In Broletto, anche i coccodrilli. Avveniva nel lontano inizio del 1862, all’epoca di quando nella Prefettura, già allora, ospitata in tale antico palazzo cittadino, si davano sontuosi ricevimenti settimanali, con feste e cerimoniali, fra autorevoli personalità del luogo, convenute insieme, nella cadenza di un partecipato evento aggregativo e culturale.

Alla regìa, l’allora primo prefetto, a Brescia, del Regno d’Italia, il siciliano Giuseppe Natoli Gongora, barone di Scaliti, (1815 – 1867), in carica, dal 1861 al 1862, e, poi, per poche settimane, titolare della Prefettura di Siena, per diventare, in seguito, ministro della Pubblica Istruzione dal 1864 al 1865, anno nel quale ricoprirà pure, per qualche mese, l’incarico apicale al dicastero degli Interni, dopo essere stato anche ministro dell’Agricoltura, per un breve periodo, nel 1861.

Come attesta il giornale “La Sentinella Bresciana” del 29 gennaio 1862, la città di Brescia, contava, in quei giorni, 10197 famiglie, per la pari cifra complessiva di 40488 “individui presenti”, mentre tra le persone censite, 2749 facevano parte di “corpi collettivi”, come nella fattispecie di conventi e di collegi, a differenza di 2604 persone che era, invece, la somma dei referenti, in città, dei Corpi militari.

Proprio durante l’inizio di quell’anno, Sulla piazza di Broletto, reduci dall’esposizione di Firenze, e diretti a quella di Londra, fanno mostra di sé coccodrilli di tutte le età e grandezze, anfibi, carnivori, frugivori, bipedi, e mille altre bestie curiosissime, le quali, per la fretta del viaggio non si lasceranno vedere da noi che per otto giorni”, come era testualmente riferito tra le pagine de “La Sentinella Bresciana” del 02 febbraio 1862.

Dalla stessa diretta fonte giornalistica, si ha notizia delle manifestazioni in Prefettura, ogni lunedì sera, su iniziativa del prefetto Giuseppe Natoli Gongora, dimissionario del suo incarico nel maggio del 1862, per alcuni disordini di piazza avvenuti a Brescia, con morti e feriti, a margine del tentativo di alcuni facinorosi in provincia di partecipare, da Sarnico, al circoscritto intento di Giuseppe Garibaldi di effettuare una spedizione armata nel Trentino, per favorirne la conquista entro i confini di “Casa Savoia”.

Entrambi conclamati massoni, sia Garibaldi che lo stesso Natoli Gongora, le strade che li avevano visti, a loro modo, incontrarsi, in Sicilia, durante la nota “spedizione dei Mille”, li avrebbero, in un qualche modo separati, per via di questo incidente, che, se a quello, tra i due, più famoso, monumentalizzato in ogni dove d’Italia, non aveva comportato alcun inconveniente, all’altro, funzionario, pure di spessore della pubblica amministrazione, aveva, invece, influito sulla scelta di rassegnare le proprie dimissioni, per l’ordine pubblico compromesso a Brescia da alcuni fatti che ne avevano pregiudicato la solita e, comunque, acquisita caratterizzazione.

Terminava un incarico bresciano a favore del quale il prefetto Giuseppe Natoli Gongora si era espresso anche in occasione di quanto aveva programmaticamente dichiarato, all’atto dell’esordio del suo mandato una volta da poco ufficializzato, attraverso la divulgazione di una circolare prefettizia, nella quale, fra l’altro, evidenziava che “(…) sono penetrato dell’altezza dell’onore che la fiducia del Re volle concedermi, avvegnacchè se tutte le Città Italiane è lungo tempo che gareggiano nella grandezza dè sacrifici, Brescia, nell’estensione di essi splende e primeggia. A noi corre l’obbligo di promuovere, nei limiti delle nostre attribuzioni, la prosperità di questa Provincia, le cui sorti il Governo del Re desidera di vedere lieti e fiorenti. (…)”.

Chiamato all’epoca anche, con il titolo di “governatore”, percepibile a reminiscenza storica di altre pregresse cariche d’analoga attribuzione, il prefetto Natoli Gongora pare che non disertasse il suo ruolo neanche nell’impegnativo ambito di una diplomatica intessitura d’interazione istituzionale, messa in gioco pure in un aperto ed astuto consesso di frequentazioni a risvolto sociale, come nel caso delle pubbliche relazioni tenute vive in Prefettura, testimoniate, fra tutte, dalla traccia anch’essa derivata dalla cronaca della locale carta stampata del 2 marzo 1862, quando ai lettori bresciani, un non meglio identificabile cronista comunicava che “Le sale della Prefettura schiudevansi jersera ad una brillantissima festa da ballo che si protrasse fino a notte inoltrata. Oltre le sale, destinate alla consueta soiree, altra era stata aperta e tutte risplendevano per isfarzosi addobbi, nei quali il buon gusto gareggiava colla ricchezza. Affollatissimo fu il concorso; numerose signore colle vaghe e ricche acconciature deliziavano della loro presenza la festa. Elegantemente disposto ed abbondantemente provveduto buffet ristorava la lena dei danzanti che, con un brio ed un fascino veramente incantevole, mostravano la piena della loro gioia per il lieto e sontuoso divertimento loro ammanito. Ci fa difetto il tempo per dire delle sensazioni dolcissime che in questa sera, veramente affascinante, provammo. (…)”.

Circostanze del genere si erano rivelate utili anche come raccolta di fondi a scopo benefico, nel modo in cui si era, ad esempio, verificata in occasione di una sottoscrizione a favore della “Società Operaia di Mutuo Soccorso” di Brescia, nella seconda metà del febbraio 1862, quale filantropico sodalizio, in fase di costituzione, per contribuire ad una forma di sostegno alle classi lavoratrici meno abbienti.

Per rispondere ad una veduta aperta sul palazzo Broletto di quell’epoca, valgono le parole stesse usate da questo prefetto in una sua comunicazione di fine incarico rivolta al ministero dell’Interno: “(…) L’edificio del Broletto contiene molti uffici pubblici: tribunale, censimento, tasse, cassa provinciale, polizia municipale, questura, offici di prefettura. Vi sono inoltre le carceri dette del Broletto, ove sono rinchiusi 130 carcerati. (…)”.

Tra i segni di quel tempo, vi erano pure certi eventi, connessi alle difficoltà sociali incombenti, del tipo di quelli testimoniati da “La Sentinella Bresciana” di martedì 28 gennaio 1862, pubblicando a proposito dei “Disordini a Nave. Fino da domenica alquante persone si portarono alle autorità locali, nonché alla Congregazione di Carità domandando sussidio per essere senza lavoro e avuta promessa da parte della Presidenza della Congregazione che si avrebbe provveduto per lunedì, si ritirarono. Avvisatene la Regia Prefettura, ad evitare ogni disordine, spediva sul luogo un Delegato di Sicurezza Pubblica, alcuni Carabinieri e Guardie di Pubblica Sicurezza. Ieri mattina, si presentarono di nuovo questi individui, ma furono tosto dispersi. La Regia Prefettura, onde antivenire maggiori disordini, di concerto colle autorità militari, spediva colà circa 50 uomini di truppa regolare”.

Per concludere questi avvenimenti, un paio di giorni dopo, il 30 gennaio successivo, era ancora tale locale organo di informazione a precisare, in merito, che “Siamo lieti di poter assicurare che a Nave l’ordine è completamente ristabilito e che nulla più lascia a temere di perturbazioni avvenire. Sette arresti furono operati fra gli indiziati del lieve disordine. Le poche truppe inviatevi ne partirono. Il signor Prefetto barone Natoli accorreva sul luogo per meglio appurare le cose, e veder personalmente modo guarentire la pubblica sicurezza. Quella guardia nazionale ha meritato le sue lodi”.

Altra breve trasferta di questo prefetto si era avuta in occasione di una ben più lieta contingenza, testimoniata da simile ed attendibile menzione giornalistica di mercoledì 9 aprile 1862, in occasione del fatto che “lunedì, il Prefetto barone Natoli accompagnato dal conte Valotti, Sindaco della città, e da alcuni membri della Regia Prefettura e del Genio civile, recavasi a Gavardo onde assistere all’annuale cerimonia della pesca in occasione dell’asciugamento del Naviglio Grande. (…)”.

Una manifestazione valsa pure per incontrare, da parte di sua eccellenza, anche le rappresentanze comunali di Sant’Eufemia, allora separata dal capoluogo cittadino, di Rezzato, di Virle, di Mazzano, di Nuvolento e di Paitone.

Pesavano, ancora, in quei giorni, le allora recenti vicende risorgimentali, al tempo della reale città di Torino capitale, mentre altre prospettive belliche si andavano ancora preparando, pure considerando che la “Terza Guerra d’Indipendenza” era ancora, in quegli anni, di là da venire, ed il Veneto con il Mantovano facevano ancora parte dell’Impero d’Austria.

In riferimento a tali dolorose pagine di conflitti, pure fratricidi, la presenza di questo prefetto era stata testimoniata, a Brescia, a fronte di un avvenimento connesso ad uno dei vari episodi ricorrenti in quel tratto di storia patria, come nell’ambito del passaggio, nel territorio bresciano, di un convoglio di “prigionieri estensi e parmensi” restituiti, dopo un periodo di sofferta cattività, dal governo austriaco alle loro case, come attestato dal giornale, già menzionato, il 04 settembre 1861, “(…) ieri quando giungeva il secondo convoglio alla nostra stazione ferroviaria, il barone Natoli, nostro governatore, si affrettava a visitare e a confortare quegli infelici e da essi aveva le più ampie assicurazioni sulla piena loro soddisfazione, non solo, ma anche sulla loro gioia per l’accoglienza loro fatta e pei meritati riguardi loro usati al confine dai rappresentanti del governo italiano”.