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Brescia. Qualche anno fa il “Tour della Memoria” portarono Emanuele Turelli, storyteller bresciano, dalle valli alla pianura, dal lago di Garda alla città.

Con lui c’era il racconto “Il coraggio di vivere, la storia vera di Nedo Fiano”, l’olocausto visto con gli occhi di un ragazzo, che ha vissuto di persona la tragica sorte di milioni di giovanissimi ebrei. Ricordiamo  oggi  quei  giorni  e Nedo  Fiano  che  è scomparso  sabato  scorso,19dicembre,  a 95  anni.

Quel libro è la storia drammatica del giovanissimo Nedo, ebreo fiorentino privato dai diritti civili da bambino e poi della libertà personale appena diciottenne con la deportazione a Fossoli, poi Auschwitz, poi altri 5 campi di sterminio/concentramento, prima della liberazione, per lui avvenuta a Buchenwald, l’11 aprile 1945 ad opera delle truppe americane.

In quei sette campi dell’orrore nazifascista, Nedo vedrà cadere, come fiori recisi, tutti i componenti della sua più intima sfera affettiva: il fratello Enzo e il nipote, l’amata madre Nella, il padre e la nonna, a distanza di poche settimane e gli amici più cari, nel campo di Stutthof, nella regione di Danzica, e in quello di Stoccarda, dove perse l’unico amico che gli era rimasto: Cesare Terracina, fratello di Piero, uno dei sopravvissuti della shoah, più attivi nel tenere viva la memoria di questi terribili accadimenti.

Per quarant’anni Fiano è stato testimone del suo passato. Ha girato paesi e città, parrocchie e scuole, ha incontrato migliaia di giovani.

“Il viaggio – raccontava Fiano negli incontri con gli studenti – durò sette giorni e sette notti all’interno di un vagone usato per il trasporto di bestiame, senza sapere cosa stesse succedendo e il perché. Alle sei del mattino dell’ottavo giorno il treno si fermò e le persone all’interno del vagone caddero una sopra l’altra. All’entrata del campo, intravidi, immerse nel buio, solo quattro ciminiere”.

Nedo Fiano, divenuto dopo la guerra manager e poi scrittore e testimone della shoah, è autore del libro autobiografico “A 5405 Il coraggio di Vivere” dal quale Turelli ha tratto il suo racconto. Nel lavoro dello storyteller ci sono anche immagini documentaristiche originali, colonne sonore appositamente composte e intensità di passaggi narrativi che hanno costruito la trama di questo racconto permettendogli di divenire un “evergreen” della Memoria:

– Dopo un numero così importante di date, non mi sono ancora abituato a vedere gli occhi rigati dalle lacrime di centinaia di ragazzini ed adulti – confida Turelli -; ogni volta mi colpiscono la presa di questa storia e la grande portata del messaggio che la vita di Nedo fa emergere. E’ la magia del mio modo di intendere il teatro: come veicolo di messaggi grandi, capaci di trasformare il male più cupo nella speranza e nel desiderio di pace e fratellanza”. Una consapevolezza che Turelli dice di “non avere mai immaginato all’inizio di questa avventura, ma cresciuta e rafforzatasi poco a poco, teatro dopo teatro, palco dopo palco”.

Con un significato che trascende l’arte: “Non faccio questo mestiere soltanto perché mi piace e perché adoro salire su un palco e condurre le persone nelle mie storie, ma lo faccio soprattutto perché sono convinto che questo sia il mio modo per cambiare un po’ il mondo. Lancio messaggi pesanti alle coscienze dei miei spettatori e rendermi conto che oltre 20 mila persone in così pochi anni hanno potuto valutare il messaggio di fratellanza che emerge da questa storia, mi convince sempre di più di come l’arte sia uno strumento devastante per contribuire alla crescita delle comunità”.