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Il “Pi greco”, da costante matematica a metafora del mistero in cui si esplica la vita. Un numero, per certi versi, irrazionale, per via delle cifre decimali che vi si possono ricavare, che è stato, fra l’altro, oggetto de “Il filosofo e la regina”: una rappresentazione teatrale in quattro atti, scritta dal bresciano Maurizio Lovisetti, pure interprete, nella stessa manifestazione, della parte musicale che ha espresso brani, fra gli altri, di Vincenzo Galilei (1520 – 1591) e di Michelangelo Galilei (1575 – 1631).

Insieme alla parte melodica ed a quella recitata, anche quella visiva, a motivo della contestuale proposta della proiezione d’immagini del Cinque e Seicento che rimandano all’ermetismo simbolico, funzionale ad evocare una pluralità di concetti speculativi.

Oltre all’autore, pure nei panni di un musico, nella sede milanese della “Gran Loggia d’Italia“, gli attori sono stati rispettivamente Annalisa Santini, nel ruolo della monarca Cristina di Svezia (1629 – 1689) e Daniele Squassina, nella figura del noto intellettuale Renè Descartres, ovvero Cartesio (1596 – 1650).

La loro applaudita rappresentazione, nell’ambito del convegno intitolato “Ignoranza, Curiosità, Dubbio e Luce”, ha sostanziato quell’incontro d’inizio primavera che, nel calendario del 2019, ha coinciso con il pomeriggio dell’ultimo sabato di marzo, quale spazio dedicato all’evento pubblico in cui tale interpretazione si è espressa dopo i saluti introduttivi del delegato magistrale, Amodio Di Napoli, e nell’accompagnarsi, in seguito, alla relazione conclusiva di Giuliano Boaretto, delegato alla cultura in seno all’istituzione organizzatrice di questo appuntamento culturale.

La realtà storica depone per la veridicità degli intercorsi effettivamente avuti da Cartesio con questa regina svedese, costituendo la base per ciò che ha ispirato la trattazione del pensiero di tale filosofo francese in relazione alle interessanti potenzialità di riflessione, proprie delle formule matematiche e geometriche, a riscontro del fatto che, per un’indagine intellettuale, queste discipline scientifiche rivestono un’appropriatezza speculare al nesso degli ulteriori contenuti di rimando che le medesime tendono a rappresentare, come, fra l’altro, ha affermato George Washington: “In una certa misura, la scienza dei numeri non è solo un requisito indispensabile in ogni percorso della vita civile; l’indagine sulle verità matematiche abitua la mente al metodo e alla correttezza del ragionamento ed è un’attività particolarmente adatta all’essere razionale“.

Analogo pronunciamento, nell’ambito della suggestiva ambientazione scenica ricreata in un’ipotetica e plausibile circostanza, di fatto contraddistinta da un mattiniero consesso fra la regina ed il filosofo, si è pure manifestato nel fare declamare a Cartesio che “faremo anche della buona filosofia, perché il procedere matematico, ordinato e rigoroso, è il modello di ogni corretta e fruttuosa indagine“.

Cristina di Svezia che, storicamente, lascerà la corona per poi trasferirsi a Roma, esprime, nel dialogo a due, la propria smania verso il sapere che, in questo caso, ha di che soddisfarsi in Cartesio, il quale, è altrettanto vero, lascerà la scena di questo mondo proprio soggiornando nella corte della regina.

Al centro del loro confrontarsi sui “massimi sistemi”, Maurizio Lovisetti ha ricreato il discettare sul pi greco, quale “valore trascendente” che, al di là del mero uso strumentale in cui nella geometria risulta certamente funzionale, costituisce la peculiarità misteriosa di un dato a cui ci si può avvicinare, ma senza mai, però, poterlo raggiungere del tutto, in una stretta ed ultimativa precisione millesimale.

Ciò ha, fra l’altro, ispirato le parole di Giuliano Boaretto, riferendosi pure al Rapporto fra scienza e quel che scienza non è, cioè quel che non può essere misurato che non ha numero ed estensione. (….). Che cosa rappresenta Cartesio in questa storia? Dall’inizio del Seicento fino ai primi del Settecento, la filosofia che è chiamata metafisica, entra in contatto importante, fondamentale, con la filosofia naturale che è una scienza. (…) Il pensiero degli studiosi che sono scienziati, ma anche filosofi contemporaneamente, si concentra, in questo caso, sulla realtà (…) su quali sono i rapporti fra l’uomo e Dio. (…). Cartesio cerca, come tutti i pensatori, di trovare una soluzione pacifica ad una guerra, cosiddetta di “religione” che durava da trent’anni. (…). In questo trova qualcuno, molti che la pensano come lui, per esempio, i Rosacroce. Il movimento dei Rosacroce si basa, si fonda sul rapporto tra scienza e religione. Nella massoneria esiste un grado che è il grado del “Rosa Croce” appunto, in cui questo rapporto viene studiato ed approfondito. (…) Questi aspetti dei rapporti tra razionale, mente umana, ragionante, ed irrazionale, rientrano in un rapporto che dura tuttora, solo che il parametro chiamato ragione è cambiato. Nella ragione di Cartesio, e non solo nella sua, la ragione fondamentale è la ragione matematica, numero e misura. Quel che non è numero e misura, non è razionale. Dio non è numero e misura, se non inteso come infinito, e quindi non è razionale. Qual è l’iter del pensiero cartesiano? E’ il dualismo: “res extensa” e “res cogitans”. E’ un limite che Cartesio cerca di superare con questa “ghiandola pineale”. Ma quello che conta è che ci si ponga il problema che un rapporto deve esserci, tra il punto e la “res extensa”. Tanto che considera chi non ragiona, come una macchina.

