio velleitario estraniamento, ma piuttosto, ciò che vi prevale sembra condurre alla ricerca della raffinatezza ermetica di un piano esoterico, espresso in quella eloquente sintesi che vi si pone a svelamento.

L’essenzialità di una simbologia pacata, ma insistente in una dinamica circostanziata, in quanto rapportata alla coincidenza della rappresentazione figurativa di quel ciclo pittorico parietale che, senza badare a spese, appare diffuso nella quintessenza di una visione onirica della realtà, tanto da costituirne il superamento, ovvero un profilo reale d’insieme, svincolato dalla stessa precarietà che lo detiene, per una riflessione elevata sulla materia, rapportata, cioè, ai particolari del mondo incorruttibile.

Il conte pare sapesse idealmente muovere il tutto. Conosceva la chiave di lettura di tutte le componenti con le quali il mondo assumeva, nel suo castello, una certa natura, fra significato e significante, presenti, a loro volta, tra simulacro e sembiante, in una medesima orditura.

Il conte sapeva estrarre una sintesi magica dalla scenografia che lo circondava, pari all’interiore liturgia perenne di un mistico assortimento, ispiratogli da quegli aspetti evocativi, pure densi di contenuto e di risvolti d’ampio spettro, attraverso i quali ogni elemento, nella sua dimora, sembra abbia avuto un suo dato indirizzo per un compito da svolgere in un misterioso ed in un imperturbabile assolvimento.

Similmente alla sua camera. La più calda ed assolata. Qui, ancora arredata dal letto come è stata da lui lasciata, l’essenzialità è pari alla magnificenza della possente struttura in legno del giaciglio a baldacchino con la quale la si trova ancora caratterizzata. Il rispettivo dispiegarsi dei raggi del sole e della luna si prodiga in giochi di luce, fendenti le vitree aperture rivolte verso l’esterno.

Le ombre prodotte rianimano il tempo stratificato in questo incantesimo di vissuti consacrati nei particolari che, nel luogo, sono trattenuti nelle tracce emblematiche di vaghe evanescenze spettrali.

Una cornice di massima che seguita a trattenere l’eccentricità della personalità stessa con la quale, questa ricca narrazione simbolica di scelte estetiche, si mantiene.

Sembra aleggiare sul posto una velata immedesimazione concentrica, attorno al baricentro di una illuminata ispirazione verso quelle allegorie che leniscono l’incombere spietato dell’infima fuggevolezza del vivere.

Quel vivere che, qui, aveva atteso al varco il conte nel pareggio del limite invalicabile dei suoi giorni nella svolta verso l’invisibile. Non prima, però, che ci avesse pensato.

Per la sede sepolcrale è stato, per volontà dello stesso conte, il disporre il categorico divieto di porre statue o iscrizioni nella tomba monteclarense di famiglia, con la sola prescrizione della pulizia e della cura rivolta all’aiuola esterna.

Quello che più conta è il resto. Oltre al filantropico lascito alla “Congrega della Carità Apostolica di Brescia”, il conte aveva dato disposizioni anche per certi benefici provvedimenti da andare ad ottemperare nell’immediatezza del territorio di residenza, come, fra l’altro, si legge sul quotidiano “Il Cittadino” del giorno di Natale 1923: “(…) Lascio alla Congregazione di Carità di Montichiari (Brescia) annuo di lire 12000 da pagarsi in due rate posticipate di L.6000 cadauna. La prima sei mesi dopo la mia morte, con questa somma detta Congregazione dovrà provvedere in perpetuo alla manutenzione della tomba della mia famiglia nel cimitero di Montichiari, qualora a tale manutenzione non venisse altrimenti provveduto. La rimanente somma disponibile sarà erogata mediante distribuzione di coperte e di indumenti a contadine puerpere povere, mogli di braccianti e bifolchi ed alle loro creaturine, nonché in sussidi alle famiglie povere che tengono a loro carico presso di loro nella propria abitazione i membri della propria famiglia vecchi ammalati, o vecchi impotenti a qualsiasi lavoro”.

Dell’ingente lascito benefico aveva dato notizia anche “La Sentinella Bresciana” che, nella medesima data, si era analogamente prodigata a divulgare i termini dell’informazione mediante l’entità che, all’avvenimento, ne implicava la portata, precisando in prima istanza che “La Congrega della Carità Apostolica comunica: “Con testamento olografo 20 febbraio 1922, il conte Gaetano Bonoris nomina erede di tutta la sua sostanza la Congrega Apostolica di Brescia, volendo che la stessa Congrega istituisca un Ente da essa amministrato denominato “Fondazione Bonoris” collo scopo di erogare le rendite col promuovere e sussidiare Istituzioni di Pubblica Beneficenza nelle provincie di Brescia e di Mantova in parti eguali con speciale riguardo a quelle istituzioni che hanno per fine innanzitutto l’assistenza e la protezione degli esposti dalla loro nascita nonché nella fanciullezza abbandonata maschi e femmine ed anche con un ben definito indirizzo morale. (…)”.

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