Tempo di lettura: 7 minuti

Si dice alluce o pollice? A proposito del fatto se il dito più grosso del piede andasse inteso con l’uno o con l’altro termine, Gabriele d’Annunzio (1863 – 1938) propendeva per “pollice” e per questa risoluzione era stato redarguito da “La Domenica del Corriere”, settimanale dalle famose copertine illustrate da Achille Beltrame (1871 – 1945), nell’edizione della metà di aprile del 1913.

Nel suo romanzo del 1910,Forse che sì forse che no”, d’Annunzio aveva individuato questa parte anatomica con l’accezione uguale a quella omologa della mano, attirandosi la reprimenda di un tale, testualmente scritto, “Dottor Giovanni” che, dalle colonne tipografiche dell’accennato settimanale a caratura nazionale, l’aveva, in pratica, attaccato, correggendo la presunta licenza dannunziana, senza per nulla prendere in considerazione la possibilità che, nel caso del noto poeta, forse avrebbe potuto trattarsi di una deroga autoreferenziale, nell’uso delle parole sottoposte alle sue personali velleità stilistiche ed istrioniche, oppure che si fosse potuto anche ammettere tale evenienza linguistica, secondo strumentali logiche di comunicazione più recondite, rispetto a quel comune effetto che, al suo contrario, dava di rimando impressioni attonite.

Nulla di tutto questo: né in un caso, né nell’altro. Per d’Annunzio il maggior dito del piede era normale che lo si individuasse con il nome “pollice”. A colui che, invece, lo avvisava, quanto stonasse, tale uso, sullo specifico spartito di una lingua sovrana, pareva, indifferentemente, che non si fosse potuto trattare di un semplice segno di arbitraria autonomia lessicale, interpretato dal già, allora, conosciuto autore di opere suffragate dai termini di una personalità volta a perpetuarsi nello stigma di una ricerca, anche estetica, orientata al farsi immortale, ma di un errore di sintassi tale e quale.

Anni più avanti nel tempo, rispetto a questa diatriba sui dettami di uno scrivere in bella prosa, fedele all’invalso compendio culturale del Belpaese, “Il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana” di Ottorino Pianigiani, nella ristampa, per la “Sonzogno”, del 1942, recitava, alla tanto dibattuta voce, posta in pagina a quell’elenco alfabetico, lo svelamento di una spiegazione circa il “pollice (….) che alcuno deriva da “pòlleo” sono forte, potente, perché il più robusto (quasi pollens gagliardo); altri pone accanto a pollice “prometto”, forse perché stringendo con quello la mano del contraente si sanziona un patto una promessa (….). Il più grosso e più forte dito della mano e del piede; misura di lunghezza corrispondente alla dodicesima parte del piede (…)”.

Nel numero quattordici della “Domenica del Corriere” del 1913, invece, per il “Dottor Giovanni”, non c’era niente da fare: “Gabriele d’Annunzio, quantunque immaginifico, certo non immaginava di commettere un errore grossolano quando nel “Forse che sì, forse che no” chiamava il pollice il primo dito del piede, poiché il piede non ha un dito che si chiami pollice, ma ha un grosso dito, che dicesi alluce, o primo dito del piede o ditone. Chiamasi pollice solo il primo dito della mano, e dicesi pollice (dal latino pollere) perché il dito veramente potente della mano, quello che di essa costituisce uno strumento prensile per eccellenza, e la fa differenziare dagli artigli degli animali (…)”.

L’implicita percezione di forza era, per questa versione attenta all’origine della natura primigenia delle parole, quella misura fondamentale adottata per proporzionare l’effettiva motivazione addotta dalla risoluzione ispirata all’uso di un termine piuttosto che di un altro, individuato nella assuefatta scelta che più si riconduceva ad un equilibro di attinenza con la naturale distribuzione delle dita, osservate nella loro soppesata consistenza.

forse che si forse che no copertinaNel romanzo “Forse che sì forse che no”, pare potersi scorgere il passo incriminato nel periodo narrante in cui, di quell’estremità anatomica, l’umanità, in lettere dispiegata nella trama del romanzo cesellata, era descritta in una caratteristica prosa poetica ispirata: “(…) Dove siamo? – diceva Isabella respirando l’odore della salsedine e della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo dalla gola al pollice del piede scalzo (…)”.

Come pure, in un’altra bella pagina del medesimo libro, partorito in quel lontano inizio di Novecento, un possibile punto rimarchevole, era, in riferimento al termine in questione, ravvisato nel corso di un esplicito stile descrittivo, sviluppato nel periodare: “(…) Anche il corpo di lei era ingannevole, quasi duplice, come dissimulato e rivelato in una perpetua vicenda. Ecco, ella saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva allungarle ancor più le gambe, attenuarle i fianchi, assottigliarle la cintura; era magra snella veloce come un giovinetto allenato alla corsa. Ecco, ella si soffermava sul ripiano traendo un gran respiro; e l’occhio a un tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle, la profondità del suo torace, la potenza delle sue reni, la rettitudine della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli della Libica michelangiolesca”.

