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Brescia – Il tema, connesso alla complessità della dignità umana, come valore intrinseco ad una primigenia natura sovrana, è osservato nel connubio fra il suo essere d’orientamento sia per una sfera d’autonomia personale che per una manifestazione invece ascrivibile ad una dimensione soprannaturale, radicata nella constatazione di un dono esclusivo, attinente quel riflesso d’assoluto che è interagente con la realtà esistenziale, attraverso una sollecitudine antesignana, attestata nella sua portata morale dalla radice arcana.

Da una parte c’è l’uomo, inteso nella concezione di “faber fortunae suae” e, dall’altra, c’è l’orizzonte su cui si dispiega il mistero dell’origine del tutto, apportatrice dell’investitura della vita immanente, in riferimento alla quale, certe attuali tendenze culturali sembrano rifarsi alla visione esercitata invece dalla figura dell’homo creator, attraverso il confronto aperto nei riguardi, fra l’altro, della genetica e della bioetica medica che, in tale sfida d’analisi, è presente.

Francesca Nodari interviene su questa doppia stratificazione di riferimenti tematici, ponenendo in chiaro che il libro di cui ne tratta l’introduzione, per la serie dei testi filosofici promossi in stampa dall’associazione “Filosofi lungo l’Oglio” della quale ne è la presidente, si inserisce in una chiave di lettura attinente “la problemizzazione del concetto di dignità, teso fra dote e prestazione”. “Dote”, come retaggio di un dono ricevuto, “prestazione”, invece, quale messa in pratica di ciò che, dello stesso ambito, è interpretato nel significato che vi è effettivamente riconosciuto.

Il libro, pubblicato per la collana editoriale “Granelli” della “Compagnia della Stampa“, manifesta già dal titolo, racchiuso nell’espressione “Il duplice volto della dignità umana”, il proposito dell’autore, Paolo Becchi, di affrontare in chiave filosofica il concetto della dignità, come prerogativa dell’uomo, argomentandone i contenuti nella contemporaneità nella quale sono avvolti.

Su questa prospettiva analitica, fra la settantina di pagine della pubblicazione, sulla base di una dotta citazione del filosofo e teologo tedesco Robert Spaemann, si legge fra l’altro che: “L’uomo possiede una specifica dignità nel mondo della natura vivente non per la sua particolare conformazione genetica, ma perché è l’unico essere in grado di relativizzare se stesso, di prendere distanza dalla propria soggettività e di porre i propri interessi in un contesto in cui altri interessi (umani e non umani) entrano in gioco. E’ perché ci sono degli uomini che oggi possiamo parlare di diritti degli animali e persino dei nostri doveri nei confronti della natura”.

Nel medesimo tempo, a corollario di tali considerazioni, appare di complementare attinenza l’affermazione sviluppata nella sintetica precisazione che il concetto di “dignità” si riferisca “a qualcosa di sacrale: è in sostanza un concetto metafisico- religioso”, dal momento che, come spiega l’autore, “relativizzando i propri interessi, desideri, le proprie aspirazioni, sino al sacrificio di sé, l’uomo si apre all’Assoluto”.

La dignità, nella sua nozionistica enucleazione semantica, pare conformarsi alla possibile metafora della veste di Giuseppe, sottrattagli dalla moglie di Putifarre nel racconto biblico che lo riguarda, quale indumento che, nel modellare la persona, ne tratteggia il suo confine esteriore di interrelazione con quel fatto in cui, in questo caso, si materializza ad oggetto del fermo atteggiamento virtuoso di chi la indossa, manifestato a fronte di una disonesta provocazione che, pur avendo sottratta da sè questa parte di abbigliamento, non cede alle lusinghe licenziose di una donna infedele.

La dignità si modella come dimensione dell’essenzialità identitaria, ispirata alla coscienza soggettiva, con la quale si rapporta quella visione interpretativa della realtà che la vede titolare ed esercente una propria naturale manifestazione, evocativa dell’essere entità messa a nudo nella propria peculiarità esplicativa.

Tale insieme valoriale rimanda ad un’intima coscienza individuale ed all’etica collettiva che culturalmente ne amplifica le prerogative, in una condivisione plurale, dove il concetto di dignità è stato pure affrontato dall’uomo civilizzato nella codifica della cultura istituzionale occidentale, di pari passo con la maggiore percezione maturata, contestualmente, a favore dello sviluppo della sensibilità, sempre più sottile, riconosciuta ai diritti della persona e di “individui considerati non in quanto singoli, ma in quanto appartenenti a gruppi (etnici, religiosi, popoli, ecc…) sia, infine, i diritti che si riferiscono all’uomo nelle diverse fasi della vita o nelle sue particolari condizioni fisiche”, (ad esempio i diritti del bambino, dell’anziano, del malato mentale, delle persone diversamente abili).

Il risultato è cheCome all’uguaglianza è stata lanciata una vera e propria sfida, quella delle differenze che esigono di trattare diversamente gli individui per la loro particolare condizione, così alla dignità è stata lanciata una sfida analoga, quella di stabilire che cosa significhi in concreto tutelarla nelle molteplici situazioni in cui può essere violata”.

Paolo Becchi, ordinario di filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Genova e visiting professor presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Lucerna, contestualizza la disamina culturale affidata al libro “Il duplice volto della dignità umana”, in quell’evolversi sociale che è sotteso alla “Carta dei diritti fondamenti dell’Unione Europea” del 2000, riconosciuta nel trattato di Lisbona del 2007, e che è anche, per certi aspetti, riscontrabile nella precedente “Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo” del 1953, come pure appare in riferimento a quanto ispiratogli dal confronto con il contenuto della “Convenzione di Oviedo del Consiglio d’Europa” del 1997 che costituisce “il primo documento giuridico, internazionalmente vincolante, che riguardi in modo specifico i rischi connessi alle applicazioni sull’uomo dei progressi della medicina e della biologia e parte della presa di coscienza che un uso improprio della biologia e della medicina può portare ad atti che mettono in pericolo la dignità umana”.

Appurando che, in un’emancipata diluizione di autodeterminazione empirica, “stiamo già avanzando verso un modello di esistenza post-umana (il post organico, il cyborg, il bionico) che sta fortemente erodendo il concetto stesso di umanità”, l’auspicio espresso dall’autore è nel concetto condiviso con il pensiero di Paolo Zatti, emerito di diritto privato presso l’Università di Padova, secondo cui l’invito è che “la dignità non sia solo il presidio dell’autonomia e in quanto tale fonte dei diritti della persona, ma altresì la traccia di qualcosa di indisponibile e che in questo senso segni il limite dell’autonomia e dei diritti legati all’autonomia”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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