Il presidente della Repubblica era giunto in Prefettura, allora rappresentata dal dr. Antero Temperini, per dare sostanza ad una sua visita ufficiale, avvenuta, nel capoluogo bresciano, il 13 aprile, anticipando di non molti giorni, un’altra analoga trasferta istituzionale, da lui effettuata nell’importante aerobase militare di Ghedi, il 20 maggio seguente.

Il terzo presidente della Repubblica italiana, in carica dal 1955 al 1962, visitava Brescia, corrispondendo ad una serie di preparativi per il suo arrivo che avevano già avuto una loro esplicita visibilità tra le pagine del “Giornale di Brescia”, per il tramite di un susseguirsi di notizie, funzionali a riferire a proposito dell’imminenza del particolare evento, carico di implicanze rappresentative per le rispettive realtà che, a vari livelli, vi avevano, poi, avuto convergenze effettive.

In pratica, i popolosi quartieri residenziali “Lamarmora” e “Chiusure” erano stati inaugurati in occasione di questo avvenimento interistituzionale, annunciato dall’allora sindaco cittadino Bruno Boni mediante la diffusione, per le vie della città, di un manifesto in cui si era usata la premura dello scrivere: “Bresciani! Il Presidente della Repubblica sarà ufficialmente ospite della nostra città il 13 aprile 1956. Egli ha accolto benevolmente l’invito rivoltogli e ci ha concesso l’altissimo onore di visitare le concrete realizzazioni della ricostruzione bresciana, voluta e tenacemente perseguita con il nostro tradizionale impegno di laboriosa dedizione agli ideali di fede, di libertà e di giustizia che costituiscono il patrimonio spirituale della gente bresciana. Cittadini! Rivolgiamo al Capo della Stato il nostro cordialissimo benvenuto ed il nostro deferente ringraziamento per avere risposto con particolare sollecitudine al vivissimo desiderio di tutta la città. La visita del Presidente della Repubblica costituisce un premio agli sforzi compiuti in questo decennio di riconquistata libertà democratica e ci impegna a continuare con instancabile volontà e con sempre rinnovato entusiasmo l’opera iniziata dai nostri padri, nell’epopea risorgimentale: difendere, ad ogni costo, la libertà della Patria e perseguire il raggiungimento della giustizia sociale per la serenità, il progresso e la pace. Bresciani! All’on. Giovanni Gronchi, la “Leonessa d’Italia” porge il più devoto e cordiale saluto”.

La manifestazione, calendarizzata di venerdì 13, era sintetizzata dalla stampa locale accennata, il martedì precedente, nelle previsioni di massima del programma appuntatovi per l’intenso svolgersi della prevista circostanza, specificando, al contempo, l’omaggio da trasferire ufficialmente all’illustre personalità, nella fattispecie di un bronzo, su piedistallo marmoreo, riproducente il volto della nota statua “Vittoria Alata”.

Dopo la stazione ferroviaria, proveniente da Milano, il punto d’arrivo, a Brescia, doveva essere la Prefettura. Nella perdurante e storica sede prefettizia di palazzo Broletto, “il Capo dello Stato riceverà l’omaggio di tutte le autorità e delle varie rappresentanze, dopo di che si trasferirà alla Loggia”.

Dopo la cerimonia, nel vasto salone “Vanvