Brescia – Il delitto di via Milano infliggeva un tragico colpo cruento, oltre che alla vittima, anche a quell’arteria cittadina tuttora esistente nell’annientare una vita e nello squarciare tra la generale costernazione quel velo commiserevole avvolgente le problematiche dell’alcolismo.

Brescia conserva pari notorietà e rilevanza a quella via che, anche se mutata negli insediamenti abitativi e commerciali a forte connotazione straniera, mantiene quella valenza strategica ad orientamento verso il capoluogo lombardo, conciliando elementi di periferia con altri di comune assimilazione al non lontano centro storico.

Qui, pochi anni dopo la fine della prima guerra mondiale, al civico 29 un uomo che dai campi di battaglia ne era uscito prostrato dalle contaminazioni dei gas, compiva un omicidio all’arma bianca.

E’ il 1923, di primo autunno, in una mattina ancora acerba d’inizio d’ottobre, a snodo fatale d’un finale doloroso a tutto un retroscena di eventi nei quali l’abuso d’alcol pare ne avesse pregiudicato il corso, condizionandone negativamente la combinazione della sorte nella quale si trovano posti.

Lui, la stampa locale, lo descriveva violento e, al tempo stesso, rassegnato, debilitato e dedito al vino, lei, la moglie, pure non astemia, ma lavoratrice e rivolta alla ricerca di un senso complessivo dei giorni nei quali l’equilibrio coniugale si conciliasse con un’armonia di impegno nel rispetto della persona e nel partecipato ruolo maritale, attraverso uno stabile contributo lavorativo.

Perché non ritorni con me? Avrebbe supplicato. Mio caro, se non cambi metodo e sistema di vita sarà inutile ogni tua raccomandazione, gli avrebbe risposto la donna. E per quella sera nessun’altra parola di riconciliazione passò fra i due”: si legge tra le pagine de “La Provincia di Brescia” di venerdì 5 ottobre 1923, nell’articolo che diffusamente sviluppa quanto annuncia nel titolo “Tremendo epilogo di un torbido amore”, a riferimento della “tragedia coniugale in via Milano” avvenuta nella mattina ancora tenue e fragile, come sottile vetro liscio e lucido, del giovedì prima.

L’ignoto giornalista, relativamente ai giorni contestuali al fatto, precisava scrivendo “L’altra sera il Gaffuri, più intontito del solito dal vento di passione che gli tormentava il cervello torbido di fantasmi paurosi, incontrata a caso la moglie, le si avvicinò: Tu dunque non vuoi più venire con me! Le chiese…Te l’ho detto: cambia metodo di vita e si vedrà”: era stata la risposta della sua ferma interlocutrice.

Da una quindicina di giorni la moglie era tornata dalla madre poco lontana da dove i due avevano casa coniugale nella quale, nonostante l’allontanamento, ogni giorno si recava “per farvi le necessarie pulizie e per mantenere in ordine gli effetti personali del marito”.

Non bastava questo a Luigi Gaffuri, nato a Manerbio (Brescia) 38 anni prima e l’incontro fortuito lungo quella contrada domestica, dove le bettole si alternavano al triste tetto coniugale, ha rappresentato il caso arcano ed infausto per resuscitare latenti e oscuri malesseri interiori. Con la moglie, Maria Pratelli, poco più che trentenne, l’uomo si è trovato ad imbastire quella tragica regia di fatti descritti ne “La Provincia di Brescia” di venerdì 5 ottobre 1923. “I coniugi entrarono nella vicina osteria dei Due Peri dove rimasero circa un’ora. Il Gaffuri consumò mezzo litro di vino: la Pratelli si contentò di un marsala. Uscendo dall’esercizio il Gaffuri ripetè l’invito: Vieni a casa nostra? Non vengo, piuttosto vieni tu a casa di mia madre a prendere il caffè. Il Gaffuri accompagnò allora l’irriducibile moglie fino sulla soglia dell’abitazione della suocera e poi raggiunse di nuovo l’osteria Due Peri dove aggiunse ancora qualche bicchiere di vino al molto già tracannato. Uscì poi dopo breve tempo dirigendosi alla casa della suocera dove gli venne offerto un caffè preparato dalla moglie. Mentre sorseggia la calda bevanda il Gaffuri si mostra renitente a raggiungere la propria abitazione. Ho paura! Ho paura! Ripete. Di che cosa hai paura? I Fascisti mi hanno minacciato. Che faccio solo in casa? E fece un ultimo appello alla moglie che si mostrò irremovibile. Tenetemi qui a dormire allora! Se non vuoi altro, rimani pur qui: ci accomoderemo tutti alla meglio”.

Calava la notte con il suo velluto nero entro le cui pieghe pare già si insinuassero gli incubi mostruosi pronti a quella dolorosa degenerazione per muovere subdolamente gli animi strisciando come serpenti fra gli anfratti più bui e incontrollati di una fragile mente umana. Forse il sonno aveva concesso una parentesi a tregua sospesa su una situazione già sbilanciata a vertiginoso e terribile precipizio, probabilmente però, come tante altre ancora, scongiurabile e superabile, con un’invece buona combinazione di avvenimenti favorevoli, se quanto accade nel sangue avviene in seguito e solo di prima di prima mattina. E’ il fratello della moglie, Luigi Pratelli che “colto da uno strano presentimento di sventura”, scopre l’ormai avvenuta azione delittuosa dell’omicida avendolo udito, mentre cercava di allontanarsi dalla casa di buon ora, ma trovando tuttavia ostinata resistenza in quella porta che, pareva nella serratura tenace, non volerlo lasciar andar via tanto facilmente.

Quindi il rumore, d’avviso misterioso che già gridava il dubbio angosciante dal di dentro, la terribile scoperta nella visione della sorella che “presentava alcune ferite alla testa ed era in stato comatoso”.

Nel gesto folle, colui che nel frattempo era riuscito ad allontanarsi dalla casa per avviarsi verso il ponte del fiume Mella, aveva provveduto a coprire il volto della vittima. Le parole urlate di “assassino! assassino!” lo avevano presto raggiunto e sia ormai le inutili cure sanitarie che “il maresciallo Spagnoli, comandante la stazione dei Reali Carabinieri di Fiumicello”, procedente all’arresto, non potevano più restituire vita all’uccisa.

Nel quotidiano, recante la cronaca di quanto accaduto, dell’omicida si percepisce che “più che un uomo, sembrava un automa: la sua personalità era distrutta, la sua volontà sopraffatta da uno scoppio irresistibile di passione. Povero straccio umano seguì il funzionario senza pronunziare una parola, senza articolare un grido solo che dicesse la sua passione o la sua malvagità…..”.

L’articolo ne concede la dichiarazione trascritta, ad ormai sofferta retrospettiva cornice psicologica di quanto rimane nel campo della labilità umana rovesciabile nei suoi squilibrati opposti: “Ero geloso di lei, ero geloso di lei – Ha poi detto: ha dormito accanto a me quasi tutta la notte resistendo ad ogni mio invito. Con pazienza l’ho richiamata ai suoi doveri: ha resistito ancora. Sul far del giorno si è staccata dal mio fianco occupando il letto preparato accanto al mio. Mi sono avvicinato a lei: l’ho pregata, l’ho scongiurata: essa si è fatta le beffe di me disgraziato. Ho allora perduto la luce degli occhi e quella dell’intelletto: una terribile, irresistibile forza m’ha reso bello il delitto: ho afferrato un coltello, il primo coltello che m’è capitato sotto mano, mi sono avvicinato a colei che fu mia moglie, l’ho chiamata ancora, ancora invitata. M’ha scacciato insultandomi. Io l’ho allora colpita, non so come né dove…”.

Se l’alcolismo pare avesse coltivato il terreno per l’incontrollata furia omicida, a concausa latente del delitto di via Milano, il quotidiano “Il Cittadino di Brescia” affrontava le problematiche ad esso riconducibili informando, con l’edizione di giovedì 11 ottobre 1923, che il quarantacinque per cento dei delitti fosse confacente a persone devastate dal vizio del bere smodato, ed anche che un numero di seicento persone all’anno in tutta Italia si quantificavano in media decedute per tale piaga sociale, pur comunque precisando che “la morte dell’alcolizzato avviene spesso per altre cause intercorrenti”.

Ancora “Il Cittadino di Brescia”, informava i suoi lettori sabato 6 ottobre 1923 a proposito del dato di fatto che “la mortalità non è egualmente distribuita nel Regno: le regioni più colpite sono il Veneto, il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, le Marche, la Sardegna: meno colpite sono l’Emilia, l’Umbria, il Lazio, la Toscana e gli Abruzzi; le più sobrie il napoletano e la Sicilia ad onta che vi si produca molto vino. Nel Veneto poi le province con mortalità più grave sono quelle di Vicenza (4,98 per centomila abitanti), Belluno (4,25) e Treviso (3,98)”.

Mentre un Decreto, approvato dal Governo nazionale nell’ultimo Consiglio dei Ministri di quei giorni, limitava “l’orario di spaccio delle bevande alcoliche in Italia” e pure ci si interrogava circa il rapporto del numero fra esercizi di mescita ed abitanti, proponendo di portarlo a uno per ogni mille, a Brescia l’ottobre vendemmiale confondeva nelle rosse vinacce il sangue d’un esecrabile dolore in cui il bere, altro non era che la paura vaga ed incupita a scorza di più profonde disaffezioni scomposte in vite magre e smarrite.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.