C’era riuscito. Gli spettatori l’avevano visto rianimarsi indenne, dopo aver assistito al suo seppellimento protrattosi per un’ora. Il tutto, a quanto pare, senza trucco e senza inganno, nell’estate del 1925, a Brescia.

Il fachiro era giunto nel capoluogo bresciano salutato da quella notorietà che era apparsa ulteriormente alimentata dal locale contributo della carta stampata, nell’annunciare e nel riassumere, poi, le sue dimostrazioni, assicurate al pubblico in una visibilità conclamata, rivelatasi aperta su una realtà, per i più, prima solo immaginata.

Come, il 22 luglio 1925, era spiegato ai lettori del quotidiano “La Provincia di Brescia”, tale fenomeno umano si chiamava “Manetti” e si trovava, allora, in trasferta, reduce da altre analoghe iniziative e prossimo all’ormai stretta imminenza di uno spettacolo, annunciato in serata, nell’anfiteatro del castello cittadino: “(…) Il Manetti sa di fare esperienze straordinarie, ma dice di non fare nulla di eccezionale, basta, egli dice avere forza di volontà e sapere concentrare il pensiero: tutto sta nello “allenamento della suggestione”, e dice anche che, da quando si è messo a fare il fachiro sta meglio di prima. Il prof. Gannestasio di Firenze, dopo avergli passata una minuziosa visita, gli ha detto – siete un fenomeno perchè siete normale -.”.

A Brescia, i suoi spettacoli sono stati tre. L’ultimo, in ordine di tempo, aveva superato, in un presunto grado di difficoltà, quelli precedenti: da una mezz’ora allo stare, invece, sepolto per un’ora intera, al termine della quale, naturalmente, riaversi come se nulla fosse.

Tutto questo, mentre in città si era provvisto, per l’occasione, alla disponibilità, fra l’altro, del “servizio tramviario per tutte le linee alla fine dello spettacolo”, nell’eco di una considerazione generale che, per l’appuntamento della sera prima, aveva, invece, fatto pure registrare, alle cronache locali, l’annunciata partecipazione del “Corpo musicale cittadino”, nel corso dell’attesa replica dell’intrattenimento in precedenza esordito nello stesso luogo, differenziandolo, grazie alla musica, in un composito assortimento interattivo.

Come fosse andata, la sfida maggiorata, nella competizione superata, per il tramite della proporzione di un’ora aggiogata all’apparente dinamica da lui interpretata, secondo l’inevitabile verosimiglianza con una condizione di morte simulata, era materia per una notizia che il giornale “La Provincia di Brescia” sviluppava, nell’edizione del 25 luglio 1925, in tutta la sua sensazionale portata: “Ieri sera il fachiro fiorentino Manetti ha tenuta la promessa fatta al pubblico: di rimanere, cioè, sepolto, senza casse, sul nudo terreno alla profondità di un metro, per la durata di un’ora. L’esperimento è perfettamente riuscito: anche i più increduli hanno dovuto convincersi che il Manetti, se non di un potere soprannaturale, cosa certo non ammissibile, è dotato di una super volontà, che lo rende insensibile al dolore e, in stato catalettico, lo pone in grado di rimanere per molto tempo, privo o quasi privo, di respiro, senza che il suo organismo ne soffra. L’esperimento di ieri sera il quale, egli assicura, è la prima volta che ha la durata di un’ora (gli altri esperimenti di sotterramento durarono 30 – 40 minuti) ha pienamente confermato che nulla è impossibile a chi sa volere e sa comandarsi. Egli fu applauditissimo”.

Tale evidenziata sollecitudine, rivolta ad un convinto allenamento, praticato mediante una serrata forma di autodisciplina, spinta al limite dell’inverosimile, sembra fosse la base dell’intera proiezione performante del misterioso personaggio che pare sia giunto a fare il fachiro per emulazione di un tal altro esponente del genere, riferito da “La Provincia di Brescia” del 22 luglio 1925, con il nome di Tara Bey.

