Misura del vivere, anche lo stile di guida odierno, in un’apparente controtendenza con l’ormai diffuso imperativo del mantenere le distanze.

Il precauzionale ingiungere di starsene distanziati, per arginare il Covid_19, pare non valga per le quattroruote in strada che, a tutto motore, spesso, si tampinano, l’un l’altra, in un ricorrente vezzo incalzante, nell’appiccicoso rincorrersi senza alcuna remora di ridurre, a poco niente, l’opportunità del tenere, invece, la distanza di sicurezza, prevista in capo alla responsabilità di ogni guidatore.

Tale frenesia di guida, con tanto, poi, di analoghe variabili del condursi sull’onda dei cavalli vapore, come negli affondi, a “mezza quota”, dei sorpassi a destra e manca, in un fluido ed arbitrario raggio d’azione, pare divenuta, da tempo, la cifra di quanto sorprendentemente si preconizzava il 15 luglio del 1931, per mezzo di un articolo, apparso, in tale data, sull’allora quotidiano “Il Popolo di Brescia”, evocativamente intitolato “Il nervosismo degli automobilisti” che già, in tale accostamento, non lasciava dubbi in merito a quale fosse il nesso relativo all’argomento.

Chissà cosa ne avrebbe pensato, circa il porre, in quel modo, il tema automobilistico, l’ancora vivente, in quell’esordio degli anni Trenta del secolo scorso, Gabriele d’Annunzio, residente, per altro, nel raggio di diffusione del giornale in questione, all’epoca figura di spicco senescente, ma nell’insieme, consapevolmente memore di aver detto lui l’ultima parola a riguardo che l’automobile fosse vocabolo esclusivamente femminile, da declinarsi con il genere proprio della velocità, alla stregua di quello che, alle sue donne, atteneva lo slancio nell’ebrezza di altre spinte istintive.

Con le poche autovetture in circolazione, all’epoca dell’uscita di questo articolo, già si parlava, a pieno titolo, del nervosismo di chi guidava tali veicoli, per la verità, già numericamente in crescendo, nella loro diffusione, arrivando ad oggi, in una straripante proporzione, ringalluzzita da un progressivo rimpiazzo di mezzi anche, ovviamente, di nuova produzione.

“(…) La guida richiede conoscenza perfetta nella macchina, fermezza di polso, assoluto dominio dei nervi, scomparsa di ogni turbamento o di qualsiasi altra sensibilità nevropatica (…)”: scriveva, fra l’altro, il cronista, rimasto ignoto nella traccia sopravvivente della pagina di una cronaca esorbitata in un’altra dimensione, rispetto al tempo della sua stessa redazione.

Si era trattato di esporre all’opinione pubblica, il dato di fatto che “Qualche tempo fa un collega ha indetto una curiosa inchiesta fra i conduttori di automobili di una città, allo scopo di conoscere lo stato d’animo di un guidatore di mestiere e di dedurne l’influenza di queste ripetute e prolungate sensazioni sul sistema nervoso di chi guida. Lo studio ha dimostrato l’esistenza di profondi sintomi nevrasteniformi di entità più grave, però, nei soggetti di genere femminile. (…) L’indagine venne ripetuta, poi, in parecchie città d’Italia, tra i professionisti e tra i dilettanti. Da questa, ne risultò non soltanto che la guida in città riesce più gravosa di quella eseguita su strade provinciali, ma che, nello stesso individuo, variano in intensità i sintomi nevrasteniformi a seconda della planimetria della città, delle condizioni di viabilità e del traffico stradale. (…) Le cause della esagerata tensione nervosa, culminante nello speciale nervosismo e addirittura nella nevrastenia dianzi ricordata, sono da ricercarsi, oltrechè nell’ambiente dove si esercita l’automobilismo anche nella preparazione dell’automobilista stesso. (…) Molti sono coloro che per snobismo vogliono guidare l’automobile e tra questi non è minimo il numero delle signore le quali, in omaggio alla moda, si sobbarcano a qualsiasi fatica; ora sono proprio le guidatrici che peccano di troppa sensibilità e che perciò vanno soggette a sintomi nevrasteniformi (…)”.

Insieme ad altre considerazioni, certamente compromesse dalla visione dominante in quel tempo, la molla significativa, per un salto, oltre quelle estemporanee contingenze, proprie di concezioni connesse pure allo stabilire pregiudizievoli differenze, era l’aver, però, già colto, in questo caso, il vibrarsi del nervosismo, quale aspetto ritenuto emergente dall’evolversi della società, entro un’orbita di meccanicizzazione tecnologica sempre più pervadente.

Cosa, allora, direbbe oggi chi, tra le pagine del quotidiano “La Provincia di Brescia”, del 14 ottobre 1910, iniziava il suo articolo, intitolato, non a caso, “La civiltà ed il moderno nervosismo”, con l’affermare, senza alcun punto di domanda, che “E’ una verità ormai indiscussa: noi viviamo in un’atmosfera satura di nervosismo”?.

Testuale citazione, estratta dall’incipit di tale contributo di riflessione. Parole del dott. Francesco Stura che firmava tale pezzo d’approfondimento giornalistico, corredandolo anche dalla precisazione che “(…) la civiltà, col rapido incremento assunto nel passato secolo, mercè gli innumerevoli suoi trovati e le strabilianti applicazioni pratiche, ha chiesto necessariamente un consumo considerevole di energia nervosa, superiore assai a quella che poteva produrre la macchina umana centrale. Di qui, un contraccolpo funesto sul sistema nervoso, non preparato ancora a generare tanta forza; di qui, un indebolimento progressivo di resistenza della funzione dinamica dell’apparato nervoso stesso. Perché ciò non succedesse, sarebbe stato necessario che il cervello dei singoli individui avesse potuto prepararsi, poco a poco ed antecedentemente, allo svolgersi della civiltà, la quale irruppe, invece, in un modo addirittura sbalorditivo e vertiginoso. E difatti si progredì assai più nel secolo testè decorso che nei dieci altri che lo precedettero: come non avrebbe dovuto, questo progresso fulmineo, non lasciare un’impronta profonda sulla sensibile tessitura del sistema nervoso? (…). Nessuna meraviglia che il cerebro umano, condannato ai lavori forzati, non più in proporzione alla resistenza dell’organo ed alla capacità d’ogni singolo individuo, dalla necessità dei tempi e dalla febbre agitata dell’ora presente , possa essere non poco scosso e disorientato (…)”.

All’inizio del Novecento, epoca della pubblica divulgazione di queste puntualizzazioni, le automobili non erano ancora inserite nell’elenco delle particolarità svettanti dalla selva di manifestazioni osservate a descrizione fattoriale di una società percepita sotto pressione, anche se qualcosa di molto attinente, pure, al nostro presente, pareva comporsi nell’evidenziare, in una critica elencazione di massima, “(…) la specializzazione del lavoro, la facilità prodigiosa delle comunicazioni internazionali, il rapido svolgimento e l’accettazione delle idee nuove, l’aumento assordante e colossale degli affari, le agitazioni ed i crucci domestici ed economici accresciuti, la fatale e necessaria repressione convenzionale dei sentimenti, la politica dilagante e le religioni universalmente discusse (…)”.

Il finale, a seguire, a definizione di questa significativa voce del primo Novecento, ci raggiunge, come noi potremmo fare, se volessimo o, forse anche, se potessimo, alzare lo sguardo, con una serie di contenuti, ad un ignoto domani lontano.

Intanto, riceviamo questa eredità, certamente sensibile, in un ideale appello disarmante, per ciò che non si può che rilanciare anche al tempo a venire, per l’auspicio sociale di un effettivo e funzionale perfezionamento costante: “(…) In tali condizioni di cose auguriamoci di tutto cuore che la generazione nostra, per quanto sia innegabilmente scossa ed agitata, possa, in un’epoca non lontana – coll’aiuto stesso degli infiniti portati e delle risorse preziose della cività medesima – temprarsi alla lotta, si che i nostri figli, pienamente rinvigoriti, trovino ben presto la giusta via, che li conduca al completo e fisiologico equilibrio delle singole loro funzioni organiche, fisiche ed intellettuali. A questo scopo, appunto, convergano oggi e sempre gli sforzi delle menti più elette e favorite dalla natura, tanto da poter raggiungere, nel più breve tempo possibile, questa meta agognata!”. L

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome