A Gabiano, antico nome dell’attuale Borgo San Giacomo, si erano già affacciati al cielo di quella comunità, adagiata nei tipici contorni agricoli di un paese della Bassa Bresciana, altri sacerdoti con il cognome Pietrobelli: il parroco don Nicola (1792 – 1870) e suo fratello don Andrea (1793 – 1861), preconizzando nel corso dell’Ottocento, il successivo insediarsi, nella medesima località, di una famiglia, originaria però di Alfianello, dallo stesso cognome, all’inizio del secolo seguente, dalla quale sarebbero nati pure quegli ecclesiastici che, a vari anni, ormai, decorsi dalla loro dipartita, hanno suscitato l’ispirazione del dedicare loro uno studio monografico, raccolto in un’apposita pubblicazione.

pietrobelli_copertina_libroFra questi, si tratta in modo particolare, di mons. Angelo Pietrobelli (1908 – 2002), solitamente meglio conosciuto, nell’ambito della diocesi di Brescia, per avere a lungo svolto l’incarico di segretario del vescovo bresciano mons. Giacinto Tredici (1880 – 1964) dal 1942 al 1964 e, dopo avere espletato tale ruolo di punta, per essersi anche distinto, fra l’altro, nel corso esemplare di una intensa e di un’attenta missione sacerdotale, vissuta in quella prossimità di servizio dove il proprio carisma operativo ha rivelato, insieme all’unione di fede con Cristo, pure un’efficace predisposizione ad una sollecita sensibilità personale, dimostrata nei molteplici campi d’azione che ad essa hanno dato un riscontro effettivo.

Insignito, negli anni del Secondo dopoguerra, dell’onorificenza di “Cavaliere della Repubblica”, contestualmente all’attribuzione della medaglia d’argento, a motivo di quanto da lui interpretato per la “Redenzione Sociale”, mons. Angelo Pietrobelli è stato pure “prelato domestico di Sua Santità e canonico della Cattedrale” bresciana dal 1956 al 1999, ricevendo, nel corso del tempo, altri prestigiosi riconoscimenti pubblici, mirati a valorizzarne l’esemplare corrispondenza in linea con i valori sottesi, ad esempio, dal “Premio Pilati”, nel 1984, elargito “al merito filantropico” da parte dell’Ateneo di Brescia ed anche dal “premio della Brescianità”, un paio di anni dopo, nella caratteristica e nota attestazione d’elogio “che tocca a quei personaggi bresciani che si siano distinti per l’umanità e per meriti scientifici”, cadendo in capo al “segretario dell’arcivescovo mons. Giacinto Tredici per ventidue anni, cappellano del Carcere di Canton Mombello, canonico della Cattedrale di Brescia dal 1956, rettore della Chiesa di San Giuseppe dal 1966, dal ’70 assistente dell’associazione “Familiari del Clero”, quale elencazione pari alle parole usate per l’esplicitata motivazione ufficiale di quest’ultima tangibile espressione, nei termini che ne avvallano l’usata gratificazione, suffragata pure dal concetto implicito alla sua stessa risoluzione: “per la sua creativa e poliedrica dedizione all’uomo inspirata dal profondo senso religioso dell’esistenza”.

Non di meno, a tali accennati riconoscimenti, si sono rispettivamente aggiunti il “Premio Bulloni”, nel 1992, “istituito fin dal 1953 dal Comune di Brescia”, con l’attribuzione propria di “un sacerdote che ha speso la sua vita nell’assistenza ai perseguitati politici, per i carcerati e le loro famiglie, per i più deboli ed i più bisognosi” ed anche il “Premio Panzera”, promosso dalla “Federazione Pensionati” della CISL bresciana e dall’ANTEA (Associazione Nazionale Terza Età Attiva), con una menzione speciale, nell’edizione del 1996 di questa iniziativa, a motivo della “sua opera di assistenza agli anziani poveri”.

Opera che pare librarsi nell’assonante corrispondenza di un autorevole pronunciamento d’attinenza, da parte di mons. Antonio Fappani, presidente della Fondazione Civiltà Bresciana, che, in occasione degli allora cinquant’anni decorsi dall’ordinazione sacerdotale di questo prete diocesano, aveva, fra l’altro, condiviso, per quella ricorrenza, la sottolineatura rilevata alla fertile base della sua formazione, precisando che “figlio di un contadino, don Angelo fu testimone sempre più cosciente dei momenti esaltanti dell’ascesa di quello che venne chiamato “proletariato contadino cristiano” e di quelle lotte sindacali, sociali, economiche e politiche che portarono alla ribalta i contadini bianchi prima che il fascismo stroncasse ogni libertà e sviluppo democratico”.

La realizzazione, da parte della solerte missione documentaristica svolta dall’Istituto Italiano “Giuseppe De Luca” per la Storia del Prete, del libro dedicatogli, prodotto in bella stampa da “Com&Print Srl”, va a colmare lo spazio di una precedente assenza di fonti biografiche unitarie circa mons. Angelo Pietrobelli, consentendo di poter ora meglio ricordare quella meritevole figura di sacerdote verso la quale mons. Osvaldo Mingotti, presidente di tale istituzione, rivolge direttamente, dalle pagine del libro, la reminiscente attestazione, espressa fra altre significative considerazioni, circa il fatto che “la tua ammirevole vita sapeva formare coscienze, educare alla preghiera, toccare il cuore con la tua predicazione”.

Le poco più di duecentoventi pagine illustrate della pubblicazione, dal titolo “Mons. Angelo Pietrobelli – Un dono di Dio – Documenti e testimonianze” sono, fra l’altro, introdotte da Agostino Garda, già sindaco del paese natio dell’uomo di Chiesa che si trova diffusamente trattato in un  esemplare della collana editoriale “Profili”, mediante una stampa monografica da lui sottolineata nei termini che “l’ampia sezione dei documenti, le testimonianze, gli attestati, le opere compiute, provano una vita di eccezionale, quotidiana laboriosità”.

L’autore del libro, nella persona di Dario Ghirardi, divulga gli orientamenti cardine del suo ingente lavoro biografico, precisando, lungo il dipanarsi dello stesso volume che “abbiamo scelto di privilegiare nel racconto della vita del nostro don Angelo Pietrobelli, al di là di ogni, pur lodevole, desiderio di abbellimento agiografico, le testimonianze nei riguardi della sua vita e della sua opera, fatte proprio da coloro che lo conobbero direttamente”.

Testimonianze alle quali nel libro si dedica una diffusa sezione esplicativa, fra le quattro parti costituenti l’opera biografica, a favore della quale giunge un ulteriore contributo di presentazione da parte di don Renato Baldussi che, nel retro di copertina, afferma, fra l’altro, che “con la presente pubblicazione il prof. Dario Ghirardi, nella sua veste di storico locale, su incarico del comitato che si propone di promuovere la beatificazione di mons. Angelo Pietrobelli, ha inteso colmare una lacuna, perchè si è parlato poco della figura di questo sacerdote testimone di fede e di carità che ha svolto un ruolo importante nella storia della nostra diocesi di Brescia”.  

Nell’ordinato intersecarsi dei tratti biografici, aderenti a questo compianto esponente del clero bresciano, si approssimano, verso la perdurante prospettiva incalzante del presente, quelle realtà nei confronti delle quali questo interessante volume, realizzato dalla parrocchia di Borgo San Giacomo, instilla, nella varietà evocativa di un’interconnessione avvolgente, l’operare di mons. Angelo Pietrobelli, mediante il materializzarsi memorialistico di un’azione pastorale consistente, attraverso un “apostolato multiforme” in qualità di “perito del Concilio Ecumenico Vaticano II”, di “Rettore di San Giuseppe (1966 – 1995)”, di “Consulente Ecclesiastico del Movimento apostolico ciechi (1969 – 1985)”, di “Assistente dell’associazione familiari dei sacerdoti (1970 – 1986)”, di “Assistente Ecclesiastico per l’Istituto Federato delle Compagnie di Sant’Orsola (1968 – 2002)”, di “Superiore delle Suore del Buon Pastore (1964 – 1984)”, di “Cappellano del Carcere Giudiziario di Canton Mombello (1971 – 1980)”, di “Assistente spirituale della Cooperativa Radio Taxi Brixia (1980 – 2002)” e di fautore delle notevoli opere di conservazione della memoria culturale ed artistica diocesana per le quali era stato destinatario di una edificante menzione d’encomio da parte dell’allora vescovo bresciano mons Luigi Morstabilini (1907 – 1989), nell’estate del 1977, per il tramite di una missiva dove, fra l’altro il presule affermava, che “mentre, dopo e lunga ed approfondita riflessione e dopo una lunga e non sempre facile preparazione, ormai i progetti di un “archivio” e di un “museo” diocesani stanno per diventare una felice realtà, anche se restano ancora insoluti alcuni problemi, sento il dovere ed il bisogno di dire un cordialissimo “grazie” a Lei che è stato il principale ideatore, animatore e realizzatore. Si tratta di due realtà diocesane delle quali si sentiva forte il bisogno e che alla Diocesi bresciana non potevano mancare”.