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I fratelli Kouachi, responsabili dell’attentato al giornale Charlie Hebdo, erano cittadini francesi di seconda generazione, così come Ahmed Merabet, il poliziotto da loro ucciso senza pietà, come Amedy Coulibaly, che uccise nelle stesse ore Clarissa Jean–Philippe, vigilessa originaria della Martinica, prima di asserragliarsi nell’Hyper Chacher.

Era immigrato di seconda generazione Mohammed Bouyeri, che uccise il cineasta Theo Van Gogh in Olanda nel 2004, come lo erano gli attentatori della metropolitana di Londra del 2005.

Jihadi John, protagonista dei più efferati video di esecuzioni dell’Isis, ha uno spiccato accento inglese.

L’Europa ha scoperto improvvisamente e con terrore che il pericolo arriva da dentro, dai “jihadisti della porta accanto”, “guerrasantieri europei” che “coniugano l’appartenenza al mondo occidentale con le abilità terroristiche e la dedizione alla jihad globale”, più pericolosi e inafferrabili delle migliaia di “foreign fighters” che stanno correndo verso le fila del Califfato.

copertinaIl libro di Marco Orioles, “E dei figli, che ne facciamo? L’integrazione delle seconde generazioni di immigrati”,  era pronto per la stampa ai primi di gennaio, dopo lunga gestazione, ma i fatti di Parigi lo hanno costretto a una precipitosa aggiunta in introduzione, dal titolo “L’odio e la matita”, per comprendere la sintesi degli ultimi avvenimenti nella più ampia disamina sociologica del rapporto fra le seconde generazioni di migranti in Europa e le proprie radici musulmane, documentando aspetti chiave quali la scolarizzazione, l‘inclusione nel mercato del lavoro e la formazione delle identità.

Da lì l’analisi si sposta sul piano italiano, e in particolare su un’approfondita ricerca sulla situazione dei giovani figli di immigrati in Friuli Venezia Giulia, con dati numerici e interviste qualitative. Un testo chiaro, quasi giornalistico soprattutto nella prima parte, ma che elabora con scientificità un tema così attuale da essere finora poco analizzato.

Orioles, dottore di ricerca in Sociologia, già docente alle Università di Udine e Verona, esplora da tempo la questione della convivenza nelle società multietniche, con particolare riguardo ai rapporti tra Islam e Occidente.

In questo libro (Aracne, 2015) affronta il tema con un dettagliato resoconto dell’attentato di Parigi, per poi ricordare i prodromi di un fenomeno che interroga l’occidente sulle modalità di incontro fra diverse culture, cercando di mantenere uno sguardo super partes, ma citando i sociologi degli ultimi cento anni sul complesso rapporto fra l’odierna mentalità europea e francese, figlia del motto rivoluzionario di “Liberté, Égalité, Fraternité” e giunta ormai alla società liquida descritta da Zygmunt Bauman, e generazioni di migranti in bilico fra assimilazione, acculturazione selettiva (doppia appartenenza) e resistenza culturale, che può portare a rifugiarsi nella religione e nei valori ormai accantonati dai genitori.

“Il conflitto siriano ha attirato più jihadisti occidentali di quanti si fossero mobilitati in tutte le guerre precedenti, compresa quella che interessò l’Afghanistan dopo l’invasione sovietica”, da cui poi emerse Al Qaeda, l’attentato alle Torri Gemelle, e un fondamentale cambiamento di paradigma nei confronti dell’Islam.

L’autore elenca le diverse posizioni, da chi incolpa il relativismo moderno per aver lasciato spazio alla sua stessa negazione, o chi considera l’odio delle seconde generazioni come una reazione di classi lasciate ai margini, escluse da un capitalismo che tutto macina.

Si chiede inoltre, nella variegata galassia dell’Islam, se si possa parlare di derive violente e fondamentaliste nelle secolari interpretazioni delle sacre scritture, o se si debba considerare un’omnicomprensività originaria del dettato coranico, che non lascia spazio ad altre culture, citando studiosi dell’uno e dell’altro orientamento (fino a Joseph Ratzinger e al suo “Discorso di Ratisbona”), e lasciando aperto il giudizio.

Esempio fra tutti è la questione femminile e del “velo”, che provocò le prime crepe nel sistema laico e repubblicano francese già nel 1989, quando due studentesse, rifiutandosi di togliere il foulard a scuola, furono espulse. Il dibattito continuò, fra sentenze e rivendicazioni, fino alla legge del 2004 che ne vietava definitivamente l’uso in tutti i luoghi pubblici.

Al di là dell’originarietà o meno nel Corano di quest’obbligo, il velo finirebbe quindi da un lato per rappresentare il potere maschile sulla donna, dall’altro un simbolo di appartenenza e di difesa dall’omologazione, ripreso dalle seconde generazioni molto più di quanto fosse dalle loro madri, proiettate in una società diversa da quella di provenienza.

Quello che si credeva un “melting pot”, un miscuglio di culture di provenienza, ha ceduto il passo alla “salad bowl”, in cui ogni cultura pretende il proprio riconoscimento.

La frustrazione, la povertà, l’emarginazione delle banlieu francesi o dei “ghetti” nelle città, costruiti fra bisogno di aggregazione e reciproco supporto etnico (come le little Italy americane) e speculazioni urbanistiche hanno poi creato sacche di insofferenza, sfociate nelle rivolte parigine o nei riot londinesi degli scorsi anni.

“Delinquenza, carcere, viaggio iniziatico e islamizzazione radicale sono i quattro elementi caratteristici riassume Orioles, descrivendo il percorso dei nuovi jihadisti europei, giovani e raramente legati alla religione fin da piccoli – .

La loro personalità è segnata dall’odio verso la società, dall’esclusione sociale, dall’aver vissuto nelle periferie e da un antagonismo nei confronti degli “inclusi”, siano essi francesi gallici o di origine nordafricana. Per i jihadisti il ghetto si trasforma in una prigione interiore in cui l’unica via d’uscita è trasformare il disprezzo che nutrono per se stessi in odio nei confronti degli altri”.

Un ruolo fondamentale lo assume allora la scuola, come fattore di integrazione sociale e spinta al miglioramento delle proprie condizioni.

Da questo punto di vista l’autore rileva il preoccupante fenomeno della segregazione formativa, in tutta Italia come, in particolare, negli istituti studiati in Friuli Venezia Giulia: le iniziali difficoltà linguistiche (specie per chi non nasce in Italia), le difficoltà economiche e il basso livello di istruzione delle famiglie spingono gli insegnanti a dirigere i ragazzi verso percorsi di studio che portino velocemente a un lavoro, senza troppa qualificazione.

Se da un lato ciò ha un senso pratico, per evitare abbandoni di fronte a un percorso di studi troppo lungo e impegnativo, dall’altro questa scelta preclude spesso ogni possibile speranza di un progresso sociale, lasciando le nuove generazioni con gli stessi lavori a “cinque P” (pesanti, precari, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente) dei loro genitori.

“L’esigenza di base è quella della piena integrazione sociale dei cittadini stranieri che scelgono di vivere e lavorare in Italia offrendo al Paese un essenziale contributo per la sua crescita, senza il quale interi settori della nostra economia si troverebbero in seria difficoltà – scrive nella prefazione Khalid Chaouki, membro della Commissione Esteri, Camera dei Deputati e coordinatore Intergruppo Parlamentare sull’immigrazione, primo figlio di migranti ad arrivare in Parlamento -.

Solo il passaggio dallo jus sanguinis allo jus soli sarà in grado di colmare quel bisogno di identità, di coesione sociale e di piena partecipazione alla comunità da parte di quei ragazzi — e sono molti — che sono nati nel nostro Paese, frequentano le nostre scuole, si sentono (e sono) pienamente italiani, anche se per la legge sono stranieri”.

L’analisi dei dati friulani, e delle interviste a cento ragazzi di origine straniera (la maggior parte di origine est europea) mostrano un panorama meno fosco di quello europeo, in cui l’occupazione in settori classici dell’agricoltura e dell’edilizia non tolgono l’impressione di una integrazione complessivamente ben riuscita, con rari casi di discriminazione e il desiderio dei giovani di continuare il proprio futuro lì, integrando la propria cultura di origine con le abitudini e le amicizie nate in Italia.

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Redattore Sociale
Il Network di Redattore sociale raggruppa diverse iniziative di informazione, documentazione e formazione sui temi sociali. A promuoverle è la Comunità di Capodarco di Fermo, dal 1966 una delle organizzazioni italiane più attive nell’intervento a favore di persone in difficoltà e oggi diffusa in varie regioni. Motore di questa rete è la redazione dell’Agenzia giornalistica quotidiana Redattore sociale, nata nel febbraio 2001 ed oggi attiva su un portale web riservato agli abbonati.

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