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Ad un noce piuttosto che ad un olmo.

Dell’uno e dell’altro albero, tramandano antiche tradizioni, raccolte in letteratura, circa la sede di un abituale convegno di streghe, praticato in piena natura, in prossimità di queste pregiate essenze che ramificano alte propaggini, sfiorate, nei ritrovi nottetempo, dalla luce della luna.

In questo tratto temporale che avvicenda il diuturno corso dei giorni oltre il tramonto, fino all’alba successiva, è intervenuta l’edizione della “Gazzetta di Pavia” di sabato 13 luglio 1839, con un contributo di appendice a tale giornale locale, per la serie “Racconti notturni” dal titolo “L’olmo di San Gervaso”.

Il tema è subito spiegato nella sua folcloristica portata esclusiva, tuttora infissa nel retaggio delle streghe, secondo una data versione caratteristica: “(…) Se il Noce di Benevento, era teatro di convegno per le grandi e solenni assemblee dell’intera confraternita dei maghi e delle streghe di tutte le province d’Italia, ogni città ed ogni terra aveva poi un suo luogo apposito per le settimanali, o quotidiane congregazioni municipali. E però, se qui la scena era una torre, colà un palazzo deserto e altrove un cimitero; – la tradizione ci indica che in Pavia il fattucchiero congresso tenevasi (e chi mi assicura non tengasi tuttora?) all’Olmo di San Gervaso. (…)”.

Dov’era quest’albero? Pare che fosse in prossimità della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio Martiri, nel reticolo urbano di Pavia dove, considerandone la posizione in via Boezio, questo antico luogo di culto risulta non lontano dalla basilica di San Pietro in Cielo d’Oro, sede sepolcrale di Sant’Agostino, nella piazza omonima della città lombarda che deve al Ticino la possente caratterizzazione fluviale in una estesa pianura, interagente con la disponibilità di vie d’acqua, nella soluzione delle correnti, avviate in una comune prospettiva.

Ai piedi di quest’albero, sembra che la tradizione locale attribuisse il ricorrere di convegni, frequentati da streghe, nei tempi remoti legati alla presenza di questa stessa pianta d’alto fusto che, come ancora riferisce lo stesso giornale ottocentesco, era addirittura ricresciuta più grande, quando era stata abbattuta da un frate della vicina comunità francescana in forza alla chiesa stessa che, anzichè estirpare un segno ritenuto profano a ridosso del sacro edificio, ne aveva, al contrario, sperimentato la riapparizione portentosa.

Al tempo dell’uscita in stampa del giornale accennato, pare che, secondo lo stesso estensore dell’articolo qui considerato, tale albero, nel continuare a sussistere, suscitasse la poetica descrizione che: “(…) Il suo corpo è alto dritto e forte; le sue braccia sono poderose e artisticamente tornite; ed il capo va superbo di ricchissimo e nobile ornamento. (…)”.

Altrove, ma ancora in quel secolo, l’altro albero, legato alla tradizione delle streghe, aveva acquisito simile visibilità per una rielaborazione artistica, pure ispirata ad una visione immaginifica del tema che aveva saputo muovere quell’inventiva poi attuata nell’armonia di un’opera teatrale applaudita.

Caso, questo, documentato sulla prima pagina della “Gazzetta di Milano” del 2 maggio 1822: “Varietà. Imperial Regio Teatro alla Scala. Il Noce di Benevento. Ballo allegorico di Salvatore Viganò, ora diretto e riprodotto da Giulio suo fratello. (…) spettacolo volgarmente conosciuto sotto il titolo del Ballo delle Streghe che fu veduto, per la prima volta, dieci anni fa, con infinito piacere sullo stesso nostro teatro, e che ebbe gli onori nel Giornale Italiano d’un commento tutto morale, diretto a spiegare una serie di allegorie di cui Viganò medesimo ebbe a confessare, con ingenuità, di non essere stato conscio, anzi del tutto innocente. (…)”.

Fuori di metafora, rispetto alla mediazione culturale che, in tale rappresentazione artistica pare abbia inserito la figurazione scenica dell’allegoria, sembra, invece, provenire da un verosimile affresco di cronaca, recepita dalla “Gazzetta di Mantova” di venerdì 28 settembre 1855, in riferimento a quanto dall’argomento stregonesco potesse sortire, quasi rinverdendo tempi lontani che, con certi usi, ritenuti, invece, ormai, già allora perduti, andassero, contrariamente, ancora ad abbinare le manifestazioni spontanee delle pur sempre latenti intemperanze e delle costanti paure sopite nelle fragilità umane: “Ci viene riferito da Hermannstadt un esempio doloroso della superstizione. Nella comune di Tintuag in Transilvania sui confini del Banato, avvenne che, in questi giorni, morirono molte bestie bovine e molte pecore; di questo, i superstiziosi abitanti incolparono le streghe perciò si recarono da uno scongiuratore di streghe nella comune vicina di Kossed per chiedergli aiuto. Lo scongiuratore non si sgomentò, che anzi recatosi a Tintuag indicò otto persone essere quelle streghe che uccisero il bestiame e soggiunse che ognuna delle persone indicate deve avere dietro una coda da doversi recidere per togliere ad esse lo loro potenza stregoniana. Le persone additate furono invitate all’osteria, e dopodichè la società ebbe preso con loro una quantità di acquavite, tre dei sospetti stregoni furono presi a forza e spogliati, per operare su di essi la suaccennata operazione. La circostanza che non si rinvenne l’oggetto da tagliare non persuase i superstiziosi abitanti che anzi dichiararono che la coda mancava solo perchè gli stregoni l’avevano ritirata. Allora si fece scaldare del ferro che rovente fu applicato sui pazienti in un sito che noi non vogliamo precisare, maggiormente colla speranza che la coda ritirata comparirebbe sotto lo spasimo e che allora l’avrebbero potuta tagliare. Che l’orribile operazione non ebbe alcun risultato, è inutile il dirlo: noi aggiungiamo solo che l’Imperial Regia Gendarmeria in Kossesd dopo che venne in cognizione del fatto, arrestò e consegnò alle autorità tutti i colpevoli implicati in quel delitto. (F. di Vienna)”.

La cronaca, divulgata da Hermannstadt, l’attuale Sibiu in Ungheria, aveva percorso le vie dei domini asburgici ai quali afferiva anche la zona di diffusione del giornale mantovano citato, su cui era rimbalzata la medesima notizia, nell’eco delle considerazioni che, invece, tornando a “L’olmo di San Gervaso” di Pavia, avevano ispirato l’autore del pure sopra menzionato contributo di lettura dedicato, in ben più elevata poesia, a riguardo di tale controverso richiamo con il mistero delle presunte streghe, che “(…) Il cuore e lo spirito amano a sollevarsi sugl’oggetti materiali ed a spaziare in un mondo fantastico ove possano provvedere a loro più forti bisogni che sgraziatamente qui in terra, restano mai sempre insoddisfatti. Essi agognano alla vastità del cielo; – al potere senza limiti – ed a campi infiniti spiegati dall’immaginazione innanzi all’entusiasmo, ed all’esuberante pienezza ed all’ardore delle proprie facoltà: mondo magico – fors’anche impossibile, ma che è pure necessario di credere reale in alcune situazioni della vita, per potere respirare liberamente, e muoversi ed agire a bel agio, senza sentirsi ognora inceppata la libertà, e senza urtare ad ogni passo contro gli acuti dell’inflessibile vero. (…)”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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