Diventerà capo della Polizia – Direttore Generale di Pubblica Sicurezza. Un incarico interpretato fino alla morte, avvenuta, si dice, dopo aver mangiato dieci aragoste, nel novembre 1940. La sua carriera era passata, nel bresciano, anche attraverso l’esser stato Commissario prefettizio, sia a Passirano che a Ghedi, tra il 1912 ed il 1913.

All’epoca, Arturo Bocchini (1880 – 1940) era già, da circa un decennio, a servizio del Ministero dell’Interno. Tali sue riuscite incombenze precederanno di altrettanti anni la nomina a prefetto di Brescia, dalla fine del 1922 fino al dicembre del 1923, vedendolo, poi, passare al vertice della prefettura di Genova, da lui retta fino al 1925, e, quindi, di Bologna, terminando, tale ruolo, nel 1926.

Nel libro, edito da “Mursia” con il titolo “Il Viceduce – Arturo Bocchini capo della polizia fascista”, scritto da Domizia Carafoli e da Gustavo Bocchini Padiglione, fra altri aspetti, si legge, a proposito di questa pagina bresciana, propria della biografia di questo apicale funzionario di origine beneventana, pure nominato senatore dell’allora Regno d’Italia nel 1933, che essendo stato: “(…) Promosso prefetto il 30 dicembre, Bocchini viene destinato alla sede di Brescia, inviatovi a sostituire De Martino, ex Capo di Gabinetto di Francesco Saverio Nitti. Brescia è terra di agrari e di leghe “bianche”. Nei contratti agricoli di quell’anno, il nuovo prefetto appoggia abilmente le organizzazioni sindacali dei fascisti a spese di quelle cattoliche. Contemporaneamente allaccia rapporti con il sindacalista Augusto Turati, uomo capace e intelligente, esponente di primo piano del fascismo bresciano, e con Roberto Farinacci, leader del fascismo cremonese. Bocchini non sa che, proprio per queste sue relazioni, è tenuto sotto controllo da un personaggio che ritroveremo nel prosieguo della nostra storia. Si tratta di un commissario, Giuseppe Dosi, nato a Bagnara di Romagna, fratello di Adelmo, caduto sul Carso il 22 ottobre 1915. Aldo Finzi, pochi giorni dopo la sua nomina a sottosegretario degli Interni (siamo nel novembre del 1922) dispone che Dosi controlli l’attività politica svolta da d’Annunzio, del quale peraltro vantava l’amicizia iniziatasi nel 1918, quando aveva compiuto il famoso volo propagandistico su Vienna. Dosi ha ampia libertà di movimenti, dal momento che Finzi ripiana le sue spese, prelevandole dal fondo segreto a sua disposizione (circa un milione e mezzo di lire all’anno) soprattutto per tenere a bada la stampa fascista più ribelle. Dosi, dunque, tiene d’occhio d’Annunzio e Gardone, dove si era ritirato e controlla chi viene e chi va dal Vittoriale e gli uomini con i quali si incontra per motivi politici. Non manca, quando può, di dare un’occhiata alla posta, e usa un occhio di riguardo per le donne che allietano gli anni di riposo del poeta. Siccome, Gardone è in provincia di Brescia, già che c’è, Dosi, non richiesto, si occupa anche di Bocchini scoprendo in tal modo che il neo-prefetto era in rapporti stretti con Farinacci (…)”.

Altro personaggio legato al medesimo territorio era pure Arturo Marpicati (1891 – 1961), figura di rilievo nel Ventennio fascista, in quegli anni, però, ancora impegnato a Fiume dove aveva seguito d’Annunzio e dove vi era rimasto svolgendo, fra vari incarichi fiduciari, anche la gestione di giornali, come “Delta” e “La Vedetta d’Italia”.

Era nato a Ghedi, località dove Bocchini, ancora “consigliere di Prefettura”, aveva guidato la vita amministrativa del paese, in attesa della ricomposizione del pubblico organo collegiale rappresentativo di questa località della Bassa Bresciana, nota pure per una radicata e perdurante pertinenza aeronautica.

Esiste di quei giorni andati che intersecano, in un ambito strettamente locale, le vicende di una personalità di fatto destinata, a rivestire un ruolo importante a livello nazionale, una pubblicazione dal titolo “Relazione letta al ricostituito Consiglio Comunale di Ghedi dal Commissario Prefettizio Dottor Arturo Bocchini nell’adunanza 15 marzo 1913”.

