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All’origine, appare con un destino difficile da presagire, la storia di questo platano, presente, come altri, nella campagna fra le località bresciane di Maclodio e di Berlingo, non lontano dalla settecentesca “Torre Calini”, a sua volta, in vista, ulteriormente più ad ovest, della “Torre Ducco” di Trenzano.

Diventare, nel tempo, sede devozionale, secondo una mirata impostazione religiosa, sembra antica vocazione, ormai desueta, per gli alberi che, in epoche alquanto remote, potevano anche assurgere a vivi riferimenti stanziali per un culto popolare, ispirato ad una corrispondente ed animica pratica confessionale.

Pare che ci abbia pensato un certo Luigi Festa, a fare approntare l’occorrente per questa santella campestre dedicata a Maria Santissima.

Ad attribuirgli l’idea, oltre alla presumibile testimonianza di una sua sensibilità orante, si può, a tutta vista, reputare funzionale, a tale riconversione strumentale, la presenza della grossa fenditura creatasi nel fusto dell’albero stesso, aperta in un buon tratto della sua estesa parte basilare, nel senso che, come a volte accade, il tronco si era di misura svuotato, realizzando, di fatto, una sorta di nicchia particolare.

“Ideatore della santella”, come recita una sommaria epigrafe marmorea correlata ai rilievi decorativi di un tondo iconografico, Luigi Festa tuttora accompagna, nella memoria accennata, tale estemporaneo adattamento d’impatto mistico, all’albero che da tempo, appare nella sua versione attuale, dirottata a rappresentare alcuni segni del sacro che vi si son voluti applicare.

Una targhetta, posizionata in loco, recita che trattasi della “Santella dele Madunine del Platen”, certamente al plurale, per quanto riguarda l’esplicitatavi figura mariana, a motivo della plausibile motivazione che di statue, rilievi, effigi della Madonna ve ne siano, qui, raccolti, con i relativi manufatti, in una quantità esponenziale.

Intanto, insieme alla collocazione, scelta nella nicchia del platano ed intorno ad essa, di tali evidenti riferimenti mariani, è stata aggiunta anche una panchina, con tanto di aiuola floreale, in funzione dell’obiettivo che l’intera circoscritta area, rasente un fosso irriguo, sia abbellita, in un coerente ingentilimento speculare.

Nel frattempo, pare che sia piaciuto, anche stavolta, all’autore di una drastica potatura, ridurre la chioma svettante di questo platano, al nulla, cioè, se non fosse chiaro, andare a deprivare qualsiasi ramo apicale all’albero stesso che appare come una sorta di “totem tribale”, in tutto, ridotto all’essenziale castigamento di una sola proiezione verticale, eretta a perpendicolare, sul filo piatto di una altrettanto vivisezionata pianura, coincidente con il circostante contesto ambientale.

I campi vicini, riferiscono questa capillare e minuziosa premura, che niente pare lasciare al caso, per l’intensivo sfruttamento con cui se ne esercita, tra i radi cascinali, una laboriosa ed una metodica agricoltura.

La “Santela dele Madunine del Platen” pare, di tanta geometria operativa, fatta anche di solchi e di spazi sfruttati, rilanciare, all’impalpabile vastità di un infinito trascendente, il respiro di una inafferrabile dimensione di prospettiva che, aleggiando nello spirito, restituisce all’uomo una effettiva compenetrazione a completamento della semplice materia, riproporzionata alla luce del richiamo celeste che la fede qui, in un conclamato sentimento religioso, vi reputa convenuta, in una perdurante consegna evocativa.