Roncadelle (Brescia) – Un castello ed una principessa. L’uno e l’altra, nel ruolo di realtà convergenti, raccolti nell’espressione congiunta di un lungo viaggio di cui, nel merito della meta poi effettivamente raggiunta, rappresentarne la premessa di un’auspicata riuscita, allora solo presunta, nella sua durata complessiva. Se la meta è il viaggio stesso, il percorso che lo definisce sembra diventare metafora di risvolti derivanti da intrecci misteriosi, lungo l’impronta progressiva di ogni singolo passaggio.

Doveva raggiungere il proprio sposo, Anna Cristina Luisa, principessa di Sultzbach (1704-1723), ed, una volta superate le Alpi, la strada nella grande pianura si era sviluppata verso i domini dei Savoia, anche attraversando il territorio bresciano, dove il castello di Roncadelle aveva rappresentato la sede di una tappa indirizzata ad un punto d’arrivo per lei ancora lontano.

Ospite del marchese Pietro Martinengo, la giovane nobildonna aveva lasciato traccia negli scritti che qualche contemporaneo si era, a suo tempo, preso la briga di redigere, circa il suo passaggio nel territorio, per via di un avvenimento reputato importante ed ancor più oggetto di curiosità e di attenzione per l’incombere di una presenza straniera d’alto rango, secondo poi tutto l’indotto, che era scaturito nella manifestazione di un evento inusuale.

Al sacerdote bresciano, innamorato di storia, don Paolo Guerrini (1880-1960) tale circostanza aveva ispirato l’interessante stesura di un’analisi dell’avvenimento dal titolo “Una Principessa Bavarese ospite del Castello di Roncadelle l’anno 1722”, scritto apparso sul periodico “Brixia” del 30 maggio 1915, in cui, avvalendosi di citazioni dell’epoca, precisava che “(…) la giovane sposa, viaggiando incognita, sotto il nome di contessa d’Asti, prese la via di Trento, donde attraverso gli Stati della Serenissima Repubblica e di Sua Maestà Cesarea, per incontrarsi col Principe, moveva alla volta di Borgo Vercelli.(…)”.

Anna Cristina Luisa, principessa di Sultzbach

Lo sposo era il principe Carlo Emanuele di Savoia (1701–1773) per il quale, anche in riguardo della sua famiglia reale, si era deciso di approntare a Brescia un servizio di accoglienza, allestito a supporto del trasferimento in atto della stessa principessa: “(…) Il marchese Martinengo, lieto dell’onorevole incarico che gli era stato affidato, aveva sontuosamente addobbati i suoi due palazzi di Roncadelle e di Cavernago, nei quali la Principessa si sarebbe fermata con il suo seguito. “Per far le cose grandiose pensava di spendere più di dodicimila ducati; e per la sua gente aveva fatto allestire magnifiche livree di scarlatto tutte guarnite di galloni d’argento. La primaria Nobiltà bresciana, seguendo l’esempio di lui, si preparava a fare gran sfoggio di abiti preziosi e di splendidi equipaggi. A Roncadelle e a Cavernago, dove tutto era pronto per il grande avvenimento, la gente traeva da tutti i luoghi vicini per ammirare quelle non più vedute magnificenze”.

Intanto, sembra che l’imminenza del passaggio principesco facesse pure materializzare alcune voci espresse in una qualche versione discordante, rispetto a quanto si sarebbe, invece, di lì a poco profilato, nel culmine di un’attesa particolare, finalmente risolta nel contesto di quella sistemazione che si sarebbe concretizzata, come previsto, nella destinazione vagliata dalle regole del cerimoniale: “(…) Correva voce che il Principe sarebbe venuto fino a Brescia incognito con molti cavalieri piemontesi, per anticiparsi il piacere di conoscer la sposa. E già dicevano che era arrivato, smontando in casa del Capitano, e ne descrivevano i lineamenti del volto, l’aspetto, la persona, la foggia dell’abito….Ma il pretesto principe non era che l’Eccellentissimo Delfino, venuto per succeder al signor Agostino Nani nell’ufficio del Capitano”.

Per un giorno, nel marzo ancora invernale del 1722, la giovane ospite, destinata a morire di parto un anno dopo quei giorni carichi di aspettative, aveva soggiornato nel castello di Roncadelle: sullo sfondo, anche musica e serenate in suo omaggio, nell’ambito di una serata divenuta memorabile per l’eco che si diffondeva intorno all’imponente architettura del maniero, analogamente a ciò che si sarebbe riproposto in quello bergamasco, quale sosta successiva a questo ambiente gentilizio, situato, invece, nei pressi di Brescia.

