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Giuseppe Garibaldi, in provincia di Cremona, nel 1822.
Un pezzo di terra, fra i fertili campi della pianura cremonese, si legava al suo nome.
Non lontano da una delle serpiginose anse fluviali del Po, aveva comperato un appezzamento chi, all’anagrafe del tempo, era iscritto con tali cannotati identitari di pari riferimento.

Ne riportava la notizia la “Gazzetta di Milano” del 28 novembre 1822, in un ennesimo annuncio ripetutamente messo in stampa perchè chi avesse avuto un qualche credito pregresso su tale proprietà si facesse vivo, in modo da completare la pratica immobiliare che aveva sancito il cosa passasse all’acquirente già, nel frattempo, divenuto titolare di questa vasta zona campestre.

Era un tal Giuseppe Garibaldi di Cremona. Non si trattava del cosidetto “Eroe dei due mondi”: all’epoca non aveva che quindici anni e, lungi da qualsiasi attività in ambito rurale, si apprestava, invece, a fare il mozzo su qualche nave.

Del futuro generale, nel tempo da allora in poi a venire, presente in monumenti ed in lapidi commemorative, sparse in ogni dove, fra le maggiori località dello “Stivale”, pare, fra l’altro, si conosca che il suo primo imbarco si sia ufficialmente verificato un paio d’anni dopo, nel corso del 1824, prendendo servizio come mozzo sulla nave Costanza, dando corpo ad una qualifica per la quale era già stato formalmente iscritto nel 1821, nell’apposito registro di reclutamento marittimo in forza ad un servizio mercantile, in cui, a Genova, vi è traccia di questo suo esordio giovanile.

Intanto, un suo omonimo, non del pari famoso, se non fosse che del tutto identico all’appellativo dell’altro dal conclamato destino, invece, quanto meno avventuroso, faceva affari nel cremonese, concludendo la compravendita della “Possioncella” a Motta San Fermo, nei pressi di Casalmaggiore, per il tramite di una cessione, avvenuta per via giudiziaria, che risultava riferita a parte dei beni della “marchesa Rosa Ragazzi, vedova del fu conte Giuseppe Guadagni”.

Nè più, nè meno, che una risorsa fondiaria, coltivata a podere e munita pure di alcune piante di vite, secondo il laborioso costume del tempo, dove l’aratura andava a riguardare l’estensione stessa mediante la quale tale risorsa terriera era proporzionata, fra le unità di misura testualmente indicate in tavole ed in pertiche, nella somma complessiva di circa 9 ettari, secondo le indicazioni emanate nel documento sottoscritto “Dall’imperial Regia Pretura di Casalmaggiore 31 agosto 1822, l’Imperial Regio Pretore, Calegari (Terza pubblicazione) Dott. Granata cancelliere”.

Pratica analoga, andava, fra le altre pure menzionate in questa antica edizione di giornale, a trattare, nel bresciano, la località sede, nel vicino retaggio storico di quei giorni lontani, di una già perduta struttura abbaziale, come appunto lo era stata Leno con quell’abbazia che ne aveva contraddistinto cenobiticamente il territorio, per esser stata poi la stessa abbattuta sul finire del Settecento.

Qualche decennio dopo, non un monaco, ma un prete, tal Antonio Ventura, aveva visibilità nella stampa a lui postuma, per via della sua eredità che andava vagliata alla luce di una qualche pretesa altrui, in ordine a pendenze creditizie, rispetto alla figura beneficiaria della “erede istituita Claudia Ventura”.

Anche in questo caso, si chiamava a raccolta, entro un dato termine di tempo perentorio, “il concorso generale dei creditori, per le sostanze mobili ed immobili di detta eredità”.

Tutto questo a Leno, “dall’Imperial Regia Pretura il 30 ottobre 1822”, nell’edizione edittale, ospite della testata giornalistica divulgata con data 28 novembre seguente, nel segnalare, fra l’altro, di tale spaccato leonense, l’appuntamento ai “creditori di comparire avanti questa pretura il giorno 2 dicembre p.v. alle ore 10 antimeridiane per procedere alla nomina di un amministratore stabile o per trattare della delegazione dei creditori, e per quelle altre provvidenze che potrebbero occorrere, (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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