Brescia – Alcune antiche fonti letterarie bresciane documentano una serie di interessanti informazioni a proposito di quei luoghi della provincia di Brescia, individuati nell’isola del Garda ed in Monte Isola che, nei confronti del territorio, si profilano nell’ideale corrispondenza situata in distinta analogia con quel medesimo rapporto che, nella forma invece di un libro, è intercorrente fra il ruolo del suo autore e quello del rispettivo lettore.

Una pubblicazione si riconduce a colui che l’ha redatta ed anche a chi ne legge il contenuto, similmente al modo in cui un tipico contesto geografico può essere considerato nell’originaria composizione del proprio assetto, radicato in quella caratteristica aderenza territoriale alla quale reca la speculare attinenza di un peculiare effetto.

Un libro per la cura di Valentina Grohovaz che tratta di vetusti manoscritti e di altrettanto datati volumi compendiati, colti nella preziosa rarità di esemplari ereditati dal tempo lontano di cui ne hanno distillato la caratteristica descrizione in dense pagine di scrittura, rappresenta implicitamente questa eloquente interazione di componenti e di afferenze di varia natura, promuovendo, per l’edizione della “Compagnia della Stampa” il messaggio culturale riassunto nel titolo, enunciato nei termini di “Il libro fra autore e lettore – Atti della Terza Giornata di Studi – Libri e Lettori a Brescia tra Medioevo ed Età Moderna”.

Una proposta di lettura che si presenta nel contesto di quanto nel merito è avvenuto il 21 novembre 2006 presso l’Università Cattolica di Brescia, quando, come scrive Valentina Grohovaz, nella sua introduzione alle circa trecentottantacinque pagine del volume, “Aspetti propri della realizzazione materiale, della ricezione ed infine della conservazione del libro nelle sue varie forme sono stati illustrati attraverso indagini condotte in seno alla sede bresciana dell’Università Cattolica, ma anche grazie al contributo di studiosi esterni. Tali fenomeni, fortemente caratterizzanti della cultura bresciana nei secoli, sono stati indagati nella prospettiva più ampia, accostando gli esiti di studi realizzati con metodologie diverse, proprie della storia del libro e delle biblioteche, della filologia, della paleografia e della storia della lingua. La rilevanza dei risultati conseguiti contribuisce da un lato a confermare la validità del cammino di ricerca intrapreso nel 2000 con la prima giornata di studi, e dall’altro incoraggia a nuovi approfondimenti”.

Quindici autori, per altrettanti capitoli strutturanti la composita sequenza contenutistica del libro, valorizzata pure dall’indice dei nomi e dall’elenco delle fonti archivistiche, trattano gli svariati temi che la dimensione culturale, riferita alla sopravvissuta espressione scritta di epoche remote, dischiude alla curiosità suscitata dal presente, nei riguardi del rinvenimento di testi antichi, tuttora apportatori del significato ispiratore che ad essi concerne.

Spesso questi studi sono sottesi ad un riuscito lavoro di sinergia, come nel caso delle lettere dell’erudito maestro del Quindicesimo secolo, Nicola Botano (1420 ca – 1498), “professor gramatice” di Gottolengo, in merito al quale il libro fa, in tal senso, un’esplicita menzione che è segnalata in relazione al fatto che “importanti indicazioni sono venute nel corso di questa ricerca da Angelo Brumana, generoso amico e impareggiabile conoscitore della cultura bresciana attraverso i manoscritti e i documenti d’archivio”, per la tesi di laurea di Francesca Olga Cocchi dal titolo “Nicola Botano, maestro a Brescia nel Quattrocento”, come testo citato in qualità di un interessante riferimento per la parte dedicata alla tematica trattazione riguardante “L’isola del Garda in una lettera di Nicola Botano”, sviluppata secondo l’omonimo capitolo a firma di Carla Maria Monti nella pubblicazione improntata all’accennata raccolta degli atti della “Terza Giornata di Studi – Libri e Lettori a Brescia tra Medioevo ed Età Moderna”.

Pubblicazione nella quale questi documenti rivelano una molteplicità di utili e di funzionali elementi per una differenziata lettura della storia bresciana, ricomposta alla luce di alcuni suoi significativi frammenti che, nel caso della località insulare gardesana, riportano ad una prima importante descrizione del luogo stesso, nella sua storia remota, nella fattispecie del “forse l’unico testo di una certa estensione che sia stato scritto dal Botano con esclusivo intento letterario”, indirizzato ad un tal frate Sebastiano il 31 dicembre 1459 che, a differenza delle altre lettere, “si configura come una vera e propria opera letteraria, un pezzo di prosa d’arte in cui descrive l’isola del Garda, facendo ampio ricorso alle fonti letterarie, ma con la precisione e la freschezza delle cose viste”, nel risultato di potersi pure ritenere “oltre che la più antica, anche l’unica completa descrizione letteraria”.

Dal latino, utilizzato in quell’epoca, la traduzione italiana è confezionata nel libro in un avvincente riassunto in cui è, fra l’altro, dettagliata l’allora presenza di tre chiese (San Lorenzo, San Pietro e Santa Maria) e di un convento francescano su quest’isola che era un tempo famosa per essere sede di tale comunità religiosa e della relativa scuola teologica destinata ad estinguersi in una successiva fase storica del caratteristico sito lacustre di cui Nicola Botano riferiva che il suo territorio “si innalza in un colle coperto di ulivi, di melograni, d’alloro e di mirto che si conclude con la chiesa di Santa Maria. Presso la chiesa vi è il chiostro del convento dei Francescani che ha al suo centro un pozzo d’acqua così salubre da essere buona per i malati. Ha celle che guardano a sud, riparate dall’impeto del vento e così piccole da sembrare quella del beato Ilarione. Vicino alle celle c’è un orto bellissimo ricco di vari ortaggi. Inoltre cedri e mele sono coltivati in una zona a parte, delimitata da una parete e protetta da una copertura di paglia contro grandine e neve, sebbene nell’isola il clima sia così mite che sembra regnarvi una eterna primavera. Vi è anche un sicomoro, come quello sul quale salì Zaccheo. Il rosmarino vi è così abbondante che forma quasi un bosco fitto. Vicino al monastero vi sono delle piccole grotte dove talvolta si recano i frati a far vita eremitica. Tra di esse ve n’è una che, penetrando in profondità, è fresca d’estate e calda d’inverno: assomiglia a quella di Paolo, l’eremita di cui parla San Girolamo. Nessun luogo è più ameno di questo: la sua bellezza è da anteporre a tutti i tesori d’Oriente. Qui spirano gli zefiri e tutti venti salubri, chi vi risiede a lungo, allunga la propria vita o se è malato la risana”.

Tale resoconto è delineato da Carla Maria Monti in un possibile accostamento letterario che ne suffraga la verosimile specificità, citando, in tal senso, la parte dell’opera “Salò e la sua riviera descritta da Silvan Cattaneo e da Bongianni Grattarolo” nella quale, per mano del salodiano Silvan Cattaneo (1508 ca – 1554/64), all’isola del Garda era stata riservata la coincidente descrizione di avere verso oriente “lo scoglio elevato ed alto, sopra del quale è fabbricato il Monastero; ed accomodato talmente nel sasso di Chiesa, di stanze comodissime, ed onorate di Claustri, e di loggie, e giardini, quanto monasterio altro sia in Italia, avendo riguardo alla piccolezza del sito, ed tanto amenissimo aere, che dove nelli altri luoghi del Benaco nostro, tengon li cedri in buonissimo terreno, ben coltivati e coperti d’inverno, quivi né scogli, e per le scissure dei sassi vivi piantati incolti, e discoperti tutto l’anno stando rendeno tuttavia copia grandissima di frutti, e di fiori, e non solamente vi sono i cedri belli, morbidi, e sempre fecondi, ma particolarmente gli aranci, e limoni, ed altri alberi belli e fruttiferi ch’ivi fin ad or si veggono. Sonovi orti ornati di pergolati di viti, di vaghe siepi, di rosai, di rosmarini e di altri molti arborescelli odoriferi, e vaghi, di maniera, che proprio appare, che quivi sia la vera stanza, ed il particolar albergo della primavera, della quiete, del silenzio, dè studj e della religione”.

Fra i vari altri sostanziosi contributi storici, come, ad esempio quelli inerenti le “Varianti iconografiche nella leggenda de Sancto Faustino e Iouita (Brescia, Battista Farfengo, 1490)” di Giancarlo Petrella, “Un romanzo cavalleresco copiato a Pontevico nel Quattrocento” di Nicoletta Barbieri ed “Una lettera con frottola di Ludovico Mantegna ex Valle Camonica (1497)” di Andrea Canova, il libro conduce all’incontro con un’altra tipica località lacustre bresciana, ubicata nel lago d’Iseo, attraverso la trattazione e la trascrizione dal latino de “Il carme De Sabino Lacu di Giovanni Mattia Tiberino” e sviluppata da Gaia Bolpagni con un particolare riferimento a Monte Isola che si trova considerata in “quest’opera encomiastica interamente dedicata al lago d’Iseo”.

Risalente alla seconda metà del Quattrocento, questo componimento dal “notevole valore artistico, sia per il suo raffinato ordito retorico sia per il costante e prezioso ricorso ad autorevolissime fonti, tanto classiche quanto cristiane” assegna a questa isola del Sebino una suggestiva descrizione che ne tratteggia la visione, così come era stata desunta in quella lontana epoca, per il tramite di una elaborata ricognizione: “Qui c’è Monte Isola, così chiamato secondo l’antico nome; questo monte è sempre verdeggiante per le fronde degli ulivi. Dalla terraferma è lontano mille passi, sei villaggi lo circondano e una vecchia rocca lo sormonta. Questo luogo, aprico più degli altri in Italia, ha un aspetto sempre florido per le chiome delle piante perenni. Vale la pena di considerare le viti, qui disposte in filari e le tante vigne rigogliose intrecciate sulle pendici del monte: esso produce vini di colore non meno intenso di quello dei giacinti, da bere durante l’arsura estiva. Non nominerò le pere, né i noccioli, né le tante melagrane che qui la terra produce spontaneamente in gran numero. Le galline scorazzano in questi campi senza pericolo, questo luogo non conosce né volpe né lupo, le lepri dalle lunghe orecchie non si allontanano da questo monte, l’acqua del lago colmo di vele circonda tutto. Quando Marte fortissimo incalza il popolo bresciano e intorno ai monti risuona il segnala di guerra, qui corre ciascuno, protetto da un rifugio inviolabile: qui non ha accesso l’avido soldato”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.