Brescia – Ventotto anni di “vagabondaggio per le campagne del bresciano e del cremonese che lo doveva portare poi nel Trentino, nel Veneto e quindi in Isvizzera”, per recuperare alla fine voce ed udito alla periferia di Brescia.

E’ la storia curiosa di un sordomuto, divenuto tale all’età di quattordici anni quando, secondo l’ordinamento scolastico allora vigente, faceva la terza ginnasio ed una meningite rendeva privo quel giovane, nella persona di Giacomo Gennari, delle innate e preziose facoltà per la vita di relazione fra sé, cose e persone.

Nel luglio del 1931, presso la cascina Colombaia nella zona di via Noce, tra le Fornaci e Chiesanuova di Brescia, si compiva un vero e proprio miracolo, nell’ideale sfondo dell’immagine murale della Vergine situata in via Quinzano e l’inconscio prodigioso e sognante di una misteriosa e benefica energia scatenata nel sonno.

Tutto accadeva nella notte tra sabato 4 e domenica 5 luglio 1931 e la memoria, nella notorietà dell’accaduto sparsa in quei giorni d’estate fin dentro e fuori la chiesa parrocchiale di via Noce frequentata per la messa festiva, trapelava anche in un articolo dal titolo “Voce e udito riacquistati in sogno. Confidenze del muto che parla”, pubblicato dal quotidiano “Il Popolo di Brescia” di giovedì 9 luglio seguente.

Giacomo Gennari, dopo la giovanile inabilità subita, aveva poco dopo patito anche la perdita del padre e per l’implicita e contestuale mancanza della cara mamma, il racconto che fa di lui il giornale lo descrive in balia della propria conseguente indigenza che, ancora molto giovane, lo vedeva oltretutto nella posizione di dover badare solo a se stesso.

Dopo tanto peregrinare, accontentandosi del magro sostentamento giornaliero che modestamente, in parca condotta, gli bastava a che sopravvivere, passando senza pretese da un giorno all’altro, la generosità della famiglia Vacchi, tra gli appezzamenti agresti alle porte di Brescia, gli concedeva un piccolo alloggio nella cascina Colombaia, durante il 1918, anno della “vittoria mutilata” che, unitamente alla desiderata fine della guerra, permetteva di constatare, insieme al prevalere sul nemico delle nostre armate, anche un intenso subbuglio sociale a ricaduta ultima dell’annoso conflitto militare.

Qui, Giacomo Gennari, “aveva fatto di una stanzetta che guarda l’aia il suo rifugio, cambiando la randagia esistenza di prima con un metodico treno di vita: lì si ritirava tutte le sere, lì rincasava a mezzogiorno tale quale un operaio, lì si faceva da mangiare. Una dimestichezza affettuosa di rapporti correva tra lui e i Vacchi i quali erano ormai perfettamente addestrati al suo linguaggio di segni. Gestendo e atteggiando il viso Gennari si faceva intendere perfettamente in ogni circostanza, poteva persino litigare e la mimica era adoperata correttamente dagli ospiti”.

Quanto descritto evoca atmosfere umane di quella rete sociale che forse oggi si direbbe sussidiaria a quella istituzionale per le persone che, in difficoltà, trovavano solidarietà distribuita, nell’essere sollecita e partecipe, tra il diffuso e semplice tenore di vita delle classi povere di una società più alle prese con l’esiguità dei mezzi, rispetto ad adesso, ma pure maggiormente affratellata in una logica di pietoso cortile, per altro, bene evidenziata anche nel suggestivo film “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, dove la frusta lacerante la pietà per l’uomo non era in pugno a chi, con complicità di fatiche deteneva le analoghe misere risorse da condividere, ma era invece stretta dal padrone che licenziava per il taglio non autorizzato di un albero, anche se abbattuto per realizzare con il suo legno le calzature per un bambino.

