Era per Gabriele d’Annunzio (1863–1938) l’anno del “Patto marinaro”, sperimentato a margine di un evento verificatosi a Gardone Riviera, nell’ambito di un confronto fra più parti, funzionale al possibile discernimento della questione dei lavoratori del mare, presa a riferimento di una propositiva riflessione particolare. Da parte di un poeta in auge, sulle rive di una vasto lago alpino, il mare teneva banco sul profilo del comparto lavorativo che, a vari livelli, era interpretato professionalmente sullo specchio cobalto dello spumeggiante spazio marino.

Questo incontro, finalizzato a cercare di dare risposta alle problematiche emerse in quel periodo da quanto lamentato dai lavoratori marittimi, era avvenuto per iniziativa della poliedrica personalità istintiva propria dell’eclettica natura di Gabriele d’Annunzio, già noto, anche nel 1923, per quel carisma che, di una serie di imprese esorbitanti la sua stessa scrittura, si era reso fattivo, mediante gli effetti di una straripante e di un’eclatante misura.

Quella misura che aveva condotto, nella località lacustre d’elezione di d’Annunzio, fin dentro la sua residenza panoramica d’ultima adozione, i protagonisti del concertato avvenimento, concretizzatosi in un appuntamento dialettico di settore, come, fra l’altro, si poteva leggere nell’uscita in stampa da “La Provincia di Brescia” del 14 luglio 1923: “Ieri, reduci da Gardone Riviera, sono passati dalla nostra città Edmondo Rossoni, segretario generale delle corporazioni fasciste e gli on. Olivetti e Venni. A Cargnacco con Gabriele d’Annunzio non è stato solo discusso il patto marinaro, ma è stata pure presa in considerazione la situazione generale nei rapporti fra industriali e operai”.

testo_nuovo_patto_marino_luglio1923Circostanza per la quale, mentre si dava, fra l’altro, informazione che “con recente decreto governativo sono stati riconosciuti e quindi inscritti nell’albo araldico, gli antichi titoli onde era rivestito il Vescovo di Brescia: quelli cioè di Duca di Valle Camonica, Marchese della Riviera Occidentale del Benaco e Conte di Bagnolo”, il medesimo giornale, nel numero del giorno prima, ne aveva annunciato l’ormai imminente verificarsi, specificando, fra l’altro, che “Una riunione avrà luogo oggi a Gardone, promossa da Gabriele d’Annunzio che la presiederà ed alla quale parteciperanno i rappresentanti della F.S.L.M. (Federazione Sindacale Lavoratori del Mare) e i rappresentanti degli armatori. Nella riunione si discuterà il nuovo “Patto marinaro” stilato da G. d’Annunzio che sembra certo abbia già avuto l’approvazione dell’on. Mussolini. Non è escluso, però, che il convegno, per il volere di D’Annunzio, estenda il suo esame a tutta la situazione sindacale italiana e che i rapporti tra i datori di lavoro e i lavoratori vengano discussi dai rappresentanti delle due parti. Persone che hanno avvicinato in questi mesi di volontario silenzio il Comandante riferiscono che Gabriele d’Annunzio non ha mai cessato di volere una unità morale dei lavoratori italiani sempre più coesa ed effettiva”.

Un insolito ruolo, in un certo qual modo, simile a quello di un sindacalista, pareva trovarsi, in questo peculiare contesto, confezionato attorno all’organizzatore dell’incontro in questione, nei panni di un autorevole mediatore delle allora contingenze connesse al mondo del lavoro, con particolare riferimento alle da poco avvenute agitazioni e scioperi del comparto dei marittimi, che d’Annunzio, nelle fogge calzate in tale veste, aveva indossato, procedendo alla stesura, nel luglio del 1923, del “Patto Marino” in cui, fra le considerazioni da lui manifestate, c’era pure l’istituzione di un “collegio arbitrale” atto a “regolare i turni degli imbarchi, considerando tutti i vantaggi del buon servizio per la buona nave nella buona rotta ed evitando qualsiasi esclusione persecutrice e qualsiasi privilegio odioso a danno della gente marina d’ogni mestiere e d’ogni comando”.

Nell’impostazione ideale dello stesso documento, espresso mediante l’inconfondibile impronta aulica dell’illustre autore che, da una visione generale, si proporzionava anche al caso particolare delle navi citate “Luigi Parodi” e “Gaspare”, come pure della menzionata compagine dei lavoratori marittimi, aderenti alla “Compagnia Cooperativa Garibaldi”, si facevano strada alcuni concetti valoriali affinati al fuoco del periodo storico sia della “Grande Guerra” che della successiva epopea di Fiume, contraddistinta dalla relativa emanazione, in questa città dell’Istria italiana, della “Carta del Carnaro”, propugnata nelle sue linee di coesione sociale e di illuminate prospettive programmatiche, in una sintesi sostanziale.

