di Letizia Piangerelli

Il PRI, Partido Revolucionario Istitucional, sedette sul trono della Repubblica Messicana per ben 71 anni , regolarmente eletto da una popolazione che evidentemente esercitava senza convinzione il proprio diritto di voto. Da lì fu coniato il detto popolare per definire le cose impossibili: “es como ganarle al PRI”.

Poi nel 2000, agli albori del nuovo secolo, la svolta: Vincente Fox, uomo di destra a capo di una coalizione formata da Azione Nazionale e i Verdi ecologisti scalza il PRI dal potere e innesca l’alternanza, nello stesso momento in cui un Messico in ginocchio per la crisi economica e la mancanza di lavoro, assisteva impotente al lungo esodo delle sue forze migliori verso il vicino gigante del Nord.

A distanza di 8 anni, il successore di Fox, Felipe Calderòn
si trova ad affrontare un preoccupante controesodo. La crisi finanziaria che ha segnato la storia di questo 2008 certifica la fine del sogno americano, non solo per i colletti bianchi di Wall Strett e per tutta quella classe media americana che aveva finanziato col debito la propria innata fiducia nella patria, ma anche per 23 milioni di messicani emigrati negli USA che si ritrovano a far fronte al crollo del proprio reddito tanto quanto i cugini americani. Per questo non c’è da stupirsi se il primo campanello di allarme per un Messico apparentemente immune dall’attuale crisi, non sia da ricercare nei bilanci delle banche, ma nei dati demografici.

Nonostante le traversie affrontate per passare in terra statunitense, la gente – soprattutto quella in possesso di visto – ritorna a casa, e non certo per festeggiare il Natale. La crisi dell’economia reale americana ha aperto le porte allo spettro della disoccupazione anche e soprattutto per gli immigrati latini, che fino ad oggi con le loro rimesse hanno contribuito sostanzialmente alla crescita del Pil dei rispettivi paesi . Un dato preoccupante per il Messico, per cui le rimesse negli ultimi anni hanno rappresentato la seconda entrata dopo il petrolio.

Durango ad esempio è uno dei paesi della federazione con il più alto tasso di immigrazione: si stima che circa il 30% della popolazione economicamente attiva viva attualmente negli USA. Di solito il ritorno in patria coincide con il raggiungimento del benessere economico, in questo caso parliamo di una misura di emergenza: tra essere disoccupati a Chicago e essere disoccupati a Durango, meglio Durango, dove la vita costa meno, la gente è sempre sorridente, non vieni trattato da cittadino di seconda mano e nell’informalità si trova sempre un modo per potersi arrangiare.

Tuttavia, nel tempo gli standard di vita mantenuti dalle rimesse calano, i posti di lavoro che Città del Messico promette di creare attraverso le grandi opere pubbliche non sono sufficienti per assorbire i nuovi flussi in entrata e cresce in modo preoccupante il tasso di criminalità dovuto, secondo studi dell’Università locale, proprio alla mancanza di occupazione.

Fino a poco tempo fa, gli economisti sostenevano con convinzione che le crisieconomiche che colpivano paesi protezionisti avrebbero avuto l’effetto positivo di spingerli verso la liberalizzazione, fonte di un invitabile sviluppo. La crisi attuale dimostra che anche l’eccessivo liberismo può trasformarsi da cura in malattia e fa riflettere sul fatto che in economia vale il detto che lo stratega Clausewitz ripeteva per la guerra, “arte in cui l’unica certezza è l’incertezza”.

Una cosa però è certa: se le ricette tradizionali non possono arrogarsi il diritto di infallibilità in un mondo che è per sua natura sempre suscettibile di imprevisti, l’unico modo per dare una certa parvenza di stabilità al nostro futuro è quella di ricominciare dal basso, dal micro. Concretamente da quell’economia reale che in un momento di crisi sistemica, come quello che stiamo vivendo, ha trovato una rete di protezione sicura nel modello finanziario difeso dalle banche di credito cooperativo- casse rurali, rimasto, per sua scelta e missione, al margine del tracollo.

Da lì si può ripartire. Ma in molti paesi in via di sviluppo, che in passato hanno abbracciato le ricette macroeconomiche incoraggiate dalle grandi istituzioni finanziarie internazionali, quella rete di protezione manca o è debole, informale, sottodimensionata rispetto alle necessità. Tuttavia, se siamo d’accordo che il sistema finanziario è l’elemento propulsore di qualsiasi tipo di economia e che le crisi che lo riguardano spesso portano in se elementi difficilmente prevedibili, l’unico modo che uno Stato ha per arginare l’imprevedibilità è, a monte, promuovere lo sviluppo di una finanza strettamente ancorata alla realtà e radicata nel tessuto economico.

Della bontà di questo tipo di politiche parla l’evidenza: anche nei momenti di crisi più profonda il credito cooperativo, in qualsiasi paese, è rimasto in piedi, costituendo spesso l’unico cuscinetto solido ad un tracollo altrimenti invitabile. E’ stato cosi per il Messico nel 1994, in Ecuador nel 1999 ed è altrettanto vero oggi nel civilissimo mondo industrializzato, che accetta ammutolito i costi del rispetto inevitabile del “too big to fail”.

Intanto i ladinos emigrati in Italia sembrano immuni all’austerità europea, obbedendo alla lettera all’incitamento del primo ministro dello stato che li ospita: consumano, riempiendo bagagli a mano straripanti e gonfi. Con buona pace di chi attende pazientemente in fila la possibilità di raggiungere il proprio posto, incastrato tra il cicaleccio di due simpatiche signore messicane e lo spazio ingombrato dai loro vistosissimi regali di Natale.