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di Bruna Amati Troletti
Valcamonica (Brescia) – Era l’8 settembre 1943, l’ultimo giorno che avremmo passato insieme. Stavamo tornando a casa da una magnifica gita di 8 giorni fatta sull’Adamello, ghiacciai e dintorni: Giuseppino Castagna, Ottavio Montiglio, Antonia Palazzi, Anna Morelli, io Bruna Amati ed una guida di Temù della quale non ricordo il nome.

Scendemmo da passo Paradiso al Tonale e, giunti a Ponte di Legno, non ci fu possibile salire sulla corriera né su altro mezzo. Alla stazione di Edolo trovammo una grande confusione di gente che voleva partire, molti arano soldati, alcuni ancora in divisa.

Nella folla incontrammo Amleto Vielmi, figlio del veterinario di Cividate, che ci spiegò l’accaduto: c’era stato l’armistizio ed il nostro esercito, praticamente sciolto era allo sbaraglio. I treni erano tutti bloccati in stazione ed a questo punto decidemmo di ritornare a casa a piedi. Quante congetture abbiamo fatto durante il tragitto da Edolo a Cividate!

I ragazzi erano praticamente felici perché con l’armistizio, la guerra era finita! Quasi ogni giorno m’incontravo con Giuseppino Castagna, perché ambedue abitavamo a Cividate, e ben presto ci rendemmo conto che la guerra non era finita! Per i giovani incominciava il reclutamento da parte della repubblica di Salò.

In uno dei nostri frequenti incontri, Giuseppino mi disse che ad alcuni ragazzi era pervenuta la chiamata alle armi e che se fosse capitata anche a lui una cosa simile non si sarebbe certo presentato, ma si sarebbe, di sicuro, dato alla macchia. Fu così che io gli proposi di fare una associazione di resistenti alla leva; ed insieme decidemmo di chiamarla “GUANTO ROSSO”. (guanto simbolo di sfida e rosso il colore della primula francese).

Con entusiasmo ci buttammo a redigere dei volantini; all’inizio erano semplici fogli dove esortavamo i giovani a non presentarsi alla chiamata di Salò. Ci dividevamo i compiti: almeno tre volte alla settimana, ognuno, oltre a preparare i volantini, prendeva una zona per affiggerli: io a Cividate e Pino soprattutto a Breno e nei paesi vicini. In queste nostre riunioni non avevamo coinvolto altre persone perché non ci fidavamo di nessuno ed anche perché temevamo che i nostri genitori venissero a saperlo.

Il tempo passava e noi ci si perfezionava: appendevamo manifesti colorati, battevamo a macchina decine e decine di lettere che mettevamo sotto le porte, assieme ai volantini, sempre esoprtando i giovani e minacciando i fascisti. Una sera alla fine di ottobre, stavo rientrando nel bosco, vicino al cimitero, quando sentii dei passi e delle voci sussurrare, mi nascosi prontamente, appena in tempo, per intravedere, nell’oscurità, scendere, dalla scorciatoia di Bienno, le sagome di alcuni uomini.

Non feci caso alla casa, ma quando, qualche sera dopo, circa alla stessa ora li risentii arrivare, ne parlai a Giuseppino che mi raccontò di aver sentito di incontri presso la canonica di Cividate. Dissi che, se mi fosse capitata una terza occasione li avrei seguiti. Pensavamo si trattasse di incontri con perseguitati politici, con ebrei, con prigionieri evasi dalle carceri fasciste e comunque sempre clandestini.

Da quel giorno mi vestii sempre di scuro con scarpe da tennis blu e tutte le sere mi accovacciavo nel cespuglio, accanto al cimitero, in attesa dei clandestini e finalmente, rieccoli! Li seguii e, con grandissima emozione, li vidi scavalcare il muro di cinta del brolo dell’arciprete. Contai fino a cinquanta e scavalcai anch’io il muro. Mi trovai in un campo di mais al buio pesto. Mi fu facile, però, orientarmi perché vidi uno spiraglio di luce uscire da una porta socchiusa che presto si aprì ed entrarono “quelli”. Mi accertai, era proprio il retro della canonica! Allora era tutto vero! Quanti commenti e quante supposizione facemmo Giuseppino ed io!

Una cosa era certa: Don Carlo faceva sicuramente del bene. Fu l’11 novembre alle ore 11 (i tre 11 per meglio ricordare) che mi presentai in Parrocchia. Don Carlo mi ricevette con cordialità, un po’ meravigliato, chiedendomi se ero andata da lui per dire delle Messe. Io venni subito al dunque; con Giuseppino, avevamo pensato di coinvolgere anche Don Carlo nel nostro movimento, però io preferii essere cauta; volevo solo spronarlo a fare qualcosa, a prendere delle iniziative… Lui rifiutò categoricamente dicendo che erano cose molto pericolose, che lui non se la sentiva, che lui era un povero prete di montagna – che cosa le viene in mente signorina?! –

Io sapevo come stavano le cose, insistevo ad oltranza e lui, non sapendo più cosa dirmi, mi raccontò che nella valle esisteva un gruppo patriottico nominato “Il Guanto Rosso” al quale io avrei potuto unirmi. A sentire quelle parole non potei più tacere: Reverendo, il Guanto Rosso sono io!- Lei??!… lei è il Guanto Rosso??!- – Si, sono io, con un amico, del quale non faccio il nome; un esercito di due persone!…- Ah… ma allora… confidenza per confidenza venga con me!- Mi portò nel suo studio dove quattro uomini sedevano ad un tavolo. -Signori vi presento il “Guanto Rosso” !-

Tutti balzarono in piedi e si congratularono, mi fecero sedere e si presentarono: Romolo Romagloli, Costantino Coccoli, il colonnello Merici ed Armando Grassi. Stavano stipulando l’atto di nascita delle “FIAMME VERDI”. Mi chiesero se potevo viaggiare. No, non potevo viaggiare perché i miei genitori erano all’oscuro di tutto. Dissi che conoscevo molto bene i sentieri delle nostre montagne, che era allenatissima, coraggiosa e che avevo una salute di ferro. Giuseppino fu molto contento della piega che avevano preso le cose. Certo era molto più di quello che stavamo facendo col Guanto Rosso! In fondo però nel nostro piccolo avevamo precorso i tempi!… Ci arruolammo felici, Giuseppino come partigiano ed io come staffetta.

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Bruna Amati nasce il 21 febbraio 1921 a Padova dove il padre Giuseppe, originario della Valcamonica, è direttore della Soc. Adriatica di Elettricità. Dopo qualche anno la famiglia si trasferisce definitivamente a Bologna. Il padre è uomo dalla personalità originale, grandi capacità professionali e brillante intelligenza .

Nonostante la sua importante posizione sociale e professionale si mantiene estraneo al regime, rifiutando di ricoprire cariche pubbliche. Fa perciò studiare la figlia privatamente per sottrarla a condizionamenti che deplora. Bruna cresce così in un clima di libertà intellettuale, con un coraggio e una coerente fermezza nelle proprie scelte, non comuni per l’epoca. Durante la guerra la famiglia si trasferisce nella proprietà di Cividate Camuno.

Bruna sente sempre più forte il desiderio di fare qualcosa in prima persona in nome di quella libertà e giustizia che sono stati i cardini della sua formazione. Fonda con l’amico Giuseppino Castagna, il “guanto rosso”, associazione segreta che prevede azioni di volantinaggio volte a sensibilizzare le coscienze sulla necessità di una rivolta attiva. Diviene staffetta e presta la sua opera tra Cividate e l’alta val di Lozio. Conosce Cappellini, Levi, Guaini, Ragnoli e tanti altri con cui stringe legami che dureranno tutta la vita.

Nel frattempo trova l’amore: è un giovanissimo partigiano, Pietro Troletti (nome di battaglia Traliccio) che, fuggito avventurosamente dal campo di lavoro in Germania, si è rifugiato con altri compagni sulle montagne. Pietro è ferito e lei ogni giorno percorre i molti chilometri che la separano da casa fino al rifugio sotto la montagna per portare messaggi, aiuti, medicine.

Finita la guerra Bruna e Piero si sposano e si trasferiscono a Bologna dove Piero cura gli interessi di famiglia, rimettendo in piedi con impegno e duro lavoro l’azienda agricola devastata dalle incursioni e dai bombardamenti. Hanno quattro figli, due maschi morti in tenera età e due femmine.

Bruna mantiene sempre viva negli anni la sua passione partigiana, rinnovata ogni anno nelle celebrazioni al Mortirolo dove con gioia si riunisce ai compagni di un tempo. Fino all’ultima partecipazione del settembre 2006 poiché Bruna muore l’anno seguente, il 13 agosto. Lascia in quelli che l’anno conosciuta ed amata un vuoto che solo il ricordo e l’esempio della sua vita possono alleviare.

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