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di Aminata Gabriella Fall

La ricchezza di un Paese può essere la rovina delle sue genti se gestita senza scrupoli.

Siamo in Ecuador nei dintorni di Lago Agrio e ci troviamo a toccare con mano le prove di come le compagnie dei Paesi industrializzati si sono arricchite sulla pelle dei paesi non industrializzati.

Dicono che il primo barile di petrolio estratto in Ecuador sia contenuto all’interno del museo nazionale di Quito: in realtà è disperso qua intorno”, dice Ermes Chavez presidente del Fronte Per La Liberazione Dell’Amazzonia avvolgendo con lo sguardo la foresta circostante.

Sembra difficile a dirsi ma siamo all’interno di una rigogliosissima boscaglia ecuatoriale ed intorno a noi ci sono solo fronde e piante; piove e a terra fango e foglie si mescolano come accadrebbe anche nei nostri boschi di conifere.

In realtà il silenzio è rotto dal cigolio del pozzo nr.1 poco distante da noi.

Siamo nel cuore della “Chernobyl ecuatoriana” siamo nel punto dove tutto è iniziato e lentamente sta finendo.

Non tutti lo sanno ma l’Ecuador è uno dei paesi con maggiori riserve petrolifere del mondo.
Società straniere hanno messo mano su questo mare di oro nero dagli anni ’60. Negli anni si è arrivati a 339 pozzi.

La storia nella sua terribile banalità è agghiacciante: non contente delle condizioni di massimo favore accordatole, l’estrazione è avvenuta in violazione di ogni ovvia regola di buon senso e civiltà.

Sin da subito i gas vengono dispersi nell’aria, spesso senza essere bruciati, le acque derivanti dall’estrazione ed i residui bituminosi vengono dispersi nell’ambiente circostante. Spesso i liquami vengono raccolti in “piscine” (semplici buche scavate nella terra con uscite di sfogo quando si riempiono troppo) e quotidianamente il petrolio viene sparso sulle strade sterrate per evitare che la polvere si sollevi durante il passaggio delle autobotti.

Noi ci troviamo proprio sopra una di queste piscine, il cui nome evoca divertimento estivo piuttosto che inquinamento e morte: un residuo storico, un esempio di egoismo economico.

Apparentemente sembra tutto tranquillo mentre in realtà basta scavare un poco per trovare terra nera e bituminosa che a contatto con l’acqua rilascia petrolio puro. Appena pochi metri dalla piscina troviamo il famigerato “troppo pieno”, dimenticato, che tutt’ora quando piove riversa i liquami presenti nel terreno in un torrentello che scorre proprio lì sotto. Così ancora oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, le acque circostanti i pozzi vengono inquinate.

La popolazione muore per le malattie dovute all’inquinamento causato dai pozzi petroliferi. Nei territori coinvolti dall’estrazione petrolifera si registrano il 147% in più degli aborti spontanei, il 32% delle numerose morti avviene per cancro e le malattie della pelle, dei polmoni e le infermità sono innumerevoli.

Ma non è solo la contaminazione dell’acqua a mietere vittime. La distruzione delle etnie abitanti i territori, la distruzione della cultura e l’arrivo in massa di migliaia di disperati alla ricerca di un lavoro nelle industrie dell’estrazione ha creato una piaga nel tessuto economico e sociale della zona amazzonica che tutt’oggi stenta a chiudersi.

I poveri che vivono vicino ai pozzi pur consapevoli dell’inquinamento aereo e dell’acqua è costretta ad utilizzare le falde inquinate a causa della mancanza di alternative.

In tutta questa distruzione il Fronte per la Liberazione dell’Amazzonia (braccio di un’assemblea composta da rappresentanti delle varie etnie, contadini, cittadini e della società civile) ha iniziato il lungo processo contro le compagnie coinvolte.

Nel 1993 viene fatta domanda di risarcimento danni al tribunale federale di New York: la domanda viene posta negli Stati Uniti. La corte accetta il caso scatenando la gioia dei membri del fronte perché è la prima volta che la popolazione di un paese ritenuto del Terzo Mondo riesce a far causa per danni ad una compagnia occidentale.
Purtroppo la gioia nel 2003 si trasforma in rabbia quando la corte americana rinvia il caso al tribunale di Lago Agrio.

I membri del fronte guardano sconsolati la foresta ed il pozzo numero 1 che cigolando continua ad estrarre petrolio: sanno che la cifra in causa è 51 volte il debito estero dell’Ecuador e che un risultato a loro favore del processo darebbe nuova speranza alle popolazioni vessate da industriali senza scrupoli , sanno bene che non restituirà la vita o la salute a tutte le vittime della sconsiderata voglia di profitto.

 

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