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Ci era passato per andare a Vienna. Una sosta durata i giorni sufficienti per passare pure alla storia. Pare che si chiamasse Soliman, l’elefante donato dal re del Portogallo all’arciduca d’Austria, che, nel lungo tragitto compiuto, aveva fatto tappa anche a Brixen, località altoatesina, denominata, invece, Bressanone nella lingua neolatina, con la quale la toponomastica locale coesiste in un’appaiata individuazione connotativa.

Luogo in cui anche un altro elefante era divenuto famoso. Antecedente al primo, sopra menzionato, a Bressanone ci era arrivato virtualmente, restandovi comunque rappresentato nel modo tale e quale era stato inteso figurativamente, rivelandosi, cioè, nelle fattezze nelle quali era parso in mente all’autore di quell’affresco che ancor oggi, dal suo remoto passato, lo restituisce visivamente.

Città d’elefanti, Bressanone, quasi che, con le Alpi, tale località c’entrasse in un qualche modo con l’epica spedizione del cartaginese Annibale, contro gli antichi romani, contraddistinta da questi mastodontici animali, condotti per le impervie vie dei valichi montani, come risorse offensive con le quali sorprendere i temuti avversari.

Nulla di tutto questo in Alto Adige. Si tratta, si dice, della buona volontà di un artista del periodo tardo-gotico che, sembra, non abbia mai visto prima un pachiderma, ma che, nonostante questo, aveva ritenuto di riuscire a ritrarlo ugualmente, e, nell’altro caso, dell’inusuale liberalità dello scommettere in dono un elefante, in carne ed ossa, a chi stava molto lontano, rispetto alla terra d’origine dello stesso animale, messo in strada, verso la meta prefissata, nelle pazienti modalità proprie dell’iniziativa promossa lungo la diluizione di una progressiva cronaca circostanziata.

Facciata dell'Hotel Elephant
Facciata dell’Hotel Elephant

La testimonianza di Soliman, a Bressanone, è al civico 4 di Via Rio Bianco, sede della sopravvivente struttura ricettiva della quale pare ne abbia ispirato il nome, espresso nei testuali termini di “Hotel Elephant”, per la stessa ospitalità resa a quel vivente omaggio regale, insieme ovviamente a tutto il suo seguito, come, fra l’altro, si evince dalla lettura delle referenze divulgate dalla medesima sede alberghiera: “L’arrivo dell’elefante Soliman a Bressanone è documentato nei libri di storia. L’animale era dono da parte di Giovanni III, re del Portogallo, a suo nipote, l’arciduca Massimiliano d’Austria.

L’elefante che proveniva da una colonia indiana dovette affrontare il lungo viaggio da Lisbona attraverso Genova in direzione delle Alpi. La gente lungo il percorso avvertì il suo arrivo come un evento sensazionale. A Trento e Bolzano fu accolto dagli applausi della gente, primi fra tutti i vescovi e cardinali. Anche a Bressanone, gli abitanti scesero in strada per assistere all’ingresso del pachiderma e dei suoi accompagnatori. L’arrivo dell’elefante fu un vero colpo di fortuna per l’albergo che l’ospitò. L’oste, Andra Posch si prese cura del potente ospite per ben 14 giorni fino al 2 gennaio 1552, quando l’elefante e i suoi accompagnatori proseguirono il loro cammino verso nord. Passando per Innsbruck e Hall, attraverso l’Inn e il Danubio, l’elefante arrivò a Vienna nel mese di maggio del 1552.

Al lungo viaggio seguì una breve permanenza. Il povero animale morì nel dicembre 1553 a Kaiserebersdorf probabilmente a causa di una nutrizione sbagliata o forse anche per la forte nostalgia di casa. Dopo la sua morte, il viaggio dell’elefante non era ancora terminato. Le ossa del suo piede anteriore venivano usate per creare una meravigliosa seduta, esposta ancor oggi nel monastero benedettino di Kremsmunster. I resti della mummia passarono in successione al duca Alberto di Baviera che inserì l’elefante nella sua collezione esposta al Museo Nazionale Bavarese. Un miracolo della storia europea, fino ad oggi”.