Ma perchè aveva un senso il distinguere fra “res extensa” e “res cogitans”? Perché chi studiava la “res extensa” rispondeva alla ragione, al numero ed alla misura e non rispondeva affatto ai precetti della Bibbia, della Chiesa o ai dogmi della stessa Chiesa Cattolica. (….) Il dubbio cartesiano: “cogito ergo sum”: era un tentativo di dare esistenza all’uomo, non come emanazione del divino, ma come essere pensante. Solo che, come poi la scienza e la filosofia hanno dimostrato, il “cogito ergo sum” è un riflettersi nello specchio. Il problema è che si può dire “cogito ergo sum”, ma anche “sum ergo cogito”. (…) Quindi è nell’ergo, nel principio di causalità necessaria, il punto debole. In realtà, però, questo punto debole ha anche degli elementi interessanti e molto produttivi: sia per la scienza che per la filosofia, per il pensiero Occidentale. E’ quello che si chiama punto ritorsivo. Una cosa si specchia sull’altra e reagisce sull’altra. E’ il rapporto che si costituisce nella coscienza che si chiama consapevolezza, dove “ergo” è anche la causa. Ma cosa conta tutto questo oggi? Oggi siamo di fronte ad una scienza che risponde a paradigmi diversi. Il concetto di numero e di misura sono estremamente collegati (tempo / spazio). Ma sono collegati in un modo ritorsivo: l’una è relativa all’altra. Principio di relatività generale che non vuol dire che tutto è relativo, come quando si afferma che “tutti gatti sono grigi quando cala il sole”. Vuol dire, invece, che tutto è relazionato al tutto. Questo, però, non era estraneo al pensiero del Seicento e neanche al pensiero di Cartesio, il quale, ogni volta, diceva: “Badate bene quando si studia un problema che non ci si può limitare al numero ed alla misura. Bisogna tener conto di tanti altri problemi di contorno“.

Quindi, bisogna richiamarsi ad altre scienze. Alla filosofia, alla teologia., etc..etc… Dicevamo, oggi la scienza ha paradigmi diversi. Per esempio, abbiamo detto relazione del tutto con il tutto. Quindi, olismo, in un certo senso. Ma, un altro elemento è che il principio di causalità e di causa efficiente è diventato molto problematico. (…) Nella dinamica della fisica quantistica, talvolta, l’effetto precede la causa. Anche la geometria e la matematica sono cambiate. Le geometrie non euclidee che sono in un numero rilevantissimo. Quindi, la possibilità di misurare lo spazio non più a tre dimensioni, ma a dieci, a venti, a trenta dimensioni. Che cosa serve tutto questo? Serve a mandare i razzi sulla luna, su Marte, per esempio. Un altro elemento che caratterizza la cultura di oggi è la psicanalisi. Non è che nel mondo antico o tra i contemporanei di Cartesio non ci fosse chi si occupava di psicologia. Lo stesso Cartesio si occupa di psicologia, non di psicanalisi. Ma già in Agostino, nelle Confessioni voi trovate una ricerca di come funziona lo spirito umano, nella sua cadenza, nella sua periodicità.

(…) Oggi, però, la psicanalisi è diventata una filosofia, non una terapia, cioè un modo per approcciare la realtà. Sono cambiati quelli che gli studiosi chiamano i paradigmi del pensiero scientifico. Nessun pensiero scientifico può prescindere da queste cose. Dal rapporto tempo spazio. Dalla relazionalità di ogni evento. Dal cosiddetto “effetto farfalla” che va di moda citare in questo momento. Dall’importanza del pensiero scientifico sulla osservazione della realtà. Dal modo in cui si ragiona che è un modo duale. Il dubbio cartesiano è diventato il trionfo della dualità. (…). Il dubbio è il riconoscimento della dualità. Ma che cosa ci dicono le scienze della mente? Che dove riconosci la dualità, apri alla possibilità che ci possa essere qualcosa oltre il due. Che ci sia un tre, un quattro, un infinito, un numero irrazionale. Un rapporto fra due approcci, un rapporto fra due numeri dove la ragione entra in corto circuito, ma un corto circuito che non la spegne, ma la apre, la porta oltre il due. (…) Quando la realtà ti porta di fronte al bianco o al nero, ricordati che ti stai imbrogliando da solo, perché la verità sta nel rapporto fra il bianco ed il nero: non nel bianco, non nel nero. Periodo, il nostro, di grande vivacità di pensiero, di grandi sviluppi della scienza. Checché se ne dica: di grandi miglioramenti della nostra vita. (…) Quindi attualità del pensiero cartesiano, del pensiero del Seicento, attualità del dubbio, come rifiuto di una verità raggiunta una volta per tutte. Quando uno ti dice: “io ho ragione finché non mi dimostri che io ho torto”, ti sta fregando, perché la realtà non è così. Perchè la realtà è che, nella tua ragione, esiste un piccolo torto, ed in me esiste una parte della tua ragione e del piccolo torto e quindi è nel rapporto, nell’armonia che vuol dire tenersi assieme, far sì che nella dinamica degli opposti, si riesca a trovare il filo conduttore di una storia che vada al di là del nostro volere individuale. (…)“.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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