Spazio d’intervento riservato al Prefetto, nel maggior teatro cittadino. Anche in questo caso, tale prerogativa attiene al solerte ruolo strettamente istituzionale di un servizio pubblico garantito per una motivata utilità certa, proporzionata a vantaggio di un ampio spettro collettivo.

Trattasi, in questo caso, di un autorevole pronunciamento, espresso a ridosso di un dato periodo dell’antica tradizione teatrale del “Grande” di Brescia, lungo l’anno in cui si profilava l’avvento della “Prima Guerra Mondiale”, negli antefatti che avrebbero, poi, compromesso pure l’Italia, nel più generale ed esteso assetto di questo noto conflitto militare.

A testimonianza di una attenta sollecitudine, rivolta a favore delle attività, allora in essere, nel prestigioso teatro, ancor oggi, affacciato sul grande corso zanardelliano del capoluogo bresciano, è un interessante stampato dell’epoca, incorniciato ed appeso nel ridotto della stessa sede in cui il medesimo reperto schematico si appalesa, collocandosi nella perdurante vocazione culturale di tutto l’ambiente circostante dove, per lo scritto che vi risulta pubblicato, tale provvedimento si contestualizza, a significativa traccia di un tempo, percepibile secondo la riconosciuta portata storiografica che vi appare documentata.

Tre, in sostanza, i capisaldi di questo decreto del 15 gennaio 1914, firmato dal prefetto Enrico Emprin (1857 – 1915), rispettivamente riguardanti il parimenti menzionato tema relativo agli “Obblighi dell’impresario”, come pure inerenti gli ambiti “Del servizio di Polizia nel teatro”, fino a contemplare anche l’insieme“ Dei doveri del pubblico”.

Oltre cento anni fa, tale residua finestra aperta su quei giorni lontani, interpretava, per la parte di competenza prefettizia, quella cifra di aspetti, rilevabili in questo raffinato ritrovo sociale, da ricondurre ad un insieme di elementi coevi a quel tempo, in ordine ad una capillare esplicitazione, pure valoriale, rispetto a ciò che si fosse inteso, allora, di poter meglio fare.

Preambolo cardine di queste disposizioni, divulgate nel quadro del piano d’azione della Prefettura di Brescia, per una diretta implicanza operativa, sia sostanziale che territoriale, sono alcuni riferimenti d’intese già adottate e particolareggiati grazie ad una introduttiva linea legislativa, alla quale si ispira l’intero documento, in una coerente codifica, ingiunta a motivo di tale stessa base normativa.

Sotto la caratteristica grafica dello stemma sabaudo, emblema dell’allora casa regnante d’Italia, simbolo di quel regno nella cui diramazione territoriale questa somma di prescrizioni si volgeva a dettagliarsi in altrettante circostanziate situazioni, si reca la pertinente citazione che addita “L’articolo 46 della vigente legge di Pubblica Sicurezza” e le “Circolari del Ministero dell’Interno del 3 agosto 1897, n. 11600, del gennaio 1904, n. 11600-2, e del 14 luglio 1913, n. 13500”.

Nell’intreccio di persone, gravitanti attorno ad un importante palcoscenico, fulcro di un imponente contesto esclusivo, attraversato dall’estemporaneità di manifestazioni da poter anche misurare nella coinvolgente gamma di suscitate reazioni, tra le possibili ripercussioni effettive, il prefetto interveniva, preoccupandosi che fosse tutelato il nesso ragionevole ed opportuno con ciò che consentiva il rispetto dell’ordine pubblico, in una coesistenza di aspetti gestionali, instradati in una stessa delicata prospettiva.

Tutto doveva funzionare per bene. Fin dall’inizio, quando agli impresari di teatro si ingiungeva che fosse “Proibito vendere biglietti oltre il numero fissato dalla Commissione per ciascuna parte del locale, raggiunto il quale, dovrà essere avvertito il pubblico con cartello affisso nel luogo di vendita dei biglietti. E’ pure vietato vendere biglietti a prezzo superiore a quello indicato nel manifesto e fuori dal luogo destinato alla vendita”.

Tutto ciò, dopo aver pure messo in chiaro, a scanso di ogni altra eventuale deriva d’arbitrio, che “Lo spettacolo deve iniziare all’ora fissata, e di qualunque ritardo che passi i dieci minuti si dovrà avvertire il Funzionario di Pubblica Sicurezza di servizio”.

Oltre ad analogamente intervenire a proposito dell’adeguato numero degli addetti in sala, conosciuti come “maschere”, da dover essere presenti nel congruo quantitativo atto alla bisogna, ed in aggiunta al non di certo trascurare le prescrizioni funzionali al porre materialmente in chiarezza gli accessi e le uscite fra i vari ambienti del teatro, altrettanta meticolosità andava, fra l’altro, a riguardare il fatto che “L’impresario dovrà presentare, ogni mattina, all’autorità locale di Pubblica Sicurezza, il manifesto delle produzioni che intende dare; provare di avere soddisfatto ai diritti d’autore e di aver comunicato alla Prefettura il copione relativo alla sua produzione”.

In questa consegna, per sua natura, pure eloquente nel significare le interazioni fra istituzioni, anche nel merito di un potenziale archivistico da poter oggi, forse, dispiegare nella fattispecie del corso di quegli spettacoli che si andava a monitorare, coesisteva, in altra parte, la preoccupazione per l’incolumità degli spettatori, in un’ulteriore voce, debitamente contemplata, facendo presente in questo documento che “I pompieri o le persone incaricate del servizio contro l’incendio dovranno trovarsi in teatro prima che vi accedano gli attori e il pubblico, e verificare se le prese d’acqua e vasche, gli attrezzi pel fuoco siano in regola ed agiscano, se le porte di sicurezza siano libere da ingombri e tenute nei modi prescritti dalla Commissione. Eserciteranno anche il servizio di polizia sul palco scenico, impedendo a chiunque di fumare, di accendere fiamme libere e di fare qualche fuoco che non sia stato preventivamente autorizzato. In caso di qualsiasi ostacolo frapposto all’esercizio dei loro doveri, avvertiranno il Funzionario di Pubblica Sicurezza o gli Agenti di servizio perché provvedano”.

Simile appello di responsabilità andava diluito sull’intero afflusso degli spettatori ai quali, ancora da questo decreto, stampato dalla tipografia Apollonio di Brescia, si rammentava a chiare lettere che “E’ proibito di fare schiamazzi, di emettere fischi, di lanciare dalle loggie o dai palchi oggetti di qualsiasi specie e di disturbare in qualsiasi modo lo spettacolo e di recare fastidio agli altri”.

Pena l’espulsione, ogni spettatore era avvisato di questo, come pure, dell’attenersi a stare seduti e senza il cappello in testa, ove non si trattasse di posti in piani rialzati, e della proibizione ad accedere personalmente al palcoscenico, fra altre ancora, comprensibili disposizioni che trovavano casa nel teatro stesso in questione, anche a motivo di una diretta prescrizione, destinata a rinnovarsi fino ad oggi, rappresentando il retaggio secolare di un dettame sopravvissuto al tempo della sua stessa originaria edizione: “A cura del proprietario o del conduttore del locale, copia di questo Regolamento dovrà restare costantemente affissa nell’atrio di ogni teatro e nelle sale cinematografiche o di spettacolo pubblico. Nello stesso posto sarà pure affissa la pianta del teatro nelle quali saranno indicate le porte di sicurezza e la via che vi conduce”.