In un mausoleo in fronte al lago, riposa il generale commemorato con il titolo di “Maresciallo d’Italia” che è specificato nello stesso monumento sepolcrale, a lui dedicato. Il manufatto, aperto ai quattro venti, appare come una cupa piramide solennemente presidiata da gigantesche statue virili, prominenti in possenti e rassegnate rappresentazioni marziali, realizzate a stretto rilievo delle sue scure pareti perimetrali.

A Pallanza (Verbania), in vista del così chiamato “Isolino di San Giovanni”, si erge il monumento funebre che rimarca, in un’arcana struttura, la nota figura di questo militare.
Negli anni più drammatici della sua vita, aveva comandato schiere e schiere di soldati, ad ondate, progressive, tragiche e micidiali, nella somma sanguinosa di assalti letali, contro le linee austroungariche e tedesche, assestate in posizioni dominanti, come su aspri altipiani e su impervi territori montani. Era la logica offensiva denominata “Attacco frontale e ammaestramento tattico”, oppure, in altro modo, sintetizzata con il termine di “spallate”.

Dolorosa pagina di storia, quella notoriamente definita, da papa Benedetto XV, una “inutile strage”, nel testo di un’emblematica esortazione pontificia inviata “Ai capi dei popoli belligeranti” (1917).

Il generale Luigi Cadorna (1850–1928), originario di Pallanza, era il capo di Stato Maggiore delle forze militari italiane al momento della disfatta di Caporetto (1917) e durante le prime fasi del conseguente strutturarsi della presa di posizione difensiva delle truppe italiane sul fiume Piave. Come è versificato nelle strofe della famosa canzone d’epoca, “La leggenda del Piave”, al di là di tale fatidico corso d’acqua, non passerà “lo straniero”.

Intanto, dopo lo sfondamento di Caporetto, ad un generale ne subentrava un altro, restandovi fino alla fine vittoriosa del Primo Conflitto Mondiale: Armando Diaz (1861-1928), al posto, appunto, di Luigi Cadorna. Ad entrambi, un certo numero di vie e di piazze italiane riservano la dedicazione della toponomastica locale, a favore dell’uno o dell’altro, oppure anche in omaggio a tutti e due, ascritta alla comunità che ne ha capillarmente disposto la peculiare commemorazione nominale, mediante un dichiarato provvedimento formale.

Altrove ci si limita, tutt’al più, ad una via o ad un piazzale. Qui, a Pallanza, oltre alla via omonima, al generale Luigi Cadorna è stato eretto tanto di monumento funebre, su progetto di un celebre architetto di fama nazionale. Il noto comandante ha associato alla sua memoria il panorama del lago Maggiore dove lo sguardo si volge all’orizzonte delle isole borromee.

Una lapide, nel reticolo di strade di questo centro abitato piemontese, ne testimonia, invece, la nativa contestualizzazione territoriale riguardante il medesimo personaggio, per la sua origine profilatasi da questa località lacustre della provincia Verbano Cusio Ossola.

Fondendosi con Intra, l’antica Pallanza aveva dato ufficialmente vita all’attuale comune di Verbania, nato alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale e mantenutosi tale anche dopo il mutare dell’impianto statale, sopraggiunto vari anni dopo la morte dello stesso generale.

Ora, tale opera lapidea pare contendere il proprio solenne effetto prospettico con la visuale che, l’edificio su cui è posto, riserva alla “Osteria degli Specchi” che, al civico dieci di via Cadorna, coesiste, nella insegna enogastronomica sancita dal motto “Vino e roba cotta”, insieme alla non lontana epigrafe ispirata al generale, per ciò che concerne, appunto, la sua casa natale.

La lapide, diafana e marginalizzata nell’apparenza defilata alla quale sembra, nel frattempo, consegnata, recita l’apostrofarsi di un’aulica dedicazione celebrativa: “Città di Pallanza – In questa casa il 4 settembre 1850 Luigi Cadorna apriva gli occhi alla luce fidenti attorno alla sua culla i grandi Fati d’Italia – Auspice Associazione della Guerra 1933 – A. XII”.

Dell’anno prima è, invece, il mausoleo sul lungolago accennato, inaugurato nel 1932, su progetto dell’architetto Marcello Piacentini, con tanto di manifestazione accompagnata dalle note musicali della “Marcia Reale” e con i discorsi di Costanzo Ciano (1876-1939) e di Carlo Delcroix (1896–1977) espressi in linea con quanto è pure, in parte, attestato nelle scritte all’interno della conica struttura, circondata da una dozzina di statue di militari, rappresentative delle dodici battaglie avvenute durante la gestione di Cadorna della “Grande Guerra”.

All’interno, anche la figura del Cristo, appiccicata alla parete, nella porzione in alto rivolta al lago, che appare come nell’apice tradizionale della crocifissione, ma senza la croce, assomigliando, in tal guisa, a quei tanti soldati che avevano perso la vita, restando impigliati, come sul fare del supplizio messianico, a braccia perpendicolari, nel terribile filo spinato, falcidiato dalle inesorabili mitragliatrici nemiche.

A proposito della figura del combattente, catapultato nella Prima Guerra Mondiale, il perimetro scultoreo del mausoleo ne esemplifica il caratteristico sembiante, nella complessità del loro insieme esorbitante pure nel corredo con cui tali sagome sono ritratte plasticamente, in un anonimato imperante che pare possa acquisire anche un nome, per il tramite di un vicino cippo, analogamente patriottico, che è presente, in una più esigua mole ed in una più essenziale rappresentazione, nel giardino pubblico attiguo.

Qui, questi colossi, potrebbero ritrovarsi nel monumento che è dedicato, invece, a quanti hanno il proprio nome scritto nell’elenco di una fitta sequenza di identità perdute, inghiottite dalla tragica ecatombe bellica incoronata da giovani esistenze, nella fine terrena della loro rispettiva vicenda umana, pure tramandata, in tale semplice sede monumentale, dall’inequivocabile affermazione di “Fummo soldati d’Italia 1915-1918”.