Brescia – L’anima inerte del castello di Brescia è fatta in pietra di medolo e con tale connotazione le turrite strutture della radicata e dell’antica cerchia muraria, eretta ad imponente fortificazione, trovano l’espressione sostanziale e cromatica più evidente, nell’effetto di una nebbiosa e di una grezza caratterizzazione incombente.

Dal colore evanescente, simile a quello della bruma che può essere bianca come pure grigiastra nella sua più ottenebrata sfumatura, tale pietra è una risorsa locale resa disponibile dalla natura che, anche l’ambiente del colle Cidneo, dove si erge la robusta architettura difensiva, offre in una larga misura.

E’ questo uno fra i numerosi aspetti che risultano approfonditamente documentati nel libro “Il Castello di Brescia – Il Falcone d’Italia – Percorsi didattici e scientifici per la conoscenza e la valorizzazione del Castello di Brescia e del colle Cidneo”, pubblicato dalla “Compagnia della Stampa”, a cura della professoressa Irene Giustina, coordinatrice dei sei insegnamenti del “DICATA” (Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura, Territorio e Ambiente), nell’ambito del Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Ingegneria Edile-Architettura della Facoltà di Ingegneria dell’Università Statale di Brescia, attraverso i quali, per l’anno accademico 2010/11, si era strutturata la didattica stilata in una specifica convenzione tra il “FAI” (Fondo Ambiente Italiano) ed il medesimo ateneo degli studi bresciano, per un articolato progetto di ricerca storica, ispirata al rude maniero cittadino, che, conseguentemente, trova il suo esito connotativo nell’edizione di questo interessante volume scientifico e divulgativo.

Oggetto della ricerca analitica, alla quale una sinergica applicazione specifica ha conferito ulteriore materia intrinseca, utilmente funzionale alla sua stessa conoscenza in chiave epistemiologica, si colloca nell’insieme di quanto contestualizza il prof. Sergio Pecorelli, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Brescia, fra le sue considerazioni introduttive delle centodieci pagine della pubblicazione, spiegando che “La sommità dello sperone di medolo che forma il colle, antropizzata sin dall’età finale del Bronzo, nel corso della storia ha visto diverse destinazioni: culturali e difensive in età celtica, romana, paleocristiana e altomedioevale fino all’incirca all’epoca viscontea, quando iniziò ad essere trasformata in un apparato militare destinato alla difesa dal nemico esterno ed interno. Sotto il dominio veneto fu infine tradotta in una poderosa macchina bellica protetta da una cinta bastionata che, dal tardo rinascimento, delineò per secoli il profilo fortificato della rocca e ne sancì perentoriamente il distacco rispetto alla città bassa”.

Distacco sottolineato, nella scalare modulazione geografica del territorio cittadino colto nella sua complessiva estensione in una incidenza antropica, a cui, fra l’altro, si riconduce anche la prof.ssa Irene Giustina, nel suo capitolo esplicativo che, con il titolo “Fortezza per natura & arte, gagliardissima”, procede ad amalgamare il prosieguo dei contenuti della pubblicazione, precisandone i termini salienti della sua stessa eclettica edizione: “Oggi, qualsiasi azione che abbia il fine di rinsaldare la connessione fisica tra il Castello e la città non può prescindere dal rimodulare la relazione tra queste due entità, ribaltando la logica di collegamento tradizionalmente privilegiata, cioè dal basso verso l’alto, per valorizzare pienamente anche quella opposta, dall’alto verso il basso, considerando “il belvedere” costituito da un continuum di telai percettivi sulla città e sul paesaggio definiti dalle aperture del forte e degli scorci ad angoli giro offerti dal colle”.

Negli accennati scorci, di scenari arroccati fra le alte vedute interpretate dall’imponenza del castello entro cui i loro medesimi aspetti sono avvolti, sembra inserirsi, ancora in relazione al medolo, la parte del libro che, con questa attinenza, Alberto Clerici sviluppa nella suo studio racchiuso nel capitolo “La geologia del colle Cidneo” dove, fra altre informazioni, si trova dettagliata una esemplificata “Analisi del rapporto tra roccia naturale e manufatto” in cui emergono rispettivamente le documentate presenze di una edificazione secondo una soluzione angolare dell’uso del medolo, dove poter riscontrare una “regolarità della muratura, costituita da blocchi squadrati e lavorati a bugnato, giustapposta all’irregolarità dell’elemento naturale. Per ovviare al dislivello, creatosi per l’inclinazione della roccia dal piano orizzontale su cui poggia il manufatto, si è utilizzato, in angolo, un impasto di malta e inerti di grossa dimensione”.

E’ questo il caso fotograficamente attribuito, fra le pagine nel merito dedicate, ad uno fra i torrioni principali del castello, mentre un altro esempio, localizzato “in una porzione di muratura dell’edificio cinquecentesco del Grande Miglio” porta invece ad evidenziare che “la mediazione tra affioramento e blocchi lavorati è ottenuta grazie all’utilizzo di materiale lapideo di piccola fattura e di zeppe di laterizio”.

Una compenetrazione strutturale che, nel medesimo ambito accennato, risulta pure in alcune zone caratterizzata dalla copertura di “intonaco che va a celare il connubio tra affioramento e opera muraria”.

Se, in una certa emblematica architettura “le mura del castello poggiano direttamente su grandi affioramenti e ne seguono l’inclinazione”, del medolo se ne appura la centrale interazione con altri materiali secondo la realizzazione di murature dove, come emerge ancora in una certa parte ubicata a ridosso del Grande Miglio, pare che “il lavoro umano si insinui nelle intercapedini formatesi tra i vari strati di Medolo, a seguito della disgregazione della roccia nei punti più deboli dovuti alla presenza di una maggiore percentuale di argilla rispetto al calcare. Blocchi di piccola dimensione e laterizi sono posati seguendo la giacitura degli strati”.

La stampa del volume che ha avuto la luce in riferimento alle iniziative avviate dal “Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI) Delegazione di Brescia”, nel contesto delle manifestazioni ispirate alla ricorrenza dei centocinquant’anni trascorsi dalla raggiunta unità d’Italia con il sostegno di “Fondazione ASM – Gruppo a2a” e del Comune di Brescia, nel ruolo, quest’ultimo, anche di ente patrocinante, rispecchia ciò che la prof.ssa Irene Giustina specifica, fra le pagine stesse del volume, nei termini di “un piano didattico e di ricerca interdisciplinare volto alla conoscenza e alla rivalutazione della fortezza bresciana e del Cidneo. Il progetto, maturato nei corsi di Storia dell’architettura e di Storia delle tecniche architettoniche ed esteso al corso di Restauro architettonico e alle discipline della Geologia applicata, del Disegno e del Design, ha visto impegnati docenti, giovani ricercatori, studenti e laureandi in approfondimenti specifici riguardanti il complesso fortificato”.

In tale opificio culturale, il lavoro della folta e qualificata rappresentanza dell’università statale bresciana si era pure tradotto, nella peculiare contingenza storica dell’accennata ricorrenza del decorso e celebrato centocinquantenario dell’unità nazionale, anche in una mostra dedicata agli stessi lavori di ricerca effettuati, diversificata in due edizioni, ambedue allestite nel castello, oggetto e soggetto ospite del composito sforzo svolto in suo onore, dal titolo “Per la conoscenza e la valorizzazione del Castello di Brescia e del Colle Cidneo. Percorsi didattico-scientifici del Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Ingegneria Edile-Architettura”, pari tal quale anche alla proporzione nozionistica pure confluita nel supporto informatico di un cd che il libro include nella sua versatile edizione.

Testi di Sereno Innocenti, di Massimo Depaoli, di Cristiano Guarneri, di Elisa Sala, di Alberto Clerici, di Gian Paolo Treccani, di Barbara Scala, di Diego Paderno, di Paola Faroni, di Giuseppe De Martino, di Lucetta Levi Momigliano, di Francesca Fossati, di Maria Gallarotti Ratti, caratterizzano le pagine illustrate della corale pubblicazione sullo sfondo dell’orientamento conoscitivo che ne ha promosso la ragionata realizzazione, coincidente con quanto Alberta Marniga, presidente della Fondazione ASM” di Brescia, spiega, fra l’altro, nella sua introduzione, specificandone il senso in un progressivo recupero del vetusto manufatto cittadino in questione: “Nel 1904 il Comune lo riscattò dall’esercito con una somma di 100000 lire e cercò di restituirlo alla comunità archiviandone definitivamente l’immagine bellica e riconoscendone l’inestimabile patrimonio di storia e arte e la necessità di attribuirgli un nuovo importante ruolo nella vita di Brescia. Da allora, con l’allestimento dell’Esposizione Universale di quello stesso anno, seguita dal progetto di farne un’area zoologica, fino alla conversione museale, con l’istituzione del Museo delle Armi e il Museo del Risorgimento inaugurato nel Piccolo Miglio nel 2005, numerosi sono stati gli sforzi tesi a portare l’antico maniero nel cuore e nella quotidianità dei bresciani, come una qualsiasi Piazza e contrada del centro”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.