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L’anno scolastico compreso fra il 1928 ed il 1929 è parte di un periodo storico in cui è stata coniata la denominazione di “anno del Concordato”, per il raggiunto accordo dei “patti Lateranensi”, stipulato tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica, l’undici febbraio del 1929. L’evento diplomatico significava la pace tra la “Roma del Regno Sabaudo e la Roma dei Papi”, stabilendo, tra l’altro, la nascita della Città del Vaticano, come territorio sotto la diretta sovranità del pontefice ed il riconoscimento della religione cattolica come “sola religione dello Stato”.

L’evento ha avuto ripercussioni anche tra i banchi di scuola, come nel bresciano, la testimonianza della realtà scolastica di Travagliato attesta, fra i documenti dell’epoca, mediante uno spaccato significativo di quei giorni, documentati tra le pagine dei “libri di classe”, compilati in uno dei maggiori centri abitati nelle vicinanze di Brescia.

L’anno scolastico iniziava con alcune considerazioni da parte degli insegnanti, fra i quali, la maestra della prima B che, il 22 ottobre del 1928, annotava sul registro di classe: “Ho cominciato le mie lezioni il 16 ottobre. Ho potuto notare che tanti dè miei scolaretti non hanno frequentato la scuola nella prima quindicina; chiesto il motivo alle mamme, li hanno scusati col dirmi che i bambini non avevano gli zoccoletti. Ho creduto quindi opportuno ricominciare il programma”.

Circa un mese prima, il maestro della classe quarta scriveva sulle pagine del suo registro il giorno 26 settembre del 1928: “Ho denunciato all’autorità comunale gli otto alunni che, sebbene obbligati, non si sono presentati alle iscrizioni”. A metà ottobre seguente, lo stesso insegnante confidava, poco più sotto al precedente appunto, quale fosse stato l’esito delle proprie premure: “Il mio elenco degli inadempienti è finito certamente sotto un calamaio degli uffici comunali, perché i genitori degli alunni non frequentanti, da quanto mi risulta, non sono stati nemmeno chiamati. Evviva l’osservanza delle leggi! In pieno regime fascista, gli stessi preposti per l’osservanza della legge non se ne curano”.

Qualche giorno dopo le valutazioni sull’avvio del nuovo anno scolastico si completavano con lo scritto che dava forma, nuovamente critica alle osservazioni del medesimo docente in data 20 ottobre: “Invitare i genitori per questioni riguardanti la scuola, in questo paese è come non invitarli, perché non si presentano. Ho provato già parecchie volte; ma non sono ancora riuscito, salvo qualche eccezione, a vedere un genitore preoccuparsi della vita di scuola dei figli. Per esempio, alcuni al momento delle iscrizioni, non sapevano se il loro figlio, l’anno precedente, era stato promosso o meno! Credo che questo esempio basti!”.

Altri insegnanti invece si preoccupavano di gettare un ponte nel proprio itinerario educativo, tanto da portare l’apertura della scuola ad una prospettiva capace di dare un titolo ed un significato preciso a tutto un anno di attività. Così infatti si esprime la maestra della classe quarta femminile, nel primo appunto stilato sul registro della scolaresca assegnatale nell’ottobre del 1928: “(…) Nell’impartire l’educazione morale mi proporrò il fine supremo: la formazione della coscienza morale. Da questa attenderò con cura cercando di favorire lo sviluppo dei buoni sentimenti e di distruggere o correggere i sentimenti cattivi usando il comando, il rifiuto, la proibizione con fermezza e coerenza”. Sullo stesso tema si era espressa anche la titolare della classe quinta mista che, nel resoconto delle attività dei primi giorni di scuola, scriveva il 3 ottobre del 1928: “A lungo parlai perché sentano che dono è la scuola – voglio amino il dovere- Per esse l’amore consiste solo in parole. Voglio educare donnine forti che sappiano amare e sacrificarsi”.

 

A dare un’etica, non lasciata al caso di una libera interpretazione del proprio ruolo di educatore, intervenivano anche le disposizioni vigenti che imponevano il giuramento degli insegnanti all’autorità costituita, affinchè fosse chiaro il vincolo di indiscussa fedeltà verso le direttive stabilite dal Governo, interpretando al contempo l’incontrovertibile attinenza alle tradizioni di una incombente cultura conservatrice che doveva ottenere una puntuale ed affidabile conferma da chi occupava la cattedra scolastica. Si legge in data 18 marzo 1929 l’appunto annotato sul registro dalla maestra della quarta femminile: “Nel pomeriggio il signor Direttore ha riunito noi insegnanti di Travagliato per compiere il giuramento di fedeltà alla Patria e a Coloro che ne reggono i destini. Sinteticamente, ma con parole profonde ed efficaci Egli ci ha mostrato l’alto compito affidato ai maestri e quindi la responsabilità ad esso inerente; ha in tal modo messo in evidenza l’alto significato del giuramento che stavamo per compiere…”.

La stessa docente non aveva tralasciato di scrivere anche la segnalazione evocativa del Concordato dei Patti Lateranensi, incluso come programma svolto in classe nella giornata del 18 febbraio 1929: “La riconciliazione tra la Chiesa e la Patria: giorno fausto l’11 febbraio 1929, data storica, memoranda, degna di essere segnata, con gioia grande, dai cattolici italiani e del mondo intero. Ieri, nella parrocchia, abbiamo innalzato l’inno di ringraziamento a Dio: oggi nella scuola, ci siamo intrattenuti a parlare del grande avvenimento ed abbiamo rivolto il nostro pensiero riconoscente agli artefici di questa riconciliazione”.

Anche sulla pagine del registro della classe quarta maschile il Concordato non era passato inosservato: presenta ancora oggi, fra il sommario resoconto di un giorno e l’altro di scuola, un appunto più generoso di attenzione rivolta alla cronaca di quel periodo che attraversava i muri della scuola per invitare pure le menti dei giovani scolari a partecipare alla particolarità dei fatti appena trascorsi, oltre il clamore della propaganda e l’ufficialità delle diplomazie: “14 febbraio. L’11 u.s. si è compiuto il più grande degli avvenimenti storici del nostro tempo. La saggezza di un Re e di un Capo del Governo, l’accondiscendenza di un Papa e l’abilità di tutti i personaggi hanno segnato una grande data storica. La soluzione della Questione Romana, trascinatasi da circa sessant’anni di governo in governo, è avvenuta improvvisamente, destando vivo entusiasmo negli italiani e il più grande stupore in tutto il mondo. Il Duce ha fatto che era sembrato improbabile. Se oggi Cavour e Crispi tornassero tra i vivi ripeterebbero certamente che è il più grande statista del mondo. Fra qualche mese, Re e Papa si incontreranno, per dimostrare al mondo quanto gli italiani siano cattolici e quanto il Papa sia italiano. In quel giorno, le campane e trombe di tutta Italia squilleranno all’unisono per glorificare l’avvenimento, inizio di una nuova era di pace e di potenza. Quanto sopra ho cercato di far capire ai miei alunni, perchè si abituino a maggiormente amare ed apprezzare Coloro che reggono le sorti della Patria”.

Nella scuola elementare travagliatese che contava la maggior parte delle proprie aule nell’edificio situato all’angolo di via Scuole con via Roma, si è continuato a coinvolgere le scolaresche sul tema del Concordato anche fino alla fine del mese, tanto che, il 27 febbraio, l’insegnante della classe quinta mista scriveva tra i propri appunti delle lezioni svolte: “Ho fatto fare il commento mensile sul grande avvenimento che ha reso felici i cattolici italiani. Ho cercato di far sentire quale riconoscenza si debba a vere verso il Papa ed il grande Capo del Governo Mussolini. Ho qualche assenza per i geloni e le influenze, ma di pochi giorni”.

Altre riflessioni sparse sui registri di classe sono la diretta testimonianza di come gli insegnanti d’allora interpretavano la realtà scolastica, intesa tanto come ambiente in cui lavoravano, svolgendo il proprio importante servizio, quanto come vivo patrimonio di esperienze delle giovani generazioni di studenti di loro competenza. Ambedue gli aspetti riferiscono implicitamente, attraverso appunti stilati su varie annotazioni scolastiche, le caratteristiche dell’epoca, colte dalle dirette testimonianze dei protagonisti di quel periodo: “Ottobre 1928: una delle cause disagio in cui mi sono trovato il primo giorno era la pessima condizione del locale, nonostante l’aria e la luce che possono entrare più che a sufficienza da tre grandi finestre: infatti i muri anneriti presentavano qua e là intaccature, e quadri vecchi e laceri coprivano a malapena la nudità di quelle povere pareti. Mancava insomma l’elemento estetico più che necessario in una scuola. Ora sono passati alcuni giorni nei quali mi sono adoperata, fra le altre cure a rendere più serena e ridente possibile, la nuova aula e con che entusiasmo le mie piccine, intuendo tacitamente il mio pensiero e approvandolo, hanno unito le loro deboli, ma pur tanto grandi forze, per avvicinarsi almeno a ciò che sarebbe stato l’ideale. I muri sono stati coperti nelle parti più logore con semplici ma pur belle ornamentazioni e con fotografie dei Grandi d’Italia. Mi ha fatto tanto piacere il desiderio spontaneo delle mie alunne, cioè di avere nella loro scuola, che tanto amano, l’immagine della Vergine alla quale hanno promesso di portare fiori dei campi”: così scriveva all’inizio del mese d’ottobre, dopo il recente avvio dell’anno scolastico in questione, l’insegnante della classe quarta femminile.

Regina Elena del Montenegro

Altre parole significative di un giudizio sulle proprie scolaresche si possono evincere anche da successive note d’insieme che sono distribuite lungo tutto il periodo scolastico fra le cronache delle attività didattiche, come oggetto di puntuale resoconto da parte degli insegnanti. Il primo dicembre del 1928 la maestra della prima mista così commentava la giornata di lezione appena trascorsa: “I miei piccoli, durante questa settimana mi hanno dato prova di frequentare volentieri la scuola. Presenti tutti 57, sebbene l’aula non fosse riscaldata perchè la stufa era rotta. Una fregatina di mani al principio di ogni esercizio e poi quelle piccole dita intirizzite ed incerte dovevano scrivere la paginetta con la massima attenzione. Mai un lamento, mai un pianto. Che cari piccini! Temevo soffrissero, invece nulla. La mie lezioni non furono così interrotte”.

Parole che sembrano permeate da una sollecitudine verso la fragilità dell’infanzia, nella tutela dei giovanissimi scolari, nel rispetto del valore di una vita che si apriva al mondo, mentre ai fanciulli, nelle ristrettezze del tempo, non restava altro che la libera immaginazione per sognare, anche attraverso un fotografia da parete, quanto nella loro realtà non si intravedeva che nella fantasia, così come fa pensare quanto è stato annotato il giorno 8 gennaio 1929 dalla maestra della prima elementare mista: “E’ il compleanno della nostra buona regina Elena del Montenegro. I bambini guardando la fotografia ripetono il nome contenti e ascoltano con grande attenzione quanto io racconto loro. Ripeto più volte che la nostra Sovrana vuol tanto bene ai bambini, specialmente a quelli poveri ed ammalati. Va spesso per ospedali e li rende felici portando ai malatini dolci e giocattoli. I cari piccini ammirandola esclamano: com’è bella!”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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