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Osagyefo, redentore. Così venne ribattezzato Kwame Nkrumah quando portò il Ghana all’indipendenza. Ed effettivamente, Africa Must Unite, suo testamento ideologico-politico, è una storia di redenzione.

Nel suo libro, che esce prossimamente per la prima volta in Italia dal 1963, anno della prima pubblicazione, anche grazie al contributo della Fondazione Dominato Leonense, Kwame Nkrumah ci accompagna nel lungo viaggio verso l’autogoverno del suo Ghana attraverso i passi che il paese coloniale dovette compiere per rinascere nazione dal punto di vista politico, economico, sociale, culturale.

La prima
redenzione fu da un modello economico colonialista basato sulla politica di esportare i ricchi giacimenti di materie prime per produrre semilavorati e prodotti finiti in madre patria e poter importare di nuovo il prodotto finito nelle colonie, importanti mercati di sbocco per le industrie colonialiste. Questa politica, imposta dalle potenze coloniali all’unico scopo di garantire il proprio arricchimento, aveva portato il Ghana a paradossi come quello di non avere nemmeno un’impresa produttrice di cioccolato sul proprio territorio nonostante il paese fosse il maggior produttore al mondo di cacao. Oppure, aveva creato casi di ordinario colonialismo come per le patate della Costa d’Oro, antico nome del paese, giudicate non adatte al consumo umano.

Dato che il bisogno primario delle amministrazioni coloniali era quello di estrarre le ricchezze delle colonie per trasferirle in madre patria, ogni attività a beneficio dei locali era puramente incidentale: di fatto, i profitti derivati dalle materie prime non venivano condivisi con il lavoratore della colonia né reinvestiti in lavoro pubblico o servizi sociali, ma costruire strade e porti o istruire gli africani erano attività funzionali a quella estrattiva. Così, diamanti e oro portarono il treno in Sudafrica mentre minerali e legname furono la spinta motrice della ferrovia ghanese e fecero nascere il porto di Takoradi.

La seconda redenzione, quindi, dopo quella economica dal commercio e la produzione di materie prime verso l’industrializzazione del paese, fu quella dal blackout istruttivo e dalla negazione del passato di un continente. Nel 1950, il 99% della popolazione del Mozambico era analfabeta.
Nel 1954, dei 6 milioni di Africani che vivevano in Africa, solo 5000 frequentavano una scuola primaria, 73 la secondaria e 42 corsi professionali di formazione industriale. “Quando un’intellighenzia destata emerge da un popolo sottomesso”, diceva Nkrumah, “essa diventa l’avanguardia della lotta contro la legge straniera”, per questo il colonialismo ostacolò sempre la creazione di strutture educative volte all’istruzione degli africani nelle colonie, finchè non divenne caro importare ufficiali inglesi e le comunità commerciali europee non iniziarono ad avere bisogno di lavoratori africani più qualificati.

Ma l’istruzione fu un bene sempre concesso con avarizia. Per questo motivo, oltre che filosofo e teologo, Nkrumah fu insegnante per un periodo della sua vita e, all’indipendenza del Ghana dal Regno Unito, si trovò a dover colmare con politiche istruttive l’assenza di un corpo di tecnici e amministratori africani. I modelli educativi dell’epoca erano plasmati su quelli britannici e i pochi africani istruiti venivano formati per diventare copie inferiori degli inglesi, loro caricature da deridere al primo errore grammaticale. I loro libri di testo erano inglesi e parlavano della storia e della geografia anglosassone, del modo di vivere, delle abitudini e delle idee degli inglesi, perfino della loro meteorologia!

Oscurato il glorioso passato del continente africano, quando, un esempio fra tutti, Timbuktu scambiava propri studiosi con la Spagna e i più importanti centri studi del mondo islamico, gli africani venivano informati di non avere un presente e per questo, non potevano avere un futuro. Il ricambio amministrativo tra i nuovi tecnocrati autoctoni e gli inglesi in partenza fu graduale: i nuovi impiegati statali dovevano essere non solo dei leader ma un esempio per le persone che servivano, dei pionieri. Era a rischio un’intera rivoluzione e la ricostruzione di un paese se anche questa parte del piano di redenzione non fosse stata condotta “with heart as well as head”, con la testa e con il cuore.

La ricostruzione di un paese passò anche per la ricerca di capitali all’estero, in un delicato equilibrio che permettesse investimenti diretti senza degenerare nello sfruttamento, per compensare il mancato accesso al credito degli imprenditori africani da parte delle banche britanniche, dato che il sistema di proprietà della terra ghanese non prevedeva la proprietà privata. Per questo motivo fu necessario instillare la parsimonia ed il risparmio nella vita quotidiana degli africani: risparmiare era necessario per costituire le riserve di capitale necessarie allo sviluppo e per fare questo nel Ghana di Nkrumah si introdusse il risparmio obbligatorio, si tagliarono le importazioni di beni considerati non essenziali, si costituì una filiale dedicata ai risparmi presso la banca nazionale e si ampliò la rete postale per rendere capillare la possibilità di depositare.

Ma Africa Must Unite è anche la storia della redenzione di un intero continente, perché “nessuna singola zona dell’Africa può considerarsi sicura, o libera di svilupparsi appieno e indipendentemente, fintanto che una qualsiasi delle sue parti rimane non liberata, finché il vasto patrimonio di risorse economiche continua ad essere sfruttato da interessi imperialisti e neocolonialisti”. Nkrumah era fermamente convinto che solo unendo l’Africa politicamente sotto un governo di unione panafricana si potevano risolvere i problemi politici ed economici di ognuno, perché solo con un’Africa unita il mondo avrebbe iniziato a rispettare gli africani e gli africani sé stessi.

Nacquero così i primi esperimenti di Unione di stati africani, prima tra Ghana e Repubblica di Guinea, poi tra Ghana Guinea e Mali, che si spinsero fino alla firma di un vero e proprio statuto e alla pianificazione della fine delle barriere doganali entro cinque anni dal primo gennaio del 1962, dopo un lungo dibattito sulla necessità di partire da una unificazione politica per approdare a quella economica o viceversa.

A testimonianza del fatto che la redenzione del Ghana e dell’Africa e il pensiero lungimirante di Nkrumah ispirarono anche i padri fondatori dell’Unione Europea, oltre a porre le basi degli Stati Uniti d’America di oggi attraverso quel laboratorio culturale e di diritti civili che furono Accra e il Ghana a cavallo degli anni cinquanta, dove Malcom X e Martin Luther King erano di casa e Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald contribuirono a far nascere un nuovo stile musicale, a metà strada fra la musica locale e il jazz.

Far rivivere, quindi, oggi le idee di Nkrumah è ridare all’Africa un passato e riconoscerle a pieno titolo il ruolo di madre anche della nostra civiltà. Ciò che siamo oggi lo dobbiamo anche a lui.

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