A volte basta un diploma. Un ragioniere divenuto prefetto. Funzionario alla Prefettura di Brescia, diventerà prefetto di Padova.
L’insolito percorso, nel funzionariato prefettizio, di Ernesto Gulì, nato a Palermo nel 1876 e deceduto a Roma nel 1948, si è circostanziato anche nel bresciano, dove arriva nell’agosto del 1923. A lui, l’Enciclopedia Bresciana dedica, fra l’altro, lo scrivere: “Fu commissario prefettizio in più Comuni bresciani negli anni di fascistizzazione delle amministrazioni pubbliche”.

Giunto a palazzo “Broletto”, nel periodo del prefetto Arturo Bocchini (1880 – 1940), anch’egli, come questa eminente figura storica del Ventennio fascista, andrà, poi, a Roma, nel 1927, divenendo capo dell’ufficio “Informazioni della Presidenza del Consiglio”, mentre l’ex prefetto di Brescia, al tempo suo diretto superiore, conserverà, dal 1926 al 1940, l’incarico di “Capo della Polizia – Direttore Generale di Pubblica Sicurezza”.

Le loro strade, reincontratesi nella capitale, si divideranno, ancora, con la destinazione della prefettura di Padova per chi, come lui ed in poco tempo, aveva legato il proprio nome anche ai vari servizi espletati nel territorio bresciano, per conto della pubblica amministrazione, come, ad esempio, a Palazzolo sull’Oglio, dove esiste addirittura una pubblicazione, risalente al Primo Dopoguerra, che, testualmente, a lui reca una dedicazione nei termini usati di “La consegna dei lavori al Commissario Prefettizio”, presente nel volume del 1926, dal titolo “Palazzolo ai suoi figli caduti per la Patria”, dove, fra l’altro, riferendo a proposito dell’attività interpretata dal “Comitato Pro Caduti”, nell’aver, tale sodalizio, fatto pure “(…) un monumento nel Cimitero locale, la Scuola Tecnica, ed oggi è pronta ad inaugurare la “Piazza della Vittoria, creata espressamente per dare posto al monumento ai Caduti della Grande Guerra (…)”, precisava, per le parole usate dal suo presidente Luciano Lozio (1879 – 1963), rivolgendole all’indirizzo di Gulì, che: “(…) Signor Commissario, ho l’onore di consegnare alla S.V. il lavoro compiuto dal Comitato che io ho diretto, col vivo augurio che Ella, figlio della patriottica Palermo, saprà comprendere l’anima di questa popolazione, chiamando tutti i cittadini a partecipare ad una cerimonia la cui austerità sia pari al dolore dei parenti e degli amici che sacrificarono alla Patria 138 nomi sacri a Palazzolo. (…)”.

Di questo servitore dello Stato, “Prefetto di Padova dal 15 ottobre 1929 al 16 dicembre 1930”, altre esperienze, evocative di un radicamento nel territorio, assurgono a significativa valenza di ciò che riguarda Breno, tra altri aspetti, legati, ad esempio, all’avervi contrastato “un’irrisoria esazione dei canoni o addirittura una diffusa esenzione” nell’affittanza delle malghe, come anche una presunta pratica clientelare “nell’attribuzione degli appalti e nell’assegnazione delle forniture pubbliche” e nell’aver provveduto a denunciare la tendenza, ritenuta settaria, a “generose elargizioni di servizi, particolarmente in campo sanitario, con enormi spese per – spedalità e medicinali -”, facendo pure presente ai suoi superiori che “(…) Un dato apertamente scandaloso se si considera che la “metà circa degli iscritti” nelle liste di assistenza risulta contemporaneamente censita nei ruoli delle imposte. L’elenco dei poveri – la conclusione politica è perentoria – è stato per l’amministrazione un’arma di partito, in quanto, quasi tutti gli aderenti al PSI (partito socialista) vi sono compresi. Altrettanto grave e corposo, sotto il profilo del buon governo, è il danno derivante da una fallimentare gestione della proprietà comunale. Con una disponibilità di ben 4000 ettari, di cui 800 adibiti a pascolo e il resto costituito da rocce e boschi, Breno riesce a introitare solo 36000 lire rispetto alle 93000 circa che potrebbe ricavare con un “normale fitto”, se volesse rinunciare al favore riservato ai “comunisti”, concedendo loro, a sole 23000 lire, il diritto di pascolo sulla quasi totalità del terreno (720 ettari)”.

