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Brescia – Non era valso il nome “Utopia per la nave a vapore della compagnia inglese “Anchor Line” per evitare il naufragio nelle acque di Gibilterra, in quella fatale sera di martedì 17 marzo 1891, in grembo alla quale erano perite circa seicento persone.

Non era nemmeno servito il beneaugurante nome di “Immortalità” a quell’incrociatore la cui scialuppa di salvataggio rovinava tragicamente con tutto il suo equipaggio, durante le operazioni di soccorso intervenute in quegli orridi frangenti, per cercare di salvare i naufraghi dal mare ostile dove, con il vento a forza nove, i flutti imperversavano in un sommovimento impetuoso ad orientamento sud – ovest.

Ambedue nomi d’evocazione metafisica quelli delle unità marittime affondate che si sono trovati dal destino emblematicamente legati alle sorti di drammatiche vicende umane, connesse prima alle speranze ispirate ad un viaggio per una vita migliore e poi alla lotta disperata per una sopravvivenza aggrappata ad un incontenibile istinto di conservazione.

L’Utopia, stracarica di emigranti italiani, indirizzati al continente americano, pare avesse fatto naufragio a causa di una manovra sbagliata da parte del suo comandante, John Mckeaugue che, in condizioni di navigazione non facili, aveva suo malgrado dovuto effettuare un pericoloso avvicinamento di rotta alla corazzata inglese Anson, per superarla e poi proseguire nell’intento di raggiungere il porto di Gibilterra, nella ventilata previsione di un rifornimento di carbone.

Quasi un migliaio di persone, in viaggio su questo spartano piroscafo di migranti ed itineranti, avevano sperimentato in pochi attimi una nefasta dinamica di non ritorno, poi chiarita nel fatto che con l’azione del timone non erano stati calcolati né il movimento di deriva della nave, spinta dai venti e dalle onde, né lo sperone subacqueo posto in capo all’avvicinata corazzata, contro il quale l’Utopia sfasciava la propria poppa, mentre stava terminando l’operazione di sopravanzante superamento dell’agguerrito mezzo della flotta inglese della Manica, ancorato nella rada di Gibilterra.

Dopo aver sbattuto contro le nascoste propaggini della nave ariete Anson, l’Utopia affondava in pochi minuti, conducendo sui fondali della morte marina un numero di viaggiatori periti nel naufragio che le cronache bresciane del tempo stimavano addirittura in seicentocinquantaquattro, per la stragrande maggioranza, emigranti salpati dalle rispettive località dove la nave aveva fatto prima la spola lungo le coste del superato tragitto, incominciato a Trieste e, dopo il periplo dell’italica penisola, terminato a Napoli.

Dalla città partenopea, la prosecuzione del viaggio, profilato sull’orizzonte del sogno americano, era avvenuta, dopo un cospicuo imbarco di passeggeri, il 12 marzo 1891, imboccando la rotta verso il tramonto di quelle ultime acque del Mediterraneo, racchiuse a ponente dalle colonne d’Ercole, che il piroscafo avrebbe dovuto superare, per inoltrarsi nell’oceanica distesa dell’Atlantico e approdare finalmente a New York, dove fare sbarcare il suo numeroso carico umano.

Qualche giorno dopo la tragedia aveva cambiato la natura dell’impresa che si contorceva nello spasmo di un’irreversibile discesa negli abissi, chiusi dal cielo obnubilato di quella sera estrema che, per la nave e per la maggioranza dei protagonisti di quella concitazione accesa fra i marosi di una fortuna vilipesa, non avrebbe ceduto distesa di luce alla volta celeste a favore di un’altra giornata che l’alba solitamente saluta nel tempo come sua nuova intesa.

Qualche traccia di quei momenti riportano, per vie anguste e sottili, come lo sono le vie del fato quando sanno essere imprevedibili, anche a Brescia, secondo quanto si trova documentato nell’edizione del primo giorno di primavera di quello stesso 1891, assunta dal quotidiano “La Provincia di Brescia”, cadente il sabato appena dopo l’ormai conclamato incidente: “Un naufrago di Gibilterra. Fra gli italiani naufragati nella collisione della baia di Gibilterra vi è certo Mattioli Faustino modenese scampato miracolosamente sulle spiagge di Toudebeuil. Egli telegrafò ieri a suo fratello, che dimora a Brescia, chiedendogli del denaro e riferendogli alcuni particolari del disastro”.

Dove si era innescata la spira della più tragica evenienza che aveva troncato l’effettiva partenza per le vie della maggiore ed oceanica percorrenza, agognata dall’intera compagine viaggiante in fluttuante movenza, trovava i termini per avere sintetizzato il bilancio di un viaggio infranto nell’insieme di tutti quei particolari specificati nei contenuti riassunti in un articolo che ancora l’accennato quotidiano bresciano proponeva in stampa, nel giornale in edicola lunedì 23 marzo 1891, riprendendo e sviluppando la notizia: “L’Utopia dovendo raccogliere gli emigranti della penisola aveva cominciato da Trieste, dove aveva imbarcati 22 passeggeri, tutti adulti. Dopo aveva proseguito per Messina dove aveva imbarcati altri 7 adulti, e da Messina si era recata a Palermo per imbarcare altri 57 passeggeri adulti e ragazzi. Giunto a Napoli il 10 aveva imbarcati 727 emigranti, cioè 661 uomini, quasi tutti coloni, 85 donne, 55 giovinetti e 12 poppanti. L’equipaggio si componeva di 86 individui dei quali parecchi erano napoletani, essendo gli altri inglesi. I napoletani disimpegnavano per lo più l’ufficio di camerieri, aiutanti, ecc…Il bastimento naufragato, da poco aveva rinnovata la macchina, la quale permetteva di fare 12 miglia all’ora e questo era il primo viaggio che intraprendeva dopo le rinnovazioni”.

La stima in cifre di rilievo migratorio che documentavano altrettanti notevoli spostamenti umani risalivano all’adottato ricorso dei servizi offerti dalla compagnia di collegamenti marittimi “Navigazione Generale Italiana”, attiva anche come agenzia di emigrazione, che aveva offerto una porzione di passeggeri alla società inglese “Anchor Line”, rappresentata a Napoli dalla ditta “Holme e C.”, come riferimento fra le attività comprese nel novero delle realtà dei trasporti, costituenti flotte utili anche per rotte transoceaniche, percorse in quei tempi da abbondanti schiere di generazioni in evoluzione fra zone geografiche di sempre più compenetrata attribuzione, tanto che, il giorno in cui l’Utopia era partita da Napoli, dal medesimo porto erano pure salpati altri piroscafi per un numero complessivo di passeggeri che la stampa dell’epoca conteggiava in ottomilaseicento emigranti.

Nelle parole, intrise da quel patito terrore, che probabilmente anche l’emigrante modenese, citato dal quotidiano bresciano, aveva confidato al fratello residente a Brescia, analogamente al presumibile racconto degli altri superstiti al naufragio, potevano riscontrarsi gli stessi scenari descritti da quanto messo in prima pagina da “La Provincia di Brescia” di martedì 24 marzo 1891. Considerazioni documentate lungo lo strascico di una cronaca che, dopo una settimana dall’accaduto, non era ancora sopita ed ancora sembrava agitarsi sul nero filo increspato di quelle onde agitate dove i riflessori elettrici delle navi in soccorso illuminavano il tumultuante luogo del disastro occorso sul pelo del pelago iroso: “Appena lo sperone della corazzata Anson squarciò il fianco dell’Utopia ed ai segnali d’allarme risposero le grida disparate dei passeggeri a bordo accaddero delle scene veramente spaventevoli. Un salvagente che avevo potuto afferrare mi venne strappato dalle mani; tutti cercavano di contendersi le piccole tavole di legno. Era un combattimento corpo a corpo nel quale molti rimasero feriti. Quelli che cercarono di mettere in salvo le donne ed i bimbi sull’alberatura pagarono con la vita il loro eroismo, perché mentre l’Utopia si affondava, furono sorpresi dai flutti tempestosi e travolti dai gorghi del mare. Durante questo tempo la corazzata Anson aveva dato l’allarme a tutte: le corazzate erano ancorate nella baia”.

La corazzata di prima classe, nave ammiraglia del contrammiraglio Jones, secondo in comando della squadra del Canale, al momento dell’involontario impatto, era ancorata al di là di Raggeil Staff, nell’estremità meridionale della costa iberica, disegnata dalla protuberanza della punta Europa.

Oltre alle unità della squadra britannica, avevano partecipato alle azioni di salvataggio anche la nave da guerra svedese Freja, comandata dal principe Oscar Bernardotte, ed il bastimento Amber, già presenti sul profilo di quella trafficata distesa marittima dove l’Utopia aveva configurato per pochi istanti la scena di un’immane tragedia nella quale, tra l’altro, “la tempesta era così violenta che i corpi si sfracellavano contro gli scogli. Si raccolsero dei cadaveri senza la testa, senza le gambe”.

Nella dinamica del naufragio pare che molti passeggeri si fossero rifugiati sulla prua della nave, squarciata dall’urto avvenuto contro la corazzata verso la quale il vento l’aveva ulteriormente spinta, mentre il mare la penetrava fino a ghermirla a fondo, ma quella parte, opposta al punto dell’impatto, era stata violentemente asportata dai marosi e spezzata in mille pezzi.

Intanto, “il mare formicolava di corpi umani che si dibattevano in mezzo alle onde, innalzando spaventevoli grida esprimenti l’angoscia dell’agonia ed il lamento supplichevole di un’ultima preghiera. Si vedevano gli uomini lottare selvaggiamente e disputare ad altri naufraghi un salvagente”.

Il mare aveva confuso la terra con il cielo in un unico orrore di pervadente sommersione e di subitanea immersione, mentre le sue onde già abbracciavano l’epilogo a venire di altri destini, anche racchiusi in quel piroscafo Sirio che, costruito a Glasgow nel 1883, già viaggiava per lidi marini, per naufragare, quindici anni più avanti, in un tempo limpido e sereno, contro le rocce delle isole “Hormigas”, situate vicino alla costa meridionale spagnola, il 19 agosto del 1906, con il suo carico di ottocentoventidue passeggeri, per lo più emigranti dal Bel Paese.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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