Evidenziata dal curioso titolo di “De infesto pollice”, la decisa replica di d’Annunzio era stata pubblicata da “La Domenica del Corriere”, nell’edizione della fine d’aprile del 1913, rappresentando pure un singolare scambio di versioni discordanti su certi aspetti linguistici nazionali, focalizzati sull’uso o di “pollice” o di “alluce”, per i rispettivi riscontri lessicali.

Il poeta faceva leggere al suo detrattore e, con lui, ad ogni possibile lettore che: “Il dottore mi accusa di aver chiamato pollice, in un mio libro, il primo dito del piede; e, riformandomi con autorità magistrale, m’impone di chiamarlo alluce. Metto in guardia contro lo sproposito i timidi amatori della lingua nostra, che dall’arroganza potrebbero lasciarsi sbigottire. La parola “alluce” non è registrata in nessun lessico italiano: non si trova nella lingua dell’uso né in quella fuori d’uso, non nella lingua scientifica antica, non nella moderna, ma forse nella modernissima che in gran parte è barbarica e spesso – come in questo caso – spropositata. E’ dedotta dall’allus o Hallus latino, non illustrato da alcuno esempio del buon secolo, ma tramandato in quella specie di tardo raffazzonamento del grammatico Festo, noto sotto il titolo di Sexti Pompei Festi de significatione verborum. Questo allus che non si declina allucis, ma alli, vuol significare “POLLEX PEDIS scadens super proximum digitum, quod velut insiluisse in alium videatur”. Vuol dunque significare pollice del piede accavallato sul dito vicino. In taluni codici di Festo ad allus è sostituita la forma allex, allicis. E su l’origine e sul vero significato di questa parola che Plauto adopera nel Poenulus, è una ambiguità che qui non giova tentar di distinguere o di dichiarare. Basti affermare che in tutti i dizionari latini pollex è detto “primus et crassior digitus in manus ET IN PEDE”. Di pollex usato a indicare il dito grosso del piede si hanno esempii noti di Marziale e di Plinio. Simile in tutti i dizionari italiani autorevoli la parola “pollice” è definita “dito grosso della mano e del piede”.

piede alluce o pollicePare che, nonostante la chiara fama già in quel tempo maturata, in un generale consenso di successo dove la figura di d’Annunzio assurgeva fra i maggiori esponenti dell’eccellenza letteraria italiana, ci siano stati anche altri a contrastare lo stesso noto autore, infliggendogli colpi d’affondo intemerati, come in un caso bresciano di cui l’interrogativo che, tuttora, ne può conseguire è se, questa spietata stroncatura, abbia avuto, oppure no, un seguito, da parte dell’interessato, nello strascico eventuale di replicanti e di forbite contumelie.

Ne “La Provincia di Brescia” del 22 gennaio 1910, in un diffuso contributo di riflessione circa l’allora panorama letterario in evoluzione, presentato sotto il titolo “Letteratura a un soldo” che ne annunciava ermeticamente la trattazione, un non meglio identificato Dr. G. Battista Cupis affermava, tra l’altro, che “Il tipo comune di pirata letterario è il “Dannunziano”. Quasi sempre è uno studente che ha divorato l’opera di d’Annunzio e che, in cambio di assimilare la parte migliore, la formale, ha invece digerito benissimo la meno felice, la concettiva. Tutte queste visioni di nudi superbi, abbaglianti; tutte queste musiche, in sordina o meno di sospiri, di baci e di carezze, tutto, insomma, il poema dell’amore, così come lo sente e lo descrive il d’Annunzio, ballano una ridda infernale agli occhi della fantasia del giovane scrittore: le sue facoltà mentali ne subiscono il fascino pericoloso, mentre l’anima pel tramite di una forma meravigliosa, è vero, ma sottilmente lasciva e molle di sensualità, si turba dapprima, si corrompe, a poco a poco, in seguito perde la freschezza e l’ingenuità dei sentimenti primi e vi sostituisce un lievito di abiti morbosi. Le concezioni, quindi, del povero/giovane saranno la parodia grottesca delle vicende varie dell’amore intessute sul canovaccio di una forma epilettica, tutta scatti e sobbalzi, infiorata di metafore, di similitudini gonfie ed ampollose, ricche di artificio e povere di sincerità”.

Di questi strali d’opposizione pare che d’Annunzio ne sovrastasse le traiettorie, seguitando a volteggiare alla sequela delle sue glorie, come il forte volatile di cui, nel nome mitologico di “Alcyone”, figlia del re dei venti, aveva preso l’ispirazione nel 1903, per dare, ad una notevole raccolta di sue poesie, quella caratteristica denominazione che si trova spiegata nello stesso vocabolario etimologico, più sopra citato, nell’edizione, in tal senso, eloquente dove, tra l’altro, è addirittura assente, fra le sue pagine, la parola “alluce”, dando ragione a chi di tutto un argomentato deposito della letteratura si assurgeva a sopraffino mentore: “Alcione gr. Alkyon (lat. Alcedo; a.a. ted. Alacra) che vuolsi comp. Da als mare e kyo generare – Uccello comunemente chiamato Martin Pescatore e Gabbiano, che fa il nido sull’estremo lido del mare. Credesi che annunzi tempesta, quando di importune grida empie le rive e volteggia incerto intorno agli scogli”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *