Come punto fermo, fra le trasformazioni in atto, si apriva la possibile visione di quanto era ritenuto un prossimo futuro intuibile, mentre, ancora, lo si cercava, affacciandosi da una sua certa soglia accessibile.

Nel bel mezzo del Novecento, uno sguardo attento sembrava si soffermasse sulla dimensione rivolta all’attesa di una serie di risultati da poter utilmente perseguire, oltre il più riguardevole orizzonte in divenire.

Cifra dell’uomo, sulla strada ancora indirizzata a raggiungere il fascinoso satellite terrestre, come in letteratura, prima accaduto nell’Orlando Furioso, una volta Alstolfo giunto sulla Luna, pare fosse per quell’epoca una spinta motivata a crescere nelle sfide da mandare ad effetto, secondo una ambizione unita a ciò che oggi pare all’evidenza, apparire, invece, strategicamente disatteso, entro una povera e renitente congiuntura di progettualità smarrite.

Allora, in quel 16 maggio 1954 alcune finalità, aleggianti su mire sospese, gravitavano lungo la linea di lettura di giornali funzionali a svelare intriganti piani in evoluzione, nello sfoggiare, come nel quotidiano Giornale di Brescia”, certi titoli pari a quello espresso dall’annunciare “Viaggeremo su leggere automobili carrozzate con materie plastiche”.

Oggi, materiale proprio di un diffuso dato acquisito, ma, in quel tempo, risultava, al contrario, una novità rappresentata dal fatto che “(…) Le resine sintetiche primeggiano, ormai, anche tra i materiali interessanti l’industria della motorizzazione e dei trasporti, e lo dimostra la varietà delle applicazioni nel campo automobilistico, ferroviario ed aeronautico, nonché in quello marinaro e motonautico. Vele e reti di nailon, un fuori bordo in poliestere, accessori per la pesca subacquea, formavano, alla fiera, un insieme attraente che costituiva il tecnicismo della rassegna e bene si inseriva tra le carrozzerie d’automobile pure in resine poliestere di cui erano presentati anche pezzi staccati. La loro messa a punto può considerarsi, ormai, ultimata – per la prima volta in Italia – dimostrando che ci si avvia verso la costruzione di carrozzerie completamente in materia plastica, una delle quali è stata esposta nel salone dell’autombile di Torino. (…)”.

L’eco dell’industria automobilistica, tipica dell’importante capoluogo piemontese, si effondeva tra quanto giornalisticamente era osservato nella diretta partecipazione ad una manifestazione fieristica milanese, avvenuta in quei giorni e citata, in quest’articolo, da un tal Giusè Trisselvi che firmava il proprio articolo, sostanziandolo con vari altri particolari, appunto, desunti da una non meglio specificata fiera di Milano, secondo un presumibile appuntamento di settore, che, allora, sembrava non facesse, forse, troppo confondere, rispetto, cioè, al rendere indispensabile indicare entro quale evento espositivo fosse stato in essere.

Se, nel puntuale dettaglio del precisare ciò di cui si andava, per così dire, a parlare, era data evidenza all’aglofon, presentato come “la più recente resina sintetica della produzione italiana”, si inseriva, poi, in un altro ed ulteriore intervento di stampa il sentenziare, nell’ambitio di un numero dello stesso quotidiano, abbinato all’uscita, varie settimane più in là, del primo luglio 1954, che “il futuro è già cominciato”, in cui, ragionevolmente, visto l’insieme delle criticità, in seguito, davvero seguite nei decenni a venire, si riferivano considerazioni anteviste, “fasciandosi la testa prima del tempo”, come si usa dire, ma a ragion veduta, rispetto ai riscontri in una tal misura verificatisi, nella subentrata e veridica affermazione di un loro problematico assortimento.

Una riflessione, argomentata con tanto di citazioni, che si calava nella pagina dove il compiersi dell’attualità riceveva, pure, spazio per la divulgazione delle notizie attinenti, invece, le proiezioni cinematografiche delle quali tracciare l’evidenza di ciò che, a Brescia, rappresentasse parte dell’attenzione evasiva del momento, come nel caso del profilarsi della pellicola della nota e popolare coppia di attori “Gianni e Pinotto”, questa volta impegnati “contro l’uomo invisibile”, come pure, in un altro cinema cittadino, pare fosse la volta della visione del film “Paese dei Campanelli” con Sophia Loren, mentre altri attori ancora, anch’essi destinati ad imprimere per molti anni un proprio carisma alla produzione filmica del Belpaese, erano annunciati con “Cafè Chantant”, per l’interpretazione, fra gli altri, di Ugo Tognazzi e di Nino Taranto.

Anche a fronte di queste rappresentazioni cinematografiche, contraddistinte ovviamente dagli aspetti di quei giorni, un balzo in avanti nel tempo rivelava una sorta di distanziamento rispetto alla quotidianità, entro la quale l’istante bruciava il proprio simultaneo riferimento, per aprire, con una differente proposta di lettura, un orizzonte d’indagine rispondente ad un differente intento.

In questo caso, si era trattato del contemplare la pervadenza di aspetti, giudicati assimilati a quelli ritenuti prima futuribili, ma già nella realtà di allora, un tal cronista, qui individuabile con la sola sigla “d.c.”, riportava la precisazione che “Il futuro è già cominciato” fosse il titolo di un libro di un giornalista svizzero, Robert Jungk, che, prendendo atto di ciò che stava accadendo, in ordine ad investimenti di ricerca con metodiche d’avanguardia, avvisava, fra altri particolari, che “(…) l’uomo è un freno per il progresso e bisogna sostituirlo ovunque sia possibile con una macchina. Di qui, spiega il nostro giornalista – lo straordinario sviluppo dei robot, degli automi meccanici, dei cervelli elettronici, primo fra tutti quello stupefacente “oracolo elettronico” (il cervello meccanico gigante del Centro Americano di Statistica) che fu consultato per ordine della Casa Bianca, in una delle recenti svolte della vita politica americana e il cui responso determinò le decisioni del Presidente. Robert Jungk non perde occasione per denunciare le aberrazioni cui va incontro la “civiltà atomica” e i sempre nuovi ostacoli contro i quali, del resto, viene ad urtarsi la volontà di trasformazione del mondo e gli scacchi ai quali essa debba ressegnarsi. Racconta, ad esempio, di un colono che, un mattino, trovò davanti alla porta di casa diverse migliaia di copie di una rivista, perché il robot incaricato di stampigliare gli indirizzi degli abbonati si era incantato. E racconta l’allevatore di polli che aveva scoperto il sistema di iniettare degli ormoni nei suoi galletti per farne poi dei capponi castrandoli chimicamente che ebbe la sorpresa di perdere la clientela perché su certi consumatori gli ormoni avevano prodotto gli stessi sintomi che sui volatili. Quanto alla natura, quando viene sconvolta, non tarda a vendicarsi: i pomodori rifiutano di maturare tutti insieme, i meloni non fanno più i semi, il Pacifico minaccia di inghiottire quel nuovo “Paradiso Terrestre” che è la “Imperial Valley, ora che, il Colorado, il cui corso è stato deviato, non sbarra più la strada alle onde dell’oceano accumulando alla foce depositi alluvionali. Giusta rappresaglia – dice sarcastico John Jungk, indignato della siringa del fecondatore artificiale e dalle pretese degli esperti dei centri agricoli di modificare perfino la struttura delle sementi per ottenere quelle nuove specie – opportuna rivincita della natura sulle “manifestazioni di una vasta impresa il cui fine ultimo è la violazione dei principi stessi della vita”.