Il futuro Capo della Polizia, nell’affrontare anche temi connessi alla disponibilità dell’acqua potabile nella zona, alle locazioni dei beni del Comune, alla diffusione dell’illuminazione elettrica, alla cura della viabilità, alla conferma della distribuzione dei medicinali per i poveri, affermava, fra l’altro, rivolgendosi ai rappresentanti di quel Comune, che “(…) Giova che io ricordi a Voi, in questo primo atto del Vostro reggimento, gli affari che attendono le vostre cure, non per un eccitamento all’opera, ma perché la dannosa inerzia del passato sproni al conseguimento di maggiori vantaggi per l’avvenire. (…)”.

Tra le scelte, ancora da perfezionare, come, fra le altre, l’individuazione di altra sede dell’asilo locale, l’istituzione e l’avvio di una “scuola di disegno”, l’esplicitazione di una consegna valoriale era stata da lui espressa nei termini ideali di “(…) Le gare di partito non devono essere arresto di vita e turbamento di funzioni, né devono essere inazione che sa di trascuranza, ma devono, nella pratica, confermare l’insegnamento della scienza politica, che afferma che l’esistenza dei partiti, con avvicendamento ed il controllo, giova all’attuazione di un giusto e vantaggioso progresso. (…)”.

Analogamente, per Passirano, fra i declivi della Franciacorta, l’azione amministrativa di questo solerte funzionario prefettizio, aveva comportato un lascito simile, ovvero l’edizione di un ulteriore stampato, intitolato Relazione sulla straordinaria amministrazione del Comune di Passirano letta nell’adunanza del 2 febbraio 1913 dal Regio Commissario Dott. Arturo Bocchini”.

In questa località, forte di un affascinante castello, all’apparenza mai sufficientemente svelato in una qual certa disamina dove abbia ad essere trattato, l’impegno commissariale, svolto destreggiandosi tra le varie necessità del posto, aveva assunto gli accenti di una sincera compartecipazione alle sorti del paese, andando a precisare che “(…) mi guidò la visione dell’interesse generale, e mi sorresse nelle vicende, non sempre liete del lavoro, la sicura coscienza di operare pel pubblico bene. (..)” .

Dal riorganizzato servizio di riscossione dei tributi, all’impianto di illuminazione elettrica finalmente realizzato in municipio, dalla cura delle strade con l’esigere ghiaia di miglior qualità, allo stanziamento di maggiori fondi per il personale comunale, fino, fra l’altro, alla costruzione di un nuovo edificio scolastico nella frazione di Monterotondo, nell’ambito di quell’istruzione pubblica per la quale scriveva pure che “(…) Nel bilancio del corrente esercizio finanziario ho ripristinato due fondi, che un mal compreso senso di economia, avverso il progredire, aveva da tempo falcidiati: la spesa per la scuola serale, e la spesa per la dotazione della biblioteca scolastica, giacchè non può più essere consentito tollerare la vergogna dell’analfabetismo che è avvilente macchia per i tempi odierni, ed è necessario altresì allargare e rafforzare la magra, scarsa cultura degli scolari con la lettura di libri che, allettando, insegnino, per conseguire la redenzione intellettuale delle classi sociali inferiori (…)”.

Tra gli altri problemi, affrontati dall’allora commissario prefettizio Bocchini, a Passirano, quelli derivanti da un effettivo impatto con la realtà del luogo, ancora priva di un acquedotto, contraddistinta da pozzi e da cisterne dove l’acqua, spesso, dava alle analisi pessima prova addirittura della propria salubrità, oltre allo stato precario dei cimiteri, come egli aveva pure inteso specificare: “(…) ciò che penosamente richiamò la mia attenzione si fu l’abbandono ed il disordine nel quale erano tenuti i cimiteri di Passirano-capoluogo e di Monterotondo. Palese era la violazione delle disposizioni del Regolamento di Polizia Mortuaria e la violazione a volte offendeva ogni spirito di civiltà e la reverenza che si deve ai defunti, essendo il culto per essi sacro nelle umane tradizioni. Così, la negligenza nella tenuta dei registri di tumulazione e la mancanza dei cippi sulle fosse rendevano facili gli errori nelle esumazioni; così, le tumulazioni, ad una profondità minore della prescritta, costituivano un pericolo per la pubblica salute; così il seppellimento di cadaveri l’uno sull’altro, colpiva il sentimento di pietà verso i dipariti. Per tale deplorevole stato di cose, infissi ai tumulatori dei due cimiteri, che invocavano a loro discolpa la ignoranza delle disposizioni vigenti sulla materia ed i presunti ordini da parte degli amministratori, una punizione disciplinare proporzionata alla loro colpa. (…)”.