Sembra che la cornice dell’improvviso risanamento del corpo, nel ritrovato udito e nella riavuta voce, sia stata cesellata intorno ad un sogno vero e proprio vissuto dal poco che più quarantenne Giacomo Gennari, capace di raccontarlo al cronista del giornale in diretta testimonianza, correlata anche alla descrizione della dinamica di un dormiveglia al termine del quale il canto del gallo aveva salutato una giornata del tutto nuova per lui e per la circostante comunità della quale faceva famigliarmente parte: “Il filo del sogno non me lo rammento. Mi succede sempre così. Ma mi pareva di cadere, da grande altezza, non so più se verso l’acqua di un pozzo o nel vuoto di un burrone. Tenevo il fiato con i denti. Al momento di dar di botto nel fondo, faccio un arruffìo del lenzuolo, un balzo nel letto e mi trovo a terra e batto la testa sullo spigolo di un cassettone. Mi ridesto con un grido: Madona!. Avverto la parola e ho la netta sensazione d’averla pronunciata io, che non sia frutto del sogno. La faccenda mi sorprende allegramente. O va la masa, rifletto dentro di me divertito. E provo a dire ancora Madona, una, due, tre volte. Tra questi esperimenti son tornato sotto il lenzuolo e un’indicibile sonnolenza mi ha annientato. Faccio sino alle nove del mattino un sonno filato attraversato – mi sembra di ricordare dal canto del gallo come uno squillo di vittoria. Nello svegliarmi percepisco meravigliando tutti i rumori: il trapestio degli uomini e dei cavalli, il verso delle galline e delle oche, mi giunge distinto perfino l’ansito del cane che mi fa festa intorno. Riprovo la mia voce. Rinasco, felice, quasi un ragazzo”.

La sprovveduta Giuseppina della famiglia ospitante che andava abbracciando i lenti minuti ordinari di una consueta mattina a capo di una domenica tranquilla, si era spaventata dal non più sordomuto che si era a lei rivolto non con un tacito e solito buongiorno, ma con le invece riavute vibranti e sonore corde vocali in efficienza, nel riapparso pronunciarsi della voce ben cadenzata in “Go gost a rider”.

Già, la soddisfazione di un ridere ad annuncio composto, era quanto meno di sereno e di pacato poteva esprimere del suo stato d’animo Giacomo Gennari, per il quale l’essenziale era sufficientemente chiaro: ci sentiva ed era in grado di parlare, mentre ancora in lui era vivo il balsamico compiacersi di poter avere una riconquistata percezione di sé nell’udire anche la propria voce e tutto quanto pure solitamente attorno a lui, in un paradigma dimesso e francescano di questue e di letture solitarie, popolava fino a prima il proprio trascorrere dei giorni.

Un’immagine si inseriva scalzandone un’altra, come la vaga sensazione onirica sperimentata nel sogno confondeva il reale nell’irreale, fattosi però dopo così miracolosamente concreto nelle conseguenze di un inconscio penetrato in chissà quale suo punto sensibile, a sicuro effetto sensoriale che era stato varcato a porta misteriosa di collegamento fra privilegiati canali di vita interiore ed esteriore. Una sorta di eco si era svegliata dentro per rimbalzare fuori e sciogliere al fine un nodo legato stretto agli strati profondi e decantati di un’intera e rassegnata esistenza.

Un’esistenza descritta a proposito del protagonista dell’insolita vicenda, nell’attribuirgli l’unico passatempo di leggere, in quanto “provveduto d’una certa cultura, leggeva di continuo giornali, riviste libri e tutto quanto gli capitava sottomano”, mentre vivendo alla giornata, con il sostegno di “una larga cerchia di conoscenze”, perlustrava il molto tempo a sua disposizione anche “talvolta passando davanti all’immagine murale della Vergine che è in via Quinzano e di cui si professa divoto”.

Un affacciarsi al soprannaturale divino, effigiato nella materna raffigurazione mariana che, in quella lontana domenica d’estate, attirava a sé parole di riconoscenza e di entusiastica contemplazione da parte di chi, dopo aver vissuto un serrato silenzio interiore e comunitario, in esso andava sperimentando gratuitamente lo svelamento inaspettato e sorprendente di una nuova plurisensoriale dimensione di vita.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.