Tempo di lettura: 4 minuti

La parete scoscesa, fin oltre il pelo d’acqua, non è delle zone più ospitanti, rappresentando il tratto di una scoscesa sponda lacustre fra le più inquietanti che è presente nelle naturali propaggini di roccia, affacciate a strapiombo, secondo vertiginose perpendicolarità impressionanti.

Qui, ai loro piedi, un palombaro aveva camminato sul fondo del lago. Il recupero di un cadavere ed il prelevamento del mezzo con cui si era compiuta la tragica fatalità di un incidente stradale, avevano costituito una sfida per il fisico atletico di chi aveva affrontato quasi ottanta metri di profondità, immergendosi fino all’estremo limite, nella più recondita oscurità pervadente.

Il lago più grande d’Italia era osservato in questa specifica circostanza, nel resoconto giornalistico di Giannetto Valzelli, firma in calce ad un articolo che ne confermava il piglio narrativo, proprio del suo carisma, andando oltre la notizia, destreggiandosi a scrittore, non solo su alcuni giornali, ma anche nel contenuto di una serie di libri dove la comunicazione cedeva, da subito, il passo all’impronta stilistica di una scrittura rilasciata in una libera ispirazione.

La cronaca imponeva il riscontro divulgativo di quell’evento che, a margine dell’inabissamento di un veicolo con le conseguenze di un morto e di un sopravvissuto, ancora nel lago ne riconduceva il seguito, per l’intervento di un palombaro, individuato a figura emblematica di un personaggio particolarmente capace nel sostenere tale cimento, anche per le referenze della sua storia personale, singolarmente associata a questo suo ruolo, svolto nel compito interpretato nella specializzazione di agire, come a cielo aperto, nello spazio misterioso e pericoloso dove l’acqua ha, invece, con tutto un peso sovrumano, il proprio netto sopravvento.

“78 metri sotto il pelo del Garda, il palombaro Soncina passeggia disinvolto” titolava, pari pari, il “Giornale di Brescia” di sabato 4 febbraio 1950, fonte dell’intero affresco dalle tinte cupe e riflesse sulla storica proiezione di queste memorie locali che reggono l’insieme delle diffuse cronache particolari, mediante le quali le stesse risultano significativamente connesse.

Era il periodo in cui, fra l’altro, una bambina, tal Giuseppina Baiguerra, annegava in un canale per aver il ghiaccio ceduto sotto il suo peso, nell’aperta campagna di San Zenone, nel territorio pavese così distante dal lago di Garda dove, in un’altra dinamica, era pure annegato, in quei giorni, l’autista bergamasco Enrico Rota Nodari, finito in acqua, con il camion che guidava, nell’alta zona benacense “presso la galleria dello Sperone a due chilometri da Riva”.

A salvarsi era stato, invece, chi gli viaggiava accanto, tal Agostino Bergomi, che pare fosse riuscito a guadagnare la via di fuga attraverso la stessa portiera che all’altro aveva consentito solo l’approdo finale sul fondale, accanto alla cabina di guida dell’autocarro, dove era stato, poi, trovato dal palombaro Bruno Soncina di Desenzano, esperto per la messa a punto dell’operazione di recupero, per avere da anni svolto, anche in tempo di guerra, tale incombenza legata alla sua specializzazione.

Se, durante la guerra, allora da poco conclusa, trattavasi del recupero delle navi inghiottite dal mare, come, per altro, arruolato in forza alla Regia Marina, nell’immediato dopoguerra “si è messo a lavorare per una ditta che cura il ricupero del materiale bellico gettato a vagoni nel Garda dai tedeschi prima e dagli alleati poi”.

Nel tempo di pace, tra il sempre maggiore diradarsi delle tracce belliche, tristemente note nella fattispecie dei residui propriamente militari, il coinvolgimento del bravo palombaro andava ad interessare circostanze similmente combattute in tristi corrispondenze, su tragiche contingenze, infisse nel fulcro estremo di estinte parabole esistenziali.

Tutto questo anche nell’ambito dell’immersione, riferita nel contributo giornalistico accennato, nel, fra l’altro, precisare che “(…) mercoledì mattina l’audace palombaro ha battuto il record italiano di profondità, calandosi giù nelle acque del Benaco fino a raggiungere i 78 metri. Nella difficile operazione di ricerca del corpo, già due volte era disceso a sondare presso la riva, il Soncina venne coadiuvato dall’amico Bruno Marai che abita pure a Desenzano. Imbragato con solidi cavi di acciaio il camion, ad un argano issato su un pontone, murato nel suo normale scafandro – una gabbia rotonda intorno al viso, tuta di tela gommata stretta attorno ai polsi e scarponi con suole di piombo – il Soncina procedette alla sua terza immersione, affidandosi ai particolari segnali di corda – linguaggio convenzionale, stabiliti con la guida Marai. (…)”.

In quella remota parte del creato, celata alla vista dei più ed assolutamente nascosta dal manto ondoso del soverchiante bacino lacustre, il coraggioso personaggio, protagonista della delicata impresa subacquea di recupero, aveva poi testimoniato la crudezza arcigna del fondale affrontato, con ogni probabilità privo di creature mostruose, come, invece, in tempi diversi, anche per il lago di Garda, si è più o meno favoleggiato, ma, non di meno, al contrario, comunque contraddistinta dalle pure alquanto verosimili visioni di irte protuberanze insidiose, riscontrabili nella complessità di un piano irregolare e, per certi versi spettrale, che erano, in questo caso, rappresentate“(…) presso la galleria dello Sperone, da picchi rocciosi e da sassi che facilmente franano: sotto non ci sono che orridi strapiombi. (…)”. Gli interessati, sono avvisati.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *