A Brescia, aveva trovato moglie.

Luigi Tegas (1823 – 1897), contestualmente all’incarico di prefetto, aveva associato, alla sua sfera privata, questo lieto evento che ne tratteggiava, entro l’esperienza bresciana, l’avvicendamento del suo stato civile nella sua lunga ed articolata biografia, pure contrassegnata da tale peculiare assortimento con cui risulta accompagnata.

La consorte era la nobildonna Paola Salvadego Molin (1843 – 1871) detta Paolina. Del felice connubio esiste addirittura una pubblicazione, realizzata dai testualmente mecenati di questa stessa stampa, propria del tempo, nel sottoscriversi “gli amici pinerolesi J.B. – E.A. –G.C.”.

La dedica era esplicita da non lasciare spazio a fraintendimenti:Al chiarissimo e nobile signore commendatore Luigi avvocato Tegas Prefetto di Brescia il giorno delle sue nozze con la coltissima contessina Paolina Salvadego”.

Era il 1868 e questo prefetto, dall’anno prima, era a Brescia dove concluderà il suo incarico nel 1871, avendo come predecessore il commendatore Vittorio Zoppi (1865 – 1867) e, come successore, l’avvocato Pietro Peverelli (1871 – 1875). In un pari compito, Luigi Tegas era stato, in precedenza, primo prefetto di Ravenna, fino al 1863, rivestendo la medesima qualifica a Lucca dal 1864 al 1867. Analogamente, dal vasto territorio bresciano, convolerà, poi, al vertice della prefettura di Verona, concludendo il proprio servizio nel 1872.

Di Pinerolo, le sue radici piemontesi erano riaffiorate nel componimento amicale rivoltogli, mediante l’edizione limitata di quella versione stampata, grazie alla quale una forbita forma augurale era stata intesa come sincero e spontaneo omaggio nuziale da parte di chi ne rammentava una condivisa origine, anche in un sentito senso di appartenenza territoriale, scegliendo di esprimerla in chiave poetica, in tutto pervasa da un sentimento confidenziale: “Quante volte, Luigi, a questi aprici/ Tuoi colli, ove beasti i rai primieri/ Di sì splendida luce, e a te sì amici,/ E di te pur vivacemente alteri:/ Quante volte lontano nei dì felici/ Ti piacque ritornar cò tuoi pensieri!/ E i poggi che percorse il giovinetto/ Piè, riveder con meditante affetto! (…)”.

Membro del Parlamento Subalpino e, poi, del subentrato Stato sabaudo unitario, rispettivamente prima e dopo la carriera prefettizia, nella sua Pinerolo c’è una piazza dedicatagli, anche volendo, con questo, rammentare i vari altri aspetti del suo impegno civile, oltre che nella vita politica, fra le file dell’allora destra liberale moderata, pure in altri ambiti istituzionali, come, ad esempio, nel compito di presidente del Consiglio Provinciale di Pinerolo ed in qualità di Regio Commissario Straordinario a Macerata e, su altro versante, come direttore dei giornali “La Stella” e “La Libertà”, con il motto, quest’ultimo, di “Avanti sempre, indietro non mai!”.

Lui stesso, al tempo impegnato nel proprio territorio, nel 1853 aveva scritto, in occasione dell’inaugurazione a Pinerolo di un busto commemorativo dedicato al concittadino Michele Buniva, “professore di Medicina nel Regio Ateneo di Torino, introduttore del vaccino in Piemonte”, che “Magnanimo pensiero fu, in ogni tempo, reputato il mantenere la memoria di quegli uomini che beneficarono l’umanità. (…)”.

Amico di Cavour, personalmente pure vicino alle idee federaliste di Vincenzo Gioberti, nel modo in cui nella sua terra natia è, fra l’altro, ricordato, di Luigi Tegas a Brescia, risultano, fra l’altro, alcune risorse archivistiche che ne riconducono la figura al suo apicale ruolo istituzionale, anche per il tramite di attenti suoi pronunciamenti, espressi in seno al consesso provinciale, ad interessante stima generale di come si rivelasse, all’epoca, una possibile e dettagliata immagine del territorio bresciano, inteso, fin nel più sottile aspetto utile, per una sua ricognizione particolare: “(…) Nel discorrere le condizioni sanitarie della Provincia, reputo non inopportuno il farvi conoscere i dati statistici sull’invasione del cholera nel 1867. La sua durata fu di sei mesi e ½; colpì 194 Comuni; sovra 8466 casi, si ebbero a piangere 4517 morti. La proporzione fra i colpiti e i morti fu per Brescia città il 63 per 100, pel suo circondario 55, per Chiari 44, Verolanuova 51, Breno 47, Salò 66, Castiglione 60. In Brescia, i colpiti furono il 2,55 per cento, i morti 1,48, ossia 1 colpito per ogni 425 abitanti, e 1 morto per ogni 1,57 colpiti, che si può dire il maximum della Provincia. La durata maggiore fu in 8 Comuni di 4 mesi, e la minore in 17, di una settimana o meno. (…)”.

In questo modo, il prefetto Luigi Tegas esponeva parte della propria accurata “relazione sulle condizioni della Provincia di Brescia” il 28 dicembre 1868, leggendola, come era allora consuetudine, ai membri del Consiglio Provinciale bresciano, in riferimento agli aspetti più rimarchevoli del momento, connessi alla realtà locale, unitamente ad una argomentata visione d’insieme, su altri aspetti ritenuti di rilievo sostanziale.

Tale relazione, oltre ad essere materia per una pubblicazione a sé stante, edita dal “Pio Istituto San Barnaba”, si era rivelata anche oggetto per una sua proposta di lettura tra le pagine del quotidiano “La Sentinella Bresciana”, apparendovi, nel gennaio del 1869, nella sua versione integrale, suddivisa in più edizioni di tale giornale, a motivo della lunghezza del testo, diffusamente redatto nella versione originale, volta a particolareggiarsi in più ambiti circoscritti d’interesse pubblico e collettivo.

Per la Prefettura di Brescia, fra gli adempimenti di quell’inizio d’anno, c’era stata la cura verso la deliberata introduzione dell’imposta sul macinato, come un intervento scritto del prefetto Tegas tracciava fra le cronache riportate nell’accennato mezzo di informazione, alla data del 17 gennaio 1869: “L’attuazione dell’imposta sul macinato doveva incontrare, come era, anche preveduto, gravi difficoltà, poiché oltre la ripugnanza generale ad ogni nuova imposta, questa per la sua forma e per colpire generi di prima necessità, doveva destarne una maggiore. Ma il buon senso e la saviezza delle popolazioni, la buona volontà e la carità di patria dei pubblici funzionari, massime comunali, seppero vincere, quasi ovunque, la maggior parte degli ostacoli. (…)”.

Sul tema, ritornerà nella sua relazione di fine anno, sottolineando, fra l’altro, cheOttocentosei sono i molini con 1645 palmenti, (pietre circolari di macinazione n.d.t.), cinque volte più del bisogno dell’alimentazione della Provincia. Stanno, ora, aperti, con licenza 639, 3 per necessità pubblica, 3 col Commissario governativo, e 94 sono chiusi, di cui, 38 spontaneamente, 29 per ordine dell’autorità. Il numero delle contravvenzioni per macinazione abusiva o clandestina fu di 87, di cui 36 finirono colla condanna, 11 coll’assolutoria, 40 sono tuttora pendenti. (…)”.

A margine di tale ultimo aspetto contravvenzionale, fra le parole di questo prefetto, la sua relazione distillava, pure, l’aver condensato una propria ferma posizione, circa la visione di una percepita etica personale, espressa istituzionalmente in una dichiarazione contestuale: “(…) Ma più di tutto è necessario che si senta dagli amministratori il vincolo indissolubile di solidarietà tra il Comune e lo Stato, tra la parte e il tutto, e i contribuenti comprendano che frodare lo Stato è come rubare a un privato. Il mercante che inganna sulla quantità o qualità delle derrate, l’uomo che trova un oggetto e se ne appropria, l’impiegato che porta a casa i fogli di carta d’ufficio, il cacciatore che elude il dazio, il contribuente che fa una dichiarazione falsa sulla ricchezza mobile, commette un furto per lo meno uguale al pezzente che ruba un pane nella bottega di un prestinaio. (…)”.