La citazione, sulla località camuna di Breno, è presa dal volume “Il feudo di Augusto Turati – Fascismo e lotta politica a Brescia (1922 – 1926)” di Paolo Corsini, pubblicato per la “Franco Angeli”, dal cui tomo monumentale appare pure che, riguardo a questa figura di commissario prefettizio, compromessa con un tratto di storia bresciana, se ne riscontra un ulteriore ritratto eloquente: “(…) uno tra i funzionari più abili e determinati di cui disponga la prefettura di Brescia, uomo di fiducia, “per le questioni gravi e difficili di carattere politico” del prefetto Arturo Bocchini, nel periodo della sua permanenza bresciana, ispettore delle pubbliche amministrazioni della provincia di Brescia dal maggio del 1926, poi, dalla fine dell’anno, responsabile, per volere di Augusto Turati, dell’ufficio informazioni, dipendente direttamente dalla presidenza del Consiglio, quindi, dal 1929 prefetto di Padova (…)”.

Altro sprazzo di memorie, transitanti lungo la sua impronta, ancora in Valle Camonica, è l’esemplificativo rimarcare, circa la realtà di Edolo di quel periodo, dove, a riflesso dell’impegno profuso nel suo incarico, le criticità erano, fra l’altro, state intese nei termini che “(…) Il carattere “sovversivo” dell’amministrazione di Edolo sarebbe documentato da una pratica corrente nella gestione finanziaria che “priva di verbali di chiusura di esercizio”, e compromessa da “una irregolare tenuta del mastro”, dimostrerebbe in modo inequivocabile come gli esponenti del Comune abbiano perso ogni “concetto della posizione amministrativa ed economica applicando nei bilanci degli avanzi fittizi”. Dietro una sequela di altre accuse minori, comprovanti uno stato di “massimo disordine” – dall’incompletezza del registro delle deliberazioni alla carente classificazione dell’archivio, all’assenza di verbali di verifica di cassa – opera una volontà precisa di far cadere una realtà politica significativa, saldamente nelle mani di una maggioranza popolare (…)”.

Anche per la Franciacorta, nell’ambito di un’altra esperienza che corrisponde al territorio, si spende un appunto di merito, pure indicativo di tutto un dato insieme, per cui ad Adro, durante quel contesto storico di transizione verso un’altra prospettiva politica, esorbitante da una sopraggiunta affermazione, si era trattato del fatto che: “(…) Lo scacco subito dal ras locale induce gli organismi provinciali del fascio e l’autorità prefettizia a nominare, in qualità di commissario, l’esperto Ernesto Gulì personaggio “energico e capace” in sostituzione di Giuseppe Guarnieri “troppo debole e fiacco” per tenere sotto controllo un ambiente così movimentato. (…)”.

Interessata ad una serie di fasi commissariamento della propria comunale dimensione amministrativa, era stata anche la città di Brescia, con Antonio Zanon, “capo di dipartimento della ragioneria al ministero dell’Interno”, nominato al suo vertice dal prefetto Bocchini, alla fine del marzo del 1923. Dopo una quindicina di mesi, a lui succede un altro commissario prefettizio, nella figura di Vittorio Buti, funzionario del ministero delle Finanze, mentre nel marzo 1925, avviene la designazione del nuovo commissario in Salvatore Portelli. (…)”. “(…) La presenza di Salvatore Portelli che il fascismo locale sente come impropria e “abusiva”, giunge ben presto al capolinea. Questi è inizialmente costretto a chiedere al prefetto un affiancamento, con la nomina, a fine gennaio del 1926, di Fausto Lechi; il 7 marzo il prefetto nomina commissario provvisorio, in sua sostituzione, il parmense Antonio Amorth, docente universitario e Capo di Gabinetto della Prefettura. Finalmente, su pressione esercitata da Augusto Turati sul ministro Federzoni, il 18 marzo giunge la nomina a nuovo commissario del vicesegretario del Pnf provinciale e dimissionario segretario cittadino Pietro Calzoni. (…)”.

Quest’ultimo, l’ingegnere Pietro Calzoni (1870 – 1957), sarà, nell’evoluzione dei giorni da allora a seguire, il primo podestà di Brescia: “(…) Il 16 dicembre 1926, Pietro Calzoni viene nominato primo podestà di Brescia, conformemente alla nuova legge di riordino degli enti locali: eliminati Consiglio e Giunta municipali, designato dal ministero dell’Interno, il podestà è, dunque, completamente sottoposto all’autorità del prefetto. (…)”. Un compito svolto per vari anni, al termine dei quali “(…) Il podestà Calzoni, alla fine del 1932, viene sollevato dall’incarico e sostituito dal Commissario Osvaldo Bolis, Capo di Gabinetto del prefetto, in carica dal primo gennaio (seguente) al 26 marzo 1933. Vengono avvicendati anche lo stesso prefetto Solmi e il questore Viola. (…)”.

