Travagliato (Brescia) – Dati i tempi che corrono, può, forse, suscitare una certa stranezza che quel volto, così decisamente evidenziato in pittura, in quanto posto pure al centro dell’affresco dove si esplica mediante un’emblematica stesura, non indossi la mascherina.

Ormai, tale dispositivo di protezione individuale, è divenuto di largo uso comune, per altro, reso pure obbligatorio, nella sorprendente constatazione, se si vuole, di esserselo visto concretizzare in quella misura precauzionale, forse mai prima applicata indistintamente, secondo una generalizzata e scrupolosa premura.

Piace, allora, contemplare, in una sorta di lieve brezza di libertà, priva, cioè, delle briglie che imbavagliano le più espressive fattezze umane, questo antico manufatto pittorico che si esplica nella dinamica figurativa di quando, nel tempo andato, non era stata ancora introdotta l’ingiunzione di un dovere celare le parti del volto di maggior prossimità, a possibile contatto con quell’esterno che è, emergenzialmente, attraversato da una morbosa calamità.

Santa Margherita d’Antiochia sembra che, comunque, abbia altro a cui pensare, osservandola nel modo in cui anche questa sua apparizione, orientata su un altrove lontano, perso in una remota ambientazione dimensionale, pare andare a dispensare motivi per allungare lo sguardo, oltre il presente, dove osta il gravare evidente di una insistente contingenza emergenziale.

Nel manufatto artistico in questione, questa donna schiaccia una creatura mostruosa, rappresentata, senza alcun equivoco, né tema di sbagliare, come tale e quale, appare nell’iconografia che, a questo leggendario animale, associa il tipico modo di manifestarsi di un drago, non estraneo a quel passato dove capitava di trovarsi, con le sue forme, a precisare la specificità di una caratterizzazione eccezionale, rispetto ad un dato scibile zoomorfo che, comunque, era ritenuto validamente accettato, in una considerazione generale.

Una volta messi in pittura, come accaduto in questo vetusto affresco, visionabile nella chiesa di “Santa Maria dei Campi” di Travagliato, pare che, dalla mediazione visiva dell’arte, si sia passati al porli in una semplice leggenda, fino alla rimozione di tali esseri viventi, relegati ad un inverosimile retaggio, addirittura fantastico e soprannaturale di allucinanti deviazioni oniriche pervadenti.

Eppure, il drago c’è. Allo stesso modo, la Chiesa Cattolica romana venera Santa Margherita d’Antiochia con quella sua quota parte di referenze agiografiche, legate anche ad una creatura che, oggi, dopo essersi palesata insieme ad altri esponenti della corte celeste, come il famoso san Giorgio, sembra non abbia più a mostrarsi, né in qualità di draghi, nè di esseri consimili, tanto da non creare il poterci fare più, nemmeno, tanto caso, quando, a volte, come nello specifico di questo esplicito richiamo devozionale, pare avvenga il contrario, con un certo qual orrido profilo, emergente all’interno di chiese o di antichi palazzi, fino a dentro l’araldica, tuttora vigente, che, in alcuni, stemmi, non disdegna, come per i nobili Visconti, la rappresentazione di draghi, a vario titolo, rimarchevoli, nel dato insieme di una simbologia corrispondente.

Per la verità, qui, Santa Margherita d’Antiochia ha a che fare con un drago, per la valenza squisitamente metaforica di tale creatura, dal momento che la stessa figura, qui soggiogata al collo anche per via di una corda, intende significare il demonio, sottomesso dalla eroica paladina della fede cristiana, impugnando quella croce vittoriosa della quale fa bella mostra in una dotazione ostentata.

Resta il fatto che il drago risulta presente, distinguendosi, in questa sua stereotipata rappresentazione connivente, per dare una manifestazione del reale, allo stesso modo di come sia stato effettivamente fattuale il prevalere della fede di Santa Margherita d’Antiochia su una data ed ostile contingenza avversaria, affrontata in un riconosciutole contesto particolare.

Di questa martire cristiana, vissuta fra il Terzo ed il Quarto secolo, le vicende che ne riassumono il passaggio sulla scena di questo mondo ineriscono anche un drago che l’aveva inghiottita, durante la carcerazione subita nel corso delle persecuzioni da lei patite per la religione professata.

Vinta l’oscura creatura, squarciandogli il ventre e quindi riguadagnando la vita attraverso l’ausilio materiale della croce, la sua figura era entrata nell’immaginario collettivo della Chiesa delle cosidette origini, quale protettrice delle partorienti e di chi, analogamente, passando a miglior vita, nasce su un altro piano dell’esistenza.

Testimonianza di questa diffusa immagine esemplare, avvinta alle radici delle più remote impronte cristiane, quando ancora coesistevano le parimenti dette reminiscenze pagane, è nell’affresco di cui si tratta, fra l’altro, nel primo volume dell’opera “Le chiese di Travagliato”, scritto da Luciano Anelli, per la esplicita volontà e per la cura sollecita dell’allora parroco don Mario Turla.

Quanto, forse, non basta a comunicare una possibile visione diretta di questo affresco, è proposto dalla lettura artistica del medesimo manufatto, secondo le note affidate a tale illustrata iniziativa editoriale, nella quale, tale interpretazione figurativa, dove un drago alato, è aggrovigliato sotto i piedi di Santa Margherita, risulta definita come “affresco di maestro bresciano alla fine del ‘500”.

Anonimo l’autore, come le fauci e gli artigli di questo drago, ivi ritratto, rimangono a definizione di una creatura senza nome, a differenza di altre notevoli rappresentazioni sul posto che, nella medesima chiesa campestre lungo l’omonima via di “Santa Maria dei Campi”, rimandano, invece, alla mano del noto pittore Vincenzo Civerchio, anch’essa fascinosa, in una propria codifica di stilistica contemplazione, per un caratteristico estro compositivo, non disgiunto da quell’innesto poetico che appare funzionale alla definizione dei particolari espressi, nel loro suggestivo affondo cromatico ed iconografico complessivo.

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