Brescia – A Montichiari, quella parte di primavera che il 2015 fa germinare, insieme all’ultimo scorcio invernale, nell’arte ospitata nel suo territorio, appare nella mostra personale dal titolo “Il pane dei semplici” che l’artista di origine camuna Giulio Mottinelli propone fino al tre di maggio a Palazzo Tabarino, al civico 33 di via Martiri della Libertà, dove, al piano superiore, trova sede la pinacoteca “Lechi”.

La mostra dei dipinti di questo apprezzato autore, residente da tempo a Gussago, è visitabile dal mercoledì al sabato dalle ore 14.30 alle ore 18, secondo un’opportunità, ad ingresso libero e gratuito, che pure si rinnova per la fascia oraria riservata alla domenica pomeriggio, compresa dalle ore 15 alle ore 19.

Trentadue dipinti ricompongono, in un’articolata scelta antologica, il fecondo repertorio creativo con cui può essere, fra l’altro, caratteristicamente contraddistinto il ricorrente estro compositivo del pittore che, anche qui, espone le tele confacenti alla sua stimata e robusta tradizione espressiva, configuratasi, nel tempo, secondo una determinata stilistica connotativa, attraverso la quale si denota, in una surreale ed in un’onirica applicazione figurativa, il personale carisma intuitivo della sua immaginifica ispirazione fattiva.

Alla sequela della luce che si trasfigura in un’ambientazione misteriosa, realtà ed immaginazione suscitano nell’autore quel connubio d’interscambio di suggestione, intercorrente fra emozione ed oggettività di caratterizzazione, che è frequentemente mediato in un iperrealismo tracimato nella resa surreale della stessa rappresentazione, a sua volta, affidata allo sfondo di una poetica e di una complessiva affabulazione.

Il panr dei semplici_inaugurazioneIn tale senso, fra i molti qualificati esperti che si sono occupati della sua pittura d’elezione, Marie Adine Touraine pare, fra l’altro, affermare che “la luce viene resa con una delicatezza, un’eleganza senza uguali e, sempre dominante, essa si riversa con magia sulla tela e incanta il pennello. La composizione mostra il segreto di una natura preziosa che deve restare inviolata e impone allo straniero che entra nel regno incantato l’eterno rispetto dovuto alla terra nutrice, tanto generosa con i suoi turbolenti figli”.

Considerazioni che, in un altro importante catalogo monografico di Giulio Mottinelli, sembrano analogamente armonizzarsi con quelle riflessioni che, a sviluppo invece del titolo “Surrealista per eccesso di realtà”, il prof. Giorgio Celli (1935 – 2011), famoso entomologo ed etologo, aveva specificato, fra l’altro, nell’affermare che “I paesaggi di Mottinelli si presentano con una forte valenza visionaria che trasforma i suoi alberi, i suoi boschi, i suoi uccelli migratori allineati, come le note di un misterioso spartito musicale, non come delle percezioni ma come delle apparizioni. Quel suo bosco, colpito da una pioggia alluvionale, e con un sole esploso come una grande macchia gialla sul fondo, diventa un luogo alieno, un altrove, anche se il quadro è popolato da cose riconoscibili: alberi, erbe, cespugli. Queste opere sono pervase da una sensazione di silenzio e di attesa, come se da un momento all’altro gli alberi cominciassero a contorcersi, fatti simili a quelli dell’inferno dantesco, per erompere in un coro di lamenti. La magia di questi quadri è nel proporre una specie particolare di spaesamento, ottenuto, non come volevano i Surrealisti, che ponevano una macchina da cucire su di un tavolo anatomico e quindi puntando su di una metafora incongrua, ma attraverso una intensificazione delle forme naturali. Un’operazione estetica, dunque, giocata tra Neoespressionismo e Iperrealismo che, con questi paesaggi, posti in iperbole, e questi uccelli che sforano al di là del quadro, si presenta come un sogno che porta con sé la traccia di qualche archetipo junghiano”.

Tra le opere, presenti nelle varie sale dell’accurato allestimento monteclarense, si possono apprezzare anche i dipinti dai rispettivi titoli evocativi di “Primavera domestica”, “Storia di luce e di ombra”, “Nella luce del tempo”, “Sotto il segno della luna”, “Luce da oriente”, “Profumi di fieno”, “Sotto il segno del Leone”, “Il sedano dei miracoli”, “L’albero misterioso” e “L’albero dell’Orsa Maggiore”, insieme a molti altri, denominati nella verosimiglianza posta in relazione con l’eco suggestiva di assonanti similitudini, secondo una estrinsecazione di acrilici su tela, sviluppata fedelmente rispetto alla proposta di una eccellente testimonianza artistica, a proposito della quale Giuseppe Fusari, direttore del “Museo Diocesano” di Brescia, ha ritenuto, in un’altra circostanza espositiva, di evidenziarne, altrove, il riscontro dell’apporto sensoriale offerto nei termini di un’efficace valenza percettiva, in quanto “di gusto si tratta, perchè il percorso al quale costringe Mottinelli è fatto di profumi, sapori e fragranze che si annidano nelle rappresentazioni e arrivano a quell’inconscia appartenenza a un tutto che chiama all’appello non uno, ma tutti i sensi. E più di tutti, chiama la memoria perchè ad essa impone il compito di ricucire le esperienze pensate e sistemate con la pazienza del tempo passato sulle grandi tele che compongono il microcosmo virtuale del tempo”.

A Montichiari, la rinnovata ed affascinante proposta espositiva di Giulio Mottinelli passa attraverso la collaborazione delle più rappresentative realtà istituzionali del territorio, come il Comune, l’associazione Proloco, l’Azienda Servizi Sociali e la direzione museale cittadina che ha favorito parte dei propri ambienti, dedicati alle mostre temporanee, quale sede ricettiva de “Il pane dei semplici”, percepibile pure come iniziativa strutturatasi nell’efficacia culturale della propria implicita portata aggregativa, durante la partecipata manifestazione inaugurale che si è, fra l’altro, proporzionata nella esplicita consistenza costitutiva degli interventi espressi dall’assessore alla cultura Basilio Rodella, dal direttore di “Montichiari Musei”, Paolo Boifava, e dal critico d’arte Paolo Capelletti che hanno, rispettivamente, presentato alcuni aspetti significativi legati alla manifestazione pittorica, colti nel fascino della sua corrispondente specificità compositiva.

Il panr dei semplici_operaL’assessore alla Cultura, nel condividere con i numerosi presenti all’inaugurazione, la propria personale ammirazione verso l’arte di Giulio Mottinelli, da lui inteso non solo come pittore, ma anche come autore di una “poesia dipinta”, ha, fra l’altro, citato un intervento di Maurizio Bernardelli Curuz, critico e storico dell’arte, giornalista e scrittore, già direttore artistico di “Brescia Musei”, apparso tra le numerose referenze pubblicate sui mezzi di informazione relativamente allo stesso pittore, riguardo al quale, il pure direttore della rivista “Stile”, aveva ritenuto di precisare che “i mondi di Mottinelli si aprono a partire da punti inaccessibili. Quando guarda alla sacralità della Concarena o dell’Adamello come gli antenati camuni, egli cerca, trova e fissa, con modalità sindoniche, il divino naturale. I suoi paesaggi sono, pertanto, sempre Al di là; non vi è nulla di realistico nella sua pittura o di fotografico; riesce a creare la verità di ultramondi naturali nei quali i paesaggi animati subiscono un potenziamento di tutti i tratti: l’acqua diventa luce, i bagliori equorei ardono con la forza di sciami di faville, ma poi tutto torna ad essere, con nitore ciò che è stato…”.

In riferimento, invece, all’attribuzione di un ricorrente tema trattato, nella fattispecie del “sogno”, e nel merito della riscontrata “creazione di un mondo”, attraverso l’interpretazione di una “tecnica sopraffina” che, conseguentemente, sottintende “un invito” ad una corrispondente immedesimazione nell’ambito dell’opera stessa, ha parlato Paolo Capelletti, autore del testo di presentazione della mostra “Il pane dei semplici”, pubblicato sulla brochure divulgativa dell’evento stesso, sottolineando, pure, il ruolo della luce nella produzione pittorica di Giulio Mottinelli, quale “corollario che ricorre di più” nella strategia espressiva dei suoi lavori, indugianti su vari elementi naturali, come gli alberi, i frutti, gli ortaggi, i prati, i nidi, i vegetali, particolareggiati su scene aperte al trascendente di una dinamica inventiva, ma anche su presenze evocative di altre similitudini argomentative, come il filo e gli occhi, che, tutti insieme, sono valorizzati da una tecnica di luminosità padroneggiata mediante una sapiente stesura coloristica e secondo una attenta e delicata configurazione intimistica, posta tra un effetto di luce maggiore ed uno minore, tra effetti di ombre partecipi di questa soluzione d’incanto, come se ogni particolare fosse sul limitare di una “soglia”, allusiva di un passaggio evanescente, di una trasformazione emergente, nel divenire del tempo, puntuale attimo incipiente, in qualità di un ulteriore ingaggio esistenziale incombente.

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