Già Commissario prefettizio della Cattedra Ambulante di Agricoltura, poi evolutasi in “Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura”, corrispondente, come specificato da Paolo Corsini e Marcello Zane in “Storia di Brescia: politica, economia e società 1861 – 1922” (Laterza) ad “un organismo di natura consortile diretto a favorire l’avanzamento tecnico ed organizzativo dell’agricoltura ed emblema di un sistema di relazioni fra proletari e contadini e fra organizzazioni socialiste e popolari” oltre che, come detto, Commissario prefettizio, ancora, nel merito di Ernesto Gulì, circa lo snodo intercorso nella sua progressione da Brescia a Roma, se ne struttura l’immagine nel libro “Il Viceduce – Arturo Bocchini – Capo della Polizia Fascista” di Domizia Carafoli e di Gustavo Bocchini Padiglione, edito della “Mursia”: “(…) Era costui un certo ragionier Ernesto Gulì, impiegato di gruppo B della Prefettura di Brescia, uomo su cui Turati contava ciecamente. Il ragionier Gulì fu installato alla direzione della polizia politica e tale nomina suscitò proteste nell’amministrazione: non era mai accaduto che un impiegato fosse chiamato a ricoprire un incarico solitamente affidato a funzionari di gruppo A. Per ovviare alla gaffe, si provvide a nominare Gulì viceprefetto, nomina altrettanto irregolare, ma che salvò, per lo meno, le apparenze (…)”.

Il seguito è da citare, nel merito di altre ulteriori e documentate aderenze che, nel vedere sempre più sfuocate le pertinenze bresciane, ne rappresentano, comunque, un irraggiamento rilevabile a strascico di alcune tangenti corrispondenze, andando, cioè, a considerare l’esito di una collaborazione avviata a Brescia e proseguita un poco a Roma, nel rispettivo appaiarsi di due incarichi dalle differenti competenze: “(…) La stretta sorveglianza alla quale Gulì sottoponeva Bocchini era asfissiante: il capo della polizia praticamente non poteva ricevere una sola persona in ufficio senza l’immancabile presenza del ragioniere spia. Ogni sera, poi, il neo-viceprefetto si recava a palazzo Vidoni, sede del PNF, per informare Turati degli affari di Polizia e dell’operato di Bocchini. La situazione era francamente imbarazzante. Bocchini, forse, non ne sarebbe venuto fuori, se Ernesto Gulì non avesse esagerato nel suo zelo informativo. Aveva, infatti, preso l’abitudine di reclutare fiduciari provenienti dalle file del partito, più desiderosi di farsi pubblicità di fede fascista che di lavorare con obiettività ed efficienza. Il risultato erano segnalazioni non suffragate da prove che non facevano altro che intralciare l’operato della polizia. E Bocchini che lo aspettava al varco, non fece altro che prendere la palla al balzo. E una mattina si presentò a Mussolini. “Presidente”, esordì, “giustamente sua eccellenza Turati ha inteso premiare un impiegato della prefettura di Brescia, Ernesto Gulì, affidandogli la responsabilità dell’ufficio politico. Devo anche riconoscere che il ragionier Gulì si è sempre mosso con solerzia e con attaccamento al dovere”. “E allora?” interruppe Mussolini. “Putroppo”, continuò Bocchini, quasi senza curarsi dell’interruzione, “non sempre l’attività da lui svolta dà risultati attendibili. Desidero, per tanto, informarvi che non darò seguito a nessuna segnalazione che giungerà dal suo ufficio, se non sarà suffragata da prove emerse esclusivamente da indagini svolte dalla polizia”. “Sta bene, eccellenza, fate come credete”. Ma a Bocchini, questo non bastava. Voleva togliersi dai piedi definitivamente quell’impiccione e contemporaneamente non inimicarsi Turati, alla cui amicizia teneva sempre. “Scusate, presidente” continuò “innanzi tutto vi ringrazio per la vostra approvazione. Tuttavia, mi sembrerebbe di fare un torto al ragionier Gulì escludendolo, in tal modo, da un certo tipo di attività senza dargli un corrispettivo che soddisfi il suo orgoglio e non leda la sua dignità. Mi permetto, pertanto, di proporre la promozione di Gulì a prefetto. Potrebbe andare a reggere la prefettura di Padova che ora è vacante”. Promoveatur ut amoveatur: il vecchio principio era sempre valido. Mussolini che di ingerenze del partito ne sapeva quanto basta, capì ed approvò. (…)”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.