Un cenno verso questa feconda gemmazione storica era stato espresso dal segretario delle corporazioni sindacali, Edmondo Rossoni (1888-1965), nell’intervista pubblicata dal giornale bresciano “La Sentinella” di sabato 14 luglio 1923 che faceva trapelare, dell’avvenuto incontro gardonese, un marcato riflesso dannunziano, contemperato a ridosso delle questioni trattate, ancora sospese: “E’ impressione di bontà, è impressione di serenità che il poeta lascia in tutti coloro i quali hanno occasione di trovarsi vicino a lui e considera quella che è un poco la sofferenza attuale di vedere che il problema più sacrificato è quello delle relazioni fra operai ed industriali, del quale tutti si dimenticano un po’, eccetto noi che viviamo nell’ambiente. Il poeta è stato con noi parecchie ore. Il suo spirito agile ha toccato un poco quella che è la storia di questi ultimi tempi, senza che nessuna nube passasse sul suo viso e senza che nessun ricordo potesse turbare il suo spirito. Ha ricordato che con la Carta del Carnaro intendeva stabilire uno spirito nuovo, anche in quelli che potevano parere i più complessi problemi giuridici e, se quello fu un tentativo sfortunato di poeta, non fu però tracciato invano, in quanto, quello spirito è entrato in molta parte di quelli che vivono nell’ambiente operaio ed il suo riflesso si sente ancora qua e là in qualche fiammata che nasce e che lascia la sensazione che quello spirito è ancora vivo”.

CartacarnaroIn alcuni esplicitati titoli progressivi dell’accennata “Carta del Carnaro”, redatta nel 1920, quale importante matrice basilare, fondante un’identitaria aggregazione comunitaria, strutturatasi nelle dinamiche d’azione di un territorio considerato pure nello sviluppo politico della sua svelata e promossa definizione istituzionale, si può leggere che “III – La Reggenza italiana del Carnaro è un governo schietto di popolo – «res populi» – che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più larghe e le più varie forme dell’autonomia quale fu intesa ed esercitata nei quattro secoli gloriosi del nostro periodo comunale. IV – La Reggenza riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione. Ma amplia ed innalza e sostiene sopra ogni altro diritto i diritti dei produttori; abolisce o riduce la centralità soverchiante dei poteri costituiti; scompartisce le forze e gli officii, cosicché dal gioco armonico delle diversità sia fatta sempre vigorosa e più ricca la vita comune”.

Attorno alla considerazione verso la dignità del lavoro, inteso, in tale articolato enunciato, come “unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio”, in quanto “padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all’economia generale”, si integravano, fra le altre ispirazioni, alcune notevoli visioni d’un orizzonte di senso, lungo il quale suggestivamente poter percepire l’anelito supremo verso la vita che “è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà; l’uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù, per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”.

Il contributo di d’Annunzio a favore del tema del lavoro, nelle vicende a lui contemporanee, entro le quali insinuava lo spessore stilistico e concettuale del suo intraprendente ardore personale, pareva potersi ricondurre ad un contesto assimilabile alla natura delle vertenze promosse in chiave sindacale, dal momento che, ancora il quotidiano “La Sentinella” di mercoledì 1 agosto 1923, poneva al centro della prima pagina, gli estremi dello sviluppo di una già attiva realtà di tale genere, ispirata al nome del proprio letterato nume tutelare: “Sindacalismo d’annunziano – Una nuova organizzazione. Firenze, 31 luglio. La Camera toscana dei Sindacati economici, aderente al Movimento Sindacalista d’Annunziano, ha approvato un ordine del giorno col quale, confermando i suoi principi nazionali e sindacalisti che fanno agire al di fuori e al di sopra di ogni preconcetto politico e di qualsiasi interesse di partito, con il proposito di valorizzare tutte le forze indipendenti di lavoro e di intelletto, palesi e lontane nel popolo nostro, tenendo sempre come meta ideale i Postulati sanciti dalla Carta del Carnaro, udito il parere dei Sindacati aderenti, delibera di cambiare da oggi il proprio nome con quello più simpaticamente comprensivo di “Camera italiana dei lavoratori indipendenti” che fonde armonicamente il concetto di Patria e di Nazione, col diritto inalienabile dei produttori alla libera associazione ed autonomia da ogni e qualsiasi influenza confessionale e di parte e dell’intervento dello Stato, che vada oltre quelle relazioni contingenti atte a risolvere speciali situazioni di lavoro”.