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Brescia – Il cerchio si chiude. La famosa lettera “o” di Giotto che rappresenta la perfezione per eccellenza e la circolarità avvolgente nel periplo di una raggiunta circonferenza, assurge a figura metaforica narrante i palpiti dell’esistenza.

Pare che sia stata questa l’ideale scelta di fondo per la definizione dell’interessante raccolta di racconti di Maria Luisa M.C. Sala che, con il titolo di “Il grande cerchio”, sono pubblicati nella forma compendiata di un libro, illustrato con i disegni dell’artista bresciano Maurizio Baselli, secondo la funzionale versione editoriale realizzata dalla “Compagnia della Stampa”.

Racconti che, in parte, sono apparsi tra le pagine delle rispettive edizioni del periodico “Il folio bresciano”, per quanto riguarda gli scritti presenti nella prima metà del volume, mentre la restante mole della pubblicazione è significativa del prosieguo compositivo dell’autrice, attraverso la sua riuscita ed accattivante ispirazione.

Quell’ispirazione che pare suscitare l’effetto surreale attorno a quanto, nella circoscritta trama dei racconti, sembra pure porsi a sensibile allusione di una trasognata forza di introspezione, rasente alcuni concetti tematicamente individuati come riferimenti mirati per una ricomposizione di certe brevi vicende che preannunciano la sottile chiave di volta per la loro stessa aperta risoluzione.

Tale sfumatura di senso pare evincersi fra le pagine dedicate a “In quel giorno a Roissy” dove una tal Antonia “non molla mai e il suo istinto l’ha sempre premiata in qualche modo. Lei non ci crede e pensa di essere sfortunata, ma la sua vita è piena di aneddoti surreali che offrono qualità e senso all’esistenza”.

Contestualizzati nella contemporaneità incombente, questi racconti indugiano in quelle dimensioni che sfuggono alla mera visione di un presente narrante, per magistralmente prestarsi ad essere intercettati nel tempo pervaso da un insieme pluridimensionale sfuggente dove fanno combaciare gli estremi di una loro proiezione di vita reminiscente.

il_grande_cerchioL’impronta del ricordo sta a questi racconti, come l’oggi sta al domani per una prospettiva che bilancia lo sbocco dei vari piani esistenziali sui quali i diversi protagonisti modellano la propria interiorità, ponendola in relazione con lo svelamento dell’irrinunciabile evocazione di quanto rispettivamente vi promana da influssi sovrani.

Un accento a cui pare si alluda nel racconto “Al faro” in cui “la pigrizia di lasciarsi trasportare dalla frenesia per non fermarsi e guardarsi dentro, fingendo di scordare le cause dei malumori, non era affare di Massimo”.

Si tratta di pennellate di umanità, stemperate con maestria impressionista, come storie intense, bene assestate che, da un campionario di soggettività frammiste, costituiscono tracce riflessive per rivelare altrettante sensibilità caratteriali, in grado di offrire la via di uscita al loro stesso teorema di vita dominante, funzionale a quella condivisione apportatrice di un confronto fra personalità e fra vicissitudini, osservate nella singolarità di esperienze sgranate dalle fibre contraddistinguenti materia d’interpretazione circa l’interiorità assimilata nell’ignoto di un mondo invisibile.

Qui si muovono le controverse tensioni che vanno ad abbracciarsi nell’armonia di un benefico avvolgimento su se stessi, in una sorta di ritorno da quella fuga a suo tempo innestatasi in una corsa distratta da un passato catalizzatore di ingenerate reazioni che tornano di rimpallo a rivelare il ruolo di quelle sensazioni volte a proporre la sfida di una possibile ricomposizione fra gli affreschi emozionali nei quali, come un’allegorica corona di redenzione, il cerchio figurativamente rasenta una filosofica geometria in espansione, come simbolo dell’avanzamento dello spirito umano, in una riappacificata ed in una redenta evoluzione.

Ritrovare se stessi, in poche parole, ricomporre il mosaico con le maggiori tessere che ne delineano il disegno, nell’intensità inversamente proporzionale alla durata dei brevi racconti del libro, ma esponenzialmente lanciata nell’ampia caratterizzazione di uno stile narrativo che pare docilmente fondersi in un tutt’uno con il contenuto dipanato in una coincidente ed in un’efficace suggestione.

Una suggestione che sembra librarsi pure nello scenario rapportato al racconto “Il grande cerchio” dove, fra l’altro, a proposito della protagonista emerge quel tratto saliente nella circostanza dove “l’indiano durante i suoi passi di danza, quelli del grande cerchio, dell’antico rituale di armonia, la cercavano con gli occhi. Forse aveva notato lo sguardo spento di una ragazza che invece avrebbe dovuto essere sorridente”, in quanto, come nella prosecuzione della trama si rivela “il grande viaggio è dentro di noi, e solo dentro di noi si trova la felicità”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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