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Pare abbia voluto d’esser sepolto su un trono di marmo, con a fianco la propria spada, all’interno della Basilica di Sant’Andrea Apostolo, nel centro storico della sua città di Mantova.

In questo antico tempio, a motivo di una reliquia messianica conservata sul posto, aveva avuto l’ispirazione per creare l’investitura cavalleresca, propria dell’Ordine militare del Sangue di Gesù Cristo, con tanto di approvazione papale, sancita nel 1608. I “cavalieri del Redentore”, come sarebbero stati chiamati in seguito, giuravano di difendere con le armi “la dignità del Papa, la religione cattolica, l’onore delle dame, delle vedove e degli orfani”.

Primo dei personaggi succedutisi, al vertice di tale istituzione, era stato lo stesso suo ideatore, nella persona di Vincenzo Gonzaga (1562 – 1612), duca di Mantova e del Monferrato, dal 1587 al 1612.

Cavaliere appartenente anche all’Ordine del Toson d’Oro, questo duca era stato, fra l’altro, in rapporti di stima con certi notevoli pittori della sua epoca, del calibro di Pieter Paul Rubens (1577 – 1640), di Giovanni Bahuet (1552 – 1597) e di Frans Pourbus il Giovane (1569 – 1622) dai quali ne erano scaturite opere espresse anche in ritratti dedicatigli dalla mano valente della loro maestria.

Nel bresciano, Vincenzo Gonzaga, sembra fosse stato di casa a Toscolano Maderno, per periodi di soggiorno sul lago di Garda, già, ai suoi tempi, meta apprezzata per un indubbio fascino paesaggistico, dando, a motivo di ciò, pure avvio alla costruzione della perdurante “Villa Gonzaga”, lungo l’attuale via Beneamati, su disegno dell’architetto Antonio Maria Viani (1550ca – 1635ca).

Oggi, palazzo irriconoscibile rispetto al progetto originario, anche perché abbattuto in buona parte attraverso l’avvicendarsi di vari proprietari, fra i quali anche chi vi cercava, fra le mura, un tesoro nascosto.

Tale sede gentilizia è noto che avesse anche un sotterraneo passaggio segreto che ne collegava l’ubicazione, con la vicina chiesa romanica di sant’Andrea Apostolo, ancora bene in vista in faccia al lago, oltre all’avvenuta realizzazione di un subentrato collegamento, invece, verso il monte, approntato ad accesso del cosidetto “serraglio”, ora parco, in zona panoramica, dove, ancor prima, sussisteva l’allora convento dei “Frati Serviti”, quale luogo, tanto affascinante quanto ispirato, di cui sembra che fosse, a suo tempo, un affezionato devoto lo stesso Vincenzo Gonzaga.

Personaggio, pure protagonista di tre spedizioni militari, in Ungheria, contro i Turchi, la sua figura è al centro dell’opera letteraria “La Celeste Galeria di Minerva” del 1588, scritta dall’attore e letterato veronese Adriano Valerini, dove all’indirizzo del nobile mecenate è, fra l’altro, scritto, a sontuosa dedicazione, alquanto manifestata ad impatto encomiastico: “La fama, doppoi l’haver tenuto gli huomini un tempo confusi e dubiosi: essendo lungamente stata la lite sotto il suo giudizio, ha pur finalmente pubblicata la sentenza di molte cose irresolute et indecise. Ha divulgato che tra filosofi, Aristotele tenga il primo loco, Virgilio fra gli antichi poeti et l’Ariosto fra i moderni il migliore, Cicerone fra gli oratori, Livio fra gli historici, Venetia fra le città, la principale, e tra Principi ha dichiarato il Serenissimo Vincenzo Gonzaga essere il più magnanimo, il più giusto, il più saggio et il più cortese, il qual grido, tosto che mi pervenne alle orecchie, mi diede ardire di consacrare a Vostra Altezza Serenissima questa mia fatica (…)”.

L’edizione di quest’opera coincide con l’anno successivo al quale Vincenzo Gonzaga era divenuto duca di Mantova e del Monferrato, anche interpretando il fasto di una cerimonia di incoronazione al titolo, durante la quale, tra l’altro, erano stati liberaleggiati seimila scudi d’oro e d’argento alla popolazione, ammassatasi per assistere ai festeggiamenti di quel giorno cruciale del 22 settembre 1587.

Lo scritto tardo-cinquecentesco, proietta una narrazione adottata ad artifizio immaginario, ponendola a specchio retorico di aspetti attribuiti al vero ed a personaggi, all’epoca, effettivamente esistenti, nell’ambito di una metaforica costruzione espositiva improntata alla realtà mitologica, per la quale, nel corso di una allusiva schermaglia fra i maggiori numi classici dell’empireo, ecco che la dea Minerva si era trovata investita del bene di formare una galleria con i simulacri dei personaggi maggiormente rimarchevoli per la città virgiliana.

A scanso del libro, dal genere celebrativo ed implicitamente connotativo di una serie di elementi rappresentativi dell’epoca coeva alla sua redazione, il concetto, connesso all’immagine di una galleria, pare che abbia avuto, nel tempo, miglior fortuna dell’effettivamente dura scommessa della lettura del medesimo testo, compromesso con i canoni espressivi ricorrenti negli anni della sua diretta ispirazione, considerando, pure, il fatto che con il termine galleria abbiamo a Mantova vari richiami alla raccolta di una serie di beni di pregio, legati a raccontare, della corte dei Gonzaga, le molteplici risultanze di un deposito culturale che riferisce, insieme all’evocazione dei suoi stessi interpreti, anche a proposito delle caratteristiche intrinseche alla proiezione delle loro vite.

Un nesso che esiste in questo tomo antico, mediante il registro stilistico della letteratura classicheggiante, allora praticata ad ineludibile fondamento per ogni acculturato orientamento, che, unitamente al duca Vincenzo Gonzaga mette in bella mostra altri notabili del tempo, fra i quali, nella cerchia di quanti ritenuti prossimi al quarto duca di Mantova e del Monferrato, anche Luigi Gonzaga: quello che, al di fuori di ogni furore superlativo, diventerà santo per la Chiesa Cattolica, come ancor oggi, lo si venera il 21 giugno, nel merito del quale, nella “Celeste Galeria di Minerva”, ci si era ispirati a pubblicare, ipotizzando di congetturare un sonetto poetico, all’ombra di una di lui statua, che “Poi che sete una pianta, che ascende coi suoi rami fin al cielo, io qual novella vite, che all’olmo si marite, o qual edera intorta ergermi in alto, bramo col vostro appoggio, fuor del gelo e del caldo terren, né temo il fato, d’Icaro e di Fetonte, essed’io degno, che siate al mio salir scala e sostegno”.

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