In sintonia con la prima accoglienza tributatale a Roncadelle, si specificava che “(…) perchè di quel breve soggiorno a Cavernago e della signorile ospitalità dei Martinengo rimanesse all’augusta sposa un grato ricordo, fu incendiata “una bellissima macchina di fuochi artificiali” di che essa “prese molto piacere”; mentre tutto il palazzo e dentro e fuori e i giardini adiacenti eran vagamente illuminati con gran quantità di ceri, e in segno di gioia, si udivano continuati spari di mortaretti. (…)”.

Per la “Grafo edizioni”, una significativa testimonianza dei tempi andati, per ciò che concerne un certo tipo di feste avvenute in tali sedi aristocratiche, emerge dal libro, a cura di Gianluigi Vernia, dal titolo “Il castello di Roncadelle dai Porcellaga ai Guarneri”.
Nella pubblicazione che, fra l’altro, puntualmente contempera anche la vicenda della principessa sopra accennata, si distingue un lascito di informazioni relative ad un diverso genere di festeggiamenti, rispetto a quelli formali di personalità istituzionali coinvolte nelle tappe sancite da saluti solenni, relativamente, cioè, al fare bisboccia, nella materiale trivialità di licenziose trasgressioni adulterine ed impenitenti.

Un contesto, in linea, fra l’altro, con una serie di angherie e di soprusi, patiti dalla gente del luogo, che è descritto con al centro il signorotto locale, proprietario del castello, allora espressione, in questo caso, di alcuni della nobile famiglia dei Porcellaga, qui rappresentata dal giovane Pietro Aurelio (1621-1656 ) nella prima metà del Diciassettesimo secolo.

Figlio di Camilla Fenaroli (1593–1647) e di Sansone Porcellaga (1576–1626), di lui, una citazione del tempo attestava che “(….) pretendeva che tutte le donne di Roncadelle andassero alle feste che egli dava nel suo castello; e mandava a prendere per forza, alcune anche schiaffeggiando, quelle che si mostravano riluttanti. E perchè il curato del luogo biasimò e fece biasimare anche in chiesa la condotta delle sue parrocchiane e separatamente, ammonire da persona confidente, il Porcellaga di essere più riservato, Pietro Aurelio, sdegnosamente mandò a chiamare il curato; e, dopo averlo acerbamente ripreso, lo fece da suoi satelliti bastonare”. Diversi furono i figli che ebbe da varie donne, fra le quali alcune di Roncadelle; fra esse, una certa Domenica, moglie dell’oste del paese, che gli diede una figlia, alla quale venne imposto il nome di Laura Maria, che visse parecchio tempo al castello presso Pietro Aurelio; questa figliastra si fece poi monaca e fra lei, la sorellastra Chiara Camilla e la matrigna Ippolita, si venne a creare uno stretto legame, quasi fossero consapevoli di essere in egual misura vittime delle prepotenze di Pietro Aurelio; furono, infatti, queste due ultime a dar a Laura Maria di entrare in convento creandole la dote necessaria. (…)”.

Questa soluzione vocazionale, nel dare riscontro all’esclusiva prospettiva di una sistemazione monacale, allontanava, al contempo, la giovane dalla famiglia, dove, fra altri particolari tramandatici da altre cronache dell’epoca, la moglie Ippolita, con la complicità di un’amica, aveva tagliato le trecce di un tal Daria, una fra le amanti del marito, ottenendone, in cambio da lui, la irata reazione di incaricare un gruppo di suoi “bravi”, di fare altrettanto: tagliare, cioè, le trecce dell’amica stessa, Ginevra Fisogni, colpevole di averla aiutata nel gesto di una ripicca mal congegnata, volendo, con questo, piuttosto punire la consorte che, a quanto pare, aveva scansato le botte invece inferte a don Pellegrino Lurani parroco di Roncadelle dal 1640 al 1651, bastonato per essersi preso la briga di rimbrottare questo nobil uomo che finirà i suoi giorni condannato ai remi, in quanto resosi riprovevole anche agli occhi dell’autorità giudiziaria della Repubblica di Venezia che, nel bresciano, aveva parte dei suoi fedeli domini di terraferma.