Tara Bey, ovvero, sedicente fachiro proveniente da Costantinopoli, a sua volta arrivato a Firenze per una serie di esibizioni, destinante ad incontrare la forte vocazione all’autosuggestione di chi farà della sua testimonianza un motivo di confronto e di competizione.

Il punto di raccordo fra i due pare si fosse rivelato nell’esercizio d’affinamento di una magnetica forza del pensiero, già, per altro, coltivata da tempo dal Manetti in questione, attraverso la quale attrarvi anche le prerogative del fachirismo, codificandole nell’esercizio personale di una propria spettacolare misura di scoperta delle proprie capacità.

Nella sua tre giorni bresciana, avevano fatto comparsa anche certi occhiali speciali, utili per la visione, da parte del pubblico convenuto, di un’attrattiva interessata “all’esperimento delle ombre viventi”, dei quali si fa cenno, nell’evolversi della tripartizione dell’evento da lui sottoscritto al suo debutto a Brescia, nel resoconto che “La Provincia di Brescia” del 23 luglio 1925, aveva messo in pagina, all’indomani dello spettacolo stesso, descritto in anticipo rispetto a quello della serata ancora a venire, in programma, cioè, alle ore 21 della medesima giornata, per il quale, a sua volta, si precisava l’intenzione del fachiro di farsi seppellire in platea, anziché nella zona interessata al palcoscenico: “(…) Manetti inizia la serie dei suoi esperimenti facendosi trapanare i muscoli del braccio destro, le guance, le orecchie, il collo da lunghi spilli: spilli veri che il pubblico stesso è invitato a togliergli perchè si convinca che l’esperimento non ha trucco alcuno. Sottopone poi le gambe e le braccia all’azione di una fiaccola bene accesa. Nessun dolore egli mostra di sentire e nessun…odore di arrosto si spande per l’aria. Eppure si tratta di vero fuoco passato su carne viva. La tavola dei chiodi è un altro esercizio interessantissimo. Il Manetti, a dorso nudo, si corica su una tavola irta di acuminati e lunghi chiodi e come se ciò non bastasse, una persona di proporzioni normali, è invitata a salirgli sul petto. Egli rimane per diversi secondi imperturbabile sotto il peso, come se….dormisse su un molle materasso. Molto impressionante è l’esperimento che egli eseguisce in istato catalettico: pochi secondi di concentrazione ed ecco che, chiusi gli occhi, si irrigidisce. Due scimitarre vengono poste su due sostegni e Manetti vien disteso su di esse con una grossa lastra di pietra sullo stomaco. Poscia, con una pesante mazza, c’è chi si prende la briga di vibrare su di essa un forte colpo da spezzare la pietra. Manetti non sente nulla: le scimitarre non gli tagliano la carne, la pietra non gli sfonda il petto. La seconda parte dell’interessante programma è costituita da uno scherzo piacevolissimo e assai esilarante: le ombre viventi (Anagliphes). Il pubblico, per poter godere questo strano spettacolo, deve munirsi di speciali lenti che si vendono all’ingresso del teatro a L. 0,50 il paio. Sono occhiali con una lente rossa e l’altra verde con i quali si ha l’illusione di vedere ombre che gettano proiettili di vario genere tra gli spettatori. L’esperimento desta la massima ilarità ed è assai commentato. La terza parte è costituita da un vero sensazionale esperimento. Manetti sepolto vivo. Ad esso sono invitati ad assistere da vicino, per il controllo, pubblico e medici. Al fachiro, caduto in catalessi, vengono tamponati, con ovatta, il naso, la bocca, le orecchie, poi viene introdotto in due casse, ermeticamente chiuse, l’una di zinco, l’altra di legno. Le due casse vengono, poscia, ricoperte di terra. Il Manetti resta così sepolto vivo per il tempo richiesto dagli spettatori (mezz’ora, un’ora o anche più). Trascorso il termine che, ieri sera, fu dal pubblico fissato in mezz’ora, le casse vengono disotterrate, aperte. Manetti torna ritorna alla luce del sole…(…)”.