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Mantova, non poteva mancare il testualmente chiamato “Rosso Solferino”, per il “Gran Ballo della Croce Rossa” di fine Ottocento.

Questa manifestazione era descritta anche alla luce del colore che si distingueva nell’abbigliamento di molte dame, coinvolte per l’occasione. La Croce Rossa, formatasi, nei suoi ideali prodromi embrionali, sui sanguinosi campi di battaglia di Solferino e di San Martino, faceva proprio un colore che, di una fra queste località, aveva, in seguito, preso il nome.

Tanto più che, durante la nottata danzante, quale evento di sensibilizzazione, un indumento era personalmente sfoggiato secondo l’appellativo cromatico di tale omonima versione, nella composita varietà delle personalità alla moda che avevano animato questa benefica rappresentazione.

A margine di questa riuscita iniziativa, il cronista della “Gazzetta di Mantova”, si sbizzarriva, nell’edizione del quotidiano del 16 gennaio 1889, con un ammirato e con un poco forse divertito elenco di nobildonne che avevano concorso al buon esito di quest’appuntamento, funzionale a promuovere l’utile opportunità di una raccolta fondi per il tramite di un partecipato assortimento di sostenitori, fattivamente disponibili a condividerne l’intento filantropico, interpretato dal medesimo sodalizio nel suo, già, allora, invalso ed apprezzato cimento.

Con un non meglio specificato svelamento delle iniziali, collocate a termine dell’articolo, di “D.S.”, il giornalista, dopo aver dedicato un particolareggiato affresco alle figure notabili, fra le molte persone altolocate partecipanti, informava che “l’incasso è stato eccellente: si son superate le 2500 lire. E notasi che le spese sono relativamente lievi in grazia delle generose contribuzioni del marchese Di Bagno il quale fornì i fiori e le piante – la marchesa con gentile pensiero inviò un magnifico stemma della Croce Rossa, composto tutto di camelie bianche e rosse – del signor Bonoris che offrì 300 lire, del signor Ciro Barbetta il quale provvide al riscaldamento e della società del gas che offrì gratuitamente l’illuminazione“.

Se i colori emergevano anche dalla scelta floreale, propria della menzionata composizione di camelie, per parte bianche e per altra loro parte rosse, la disamina coloristica delle nobildonne accorse in buon numero a comporre il mosaico delle tante interpreti della società mantovana dell’epoca che avevano dato riscontro alla proposta solidaristica, si stemperava nelle attente informazioni del resoconto giornalistico dedicato a quella manifestazione che risultava, pure fattibile, a quanto pare, di essere osservata in una luce di costume, a margine della moda dell’epoca, in una chiave di curiosità e di evasione, in una sorta di passerella stesa nel corso contestuale di una matrice solidaristica.

Ad esprimere tutto ciò, le parole dell’articolo accennato: “(…) Contessa Fanny Magnaguti Revedin, all’eletta gentildonna, alla solerte vicepresidentessa del Comitato, alla principale e più attiva organizzatrice del ballo della scorsa notte, i primi onori – ricca toilette in gros azzurro a fiorami; la marchesa di Bagno, dal profilo purissimo, regale, in nero; attorno al collo ha otto giri di perle meravigliose; un collier veramente principesco, signora Beschi, pure in nero, toilette decolletè alla Stuarda, brillanti stupendi, legati in stile antico; marchesa Cavenant – Gonzaga , in velluto a falde plomb; contessa Costanza Magnaguti Revedin in raso d’ardesia, e ricami; donna Teresa Fochessati, in nero, con tablier (grembiule) oro vecchio: splendide gemme; marchesa Cavriani – Ercolani, dolce beltà castanea luminosamente vibrante, in nero; ad ogni sua movenza, i brillanti bellissimi del fermaglio appuntato al corsage e del collier avevano tutto un fluire di scintille, un balenio fulgidissimo.

E pure in nero: la marchesa Sordi – tutta una soavità di biondo – le signore Campo e Bozzini; la signora Gobio marchesa Capilupi in nero con trasparente bianco; donna Vittoria Fano dai capelli poudrès che danno al suo volto la geniale e simpatica espressione di una leggiadra dama del XVIII secolo – tablier a fiorami, ricchissime perle; signora Lanzoni dalla figura scultorea, in gros, con guarnizioni in jais. E si cambia….colore. Eccovi ora tutte le gradazioni, tutte le sfumature, tutte le più tenui nuances del rosso: dal rosso cupo, al rosso fiammeggiante. Marchesa Capilupi Pastore, in velluto e seta granato, con magnifico tablier a fiori in rilevo, un prodigio di ricamo che, dal principio della scollatura del corsage, scende sino all’estremità della gonna: una toilette, a cui Worth non disdegnerebbe di apporre la sua firma; signora Intra Baldassari, elegantissima toilette incandescente, in rosso – solferino, con sontuoso tablier di peluche dello stesso colore. (…) Signora Tamburlini, pure in rosso, attenuato da tutta una mollezza di merletti bianchi.

Il bianco: un gruppo floreale: signorine Padrazzoli, Buzzacchi, Superchi, Campo, Folte, Bassani, contessina Revedin – una nobile e gentile nostra ospite, di Bologna – signora Franceschini: acconciatura e bellezza abbagliante, marchesa D’Amico – delizioso tipo Watteau. Il rosa, in tutte le sue tonalità: marchesina di Bagno, figura luminosa e ideale che Alma Tadema potrebbe scegliere a soggetto; le belle signorine Valleuart, Milla – un’altra ospite elegante, leggiadra da Verona; signora Massarani, dal soave e irresistibile sorriso, toilette elegantissima: signora Bozzini, toilette creata con arte squisita. Passando all’azzurro: signorina Siliprandi, immagine delicata e gentile, in celeste, a fiori; e pure in celeste le signorine Ferrari, Bardelloni, Mattioli, Pugliesi e Ghirardini.

Ed ora si fondono i colori: signora Guarasci, figura pensosa e spirituale,in celeste e pizzi neri: suprema distinzione; signora De Marchi – Rosati superbo profilo orientale, in seta marrone; signora Concina, toilette riuscitissima acqua del Nilo – i lettori ci perdonino la bizzarra terminologia imposta dalla tirannia della moda – signora Ghirardini, in faille cenere; signora De Facci, una freschissima toilette direttorio, tutta una fluente mollezza di stoffa pompadour. (…)“.

La stoffa Pompadour
La stoffa Pompadour

Il “Gran Ballo della Croce Rossa” era avvenuto nel Palazzo Ducale di Mantova, sviluppandosi in un intrattenimento non solo danzante, ma anche conviviale, grazie ad un ricco menu di cui sul giornale accennato si ringraziava Ettore Bracchi, come il cronista non mancava di precisare, andando, fra l’altro, a spiegare, sottolineando il notevole numero dei presenti, rappresentativi di una risposta corale, tanto che: “(…) la folla – la parola non è davvero esagerata – che verso le due del mattino ha invaso il buffet, non fosse composta di tanti piccoli gruppi, di tante comitive, ma sibbene si sarebbe potuta scambiare per una moltitudine di amici, invitati e riuniti tutti a banchetto dalla prodigalità regale di qualche misterioso anfitrione. E questa stessa cordialità, questa stessa corretta e pur schiettissima gaiezza hanno costantemente regnato durante tutta la festa sino alle 5 del mattino – ora in cui hanno avuto termine le danze, dirette col massimo garbo dai signori Provvido Siliprandi, Attilio Norsa e Ferdinando Cristofori. (…) Per la musica – alla quale aveva provveduto l’egregio capitano De Rossi – era stato eretto, come già annunciammo, un apposito palco.

Tanto l’orchestra cittadina, quanto la banda militare che, ad un’ora del mattino, le diede il cambio, suonarono egregiamente. (…). La sala del buffet – il quale fu servito in modo inappuntabile dal signor Bracchi – illuminata a gas, presentava un bellissimo colpo d’occhio. Dell’esito finanziario della festa il solertissimo presidente del Comitato cav. Menghini – il quale ieri sera riuscì miracolosamente a moltiplicarsi – può chiamarsi più che soddisfatto”.
La manifestazione era rimbalzata in notorietà pure attraverso il giornale, pure locale, intitolato “Mah!!!”, mediante la notizia messa in prima pagina dell’edizione del 20 gennaio 1889, principiando con lo scrivere, “L’è la sera dal quindas Gennar dal famoso an mila otsent ottanta noev“.

Questo ulteriore contributo giornalistico era diffusamente espresso in dialetto mantovano, in linea con lo stile della medesima pubblicazione, più che altro, stampa periodica intesa a vettore d’approfondimento mediante un caustico piglio di ironico abboccamento, anche critico, con la realtà, rispettivamente presa a riferimento. In questo caso, non per nulla, l’occasione ghiotta, di un gran ballo, con tante dame ingioiellate, aveva qui, fra l’altro, ispirato che “(…) A proposit da magnar, voliv saveran na bella! Al pompier, chià fat al servizi interan dia festa, al Comitato al ga fat distribuir da bevar e da magnar a crepansa, e a chi, povar diavol, da vigil, carabinier e questurin – chia battù brocchetta in strada tuta la not, perchè succedes nissuna disgrazia con le carrozze, i ga dat da bevar gnanca on quartin da greggia. Che generosità pelosa!“.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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