A coincidente supporto di un’emblematica pittura, situata sulla parete esterna dell’ambiente ospitante, anche le scritte in gotico dipinte sul posto, attestanti l’avvenimento del passaggio a Bressanone dell’elefante, rappresentato proprio sul lato che, dell’attuale hotel, ne profila l’ingresso valorizzato dall’evocazione figurativa dello storico richiamo che vi è contestualizzato.

L’elefante giganteggia sopra il livello di battuta di un buon tratto di strada, incastonando la propria figura tra le varie vedute dell’immobile, mediante quella dinamica espressiva con la quale anche alcune sagome umane contribuiscono artisticamente a dare il senso di un vago andare danzante, percepibile nel probabile impatto popolare desunto sullo strascico dell’estemporaneo effetto di una forza emozionante.

Più discreta, invece, la figura dell’ibrida natura di un “cavallo – elefante”, realizzata sulla terza arcata del chiostro del Duomo di Bressanone, presumibilmente affrescata alcuni decenni prima dell’effettivo arrivo di un elefante fra queste contrade dove il solitario pachiderma avrebbe poi implicitamente svelato, dal vivo, un’immagine disincantata rispetto alla leggendaria approssimazione che prima lo aveva riguardato, nell’immaginazione di quanti non lo avevano ancora realmente né visto in immagine nè incontrato.

Lapide del duomo di Bressanone
Lapide del duomo di Bressanone

Esempio di pittura tardo gotica, inserita nel circuito di altri manufatti figurativi complessivamente datati, a seconda dei casi, dalla fine del Quattordicesimo secolo fino a tutto il secolo successivo, quest’opera rappresenta una scena epica ammantata da mistero.
Forse, l’intenzione del pittore era il raffigurare un elefante turrito, cioè munito di una torricella sul suo dorso, con la quale, durante gli scontri armati, i combattenti entravano in azione in groppa al pachiderma equipaggiato.

La scena pugnace rappresenta un gruppo di figure che, in tale improvvisato rialzo, si esplicano in un atteggiamento marziale, mentre lo stesso curioso animale è sotto infilzato da un guerriero in armatura che si muove disteso sul terreno, brandendo l’arma fra le quattro zampe di questo inverosimile esemplare.

Una proboscide, collocata a prosecuzione del muso equestre, con un paio di orecchie, al posto di quelle solite per un cavallo, che appaiono simili, invece, alla possibile resa espressiva di quell’ala di drago che si qui vede in un profilo avvolgente, sembrano, insieme alla raffigurazione di una coda minuta, propendere per il tentativo di produrre pittoricamente un elefante, elementarmente contraddistinto, nelle sue più marcate ed evidenti caratteristiche, in tali punti cruciali di maggior peculiarità ed interesse.

L’opera è nell’alto cromatico delle pregevoli volte claustrali del maggior edificio religioso di Bressanone, antica sede episcopale, dove l’apporto evocativo dell’arte visiva si sviluppa pure nel lucido materiale lapideo dei bassorilievi che riferiscono dei vari vescovi succedutesi nel tempo.

Tale solido dispiegamento inerte si dettaglia plasticamente nelle scultoree sollecitudini di particolari eloquenti, come, fra molti altri ancora, nella figura di un ecclesiastico rappresentato nell’atto di impugnare una clessidra con sopra un teschio: evocazione metaforica di quella fuggevole parabola temporale che, soverchiando ogni materia corruttibile, si eclissa inesorabilmente, portando con sé, di questo luogo, il rispettivo mandato di vescovi fra mitrie e pastorali, insieme ad elefanti leggendari, nella dimensione del ricordo che sopravvive, tra i posteri, a margine di risvolti esistenziali.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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