Eliana ha raccontato di come un microcredito di 3.500 euro sia stato fondamentale per il suo percorso: le ha permesso di frequentare un master grazie al quale ha trovato immediatamente lavoro.

Sabrina e Maja, entrambe sui 50 anni, avevano un lavoro precario e un progetto d’impresa per crearsi un lavoro che fosse anche una realizzazione dei loro desideri e delle loro competenze.

Questi progetti non avevano trovato ascolto in banca. Grazie al microcredito hanno avuto invece sia il supporto economico che il necessario accompagnamento nell’elaborazione dei vari aspetti dell’impresa.

Ha ragione Loredana Aldegheri, direttrice di Mag Verona: “In un contesto turbolento come l’attuale, per essere creatrici e creatori di lavoro ci vuole tanta energia soggettiva, tanta determinazione e pazienza (poiché i risultati non sono dietro l’angolo), ma ci vogliono anche competenze e strumenti: di formazione, di assistenza tecnica e di microcredito. Ci vuole insomma un mondo intorno che accompagni, faciliti, che validi chi creativamente intraprende, chi si responsabilizza, chi apre in prima persona nuove strade”.

Le esperienze di Eliana, Sabrina e Maja sono solo alcune delle storie che accompagnano il microcredito nei nostri territori.

Se ne è parlato lo scorso 20 ottobre, nella filiale veronese di Cassa Padana Bcc, in un convegno che Mag Verona ha voluto e organizzato in occasione della Prima Giornata Europea della Microfinanza. Non a caso MagVerona, da anni impegnata su questo fronte e con uno sportello microcredito attivo nelle proprie sedi.

La ricorrenza è stata l’occasione per diffondere la conoscenza dello strumento del microcredito, che ha ancora grossi ostacoli da affrontare, (in primis quelli legati all’attuazione della nuova normativa bancaria e alla mancanza di finanziamenti) e che deve ancora farsi conoscere dal grande pubblico (dai potenziali beneficiari, così come dalle istituzioni) per possibili passi avanti.

Cosa sia in concreto il microcredito è emerso chiaramente dalle testimonianze di Eliana, Sabrina e Maja che ne hanno beneficiato: è sì un prestito, ma è anche e soprattutto un percorso di accompagnamento all’elaborazione del progetto lavorativo e d’impresa.

Percorso durante il quale si crea quel rapporto di necessaria fiducia, che le banche tradizionali sembrano aver dimenticato.

La parola “accompagnamento” è stata forse la più citata: ne ha parlato il direttore di Cassa Padana, Luigi Pettinati, che l’ha individuato come concetto chiave per il futuro, che ogni banca dovrebbe tenere alla base di ogni suo servizio.

Ma è emersa anche nelle esperienze della Fondazione Don Mario Operti di Torino che lavora in tutto il territorio piemontese con forte sostegno dell’autorità regionale, della Fondazione Un Raggio di Luce di Pistoia (con una presenza significativa in Toscana e nella Repubblica Centrafricana) e di Hub Rovereto che da anni sperimenta attività di accelerazione d’impresa in coworking.

“E’ questione di dare ascolto autentico ai bisogni e ai desideri che stanno dietro la richiesta di un credito” ha ribadito Giampietro Pizzo, Presidente di RITMI, “aiutando a far emergere le energie creative che tanti e tante hanno, ma che vengono spente dalle banche tradizionali che si basano più su freddi criteri tecnici, avendo perduto il concetto di sana valutazione del rischio”.

Si stima infatti che ben il 25% di chi abita in Italia abbia difficoltà ad accedere a servizi finanziari. Una cifra altissima, che oggi non riguarda più chi da sempre è fuori dal sistema bancario (come ad esempio i migranti), ma anche chi ne è stato “espulso” a causa di un errato modo di intendere la finanza.

E così accade che troppo spesso chi ha un’idea d’impresa non trovi ascolto da parte di banche e finanziarie tradizionali, che nel valutare un progetto futuro danno più peso al passato, cioè alle garanzie o al patrimonio che quella persona già ha.

“Se la logica è costruire il futuro sulla base del passato, senza riconoscere l’enorme potenziale di intraprendenza e creatività – ha proseguito Pizzo – il futuro è asfittico”.

Ecco perché è necessario un ripensamento generale e attorno alla microfinanza devono tornare a discutere diversi soggetti: operatori di microcredito, ma anche istituzioni, banche e cittadini (anche questi ultimi possono essere soggetti attivi di cambiamento, scegliendo di investire i propri risparmi in circuiti etici, come ha ricordato Anna Fasano, vice Presidente di Banca Etica).

La Microfinanza infatti ha a che fare col ricostruire piste per far accedere alla finanza, ma anche – più in profondità – col cambiare il modo di fare finanza e di fare banca.

Il cambiamento è già in atto: l’ Italia ha fatto passi importanti per creare uno spazio per gli operatori del microcredito, introducendo nel Testo Unico Bancario l’art. 111, che in sostanza riconosce che il microcredito non ha la dimensione di un progetto che si affianca al sistema bancario per correggerlo, ma è parte del fare finanza, con nuove modalità.

Questo articolo però fatica a essere applicato, soprattutto a causa dell’assenza di fondi per i servizi di accompagnamento che sono stati resi obbligatori dalla normativa.

E’ una situazione di empasse che deve essere superata con l’aiuto principalmente delle istituzioni, che spesso però non hanno sufficiente conoscenza della microfinanza.

Ciò si traduce a livello europeo e poi a livello regionale nella progettazione di bandi inadeguati, che rendono impossibile l’accesso a finanziamenti alla maggior parte delle istituzioni di microfinanza, come ha spiegato Jorge Ramirez della Rete Europea di Microfinanza.

L’invito a discuterne durante la conferenza è stato accolto dal Comune di Verona, con la presenza dell’assessora Leso, che ha parlato dell’attenzione del Comune alle nuove povertà della città, dando conto di una solidarietà diffusa nei nostri territori.

Resta però necessario un confronto con le istituzioni a più livelli, specialmente con quelle regionali, decisive nell’allocazione dei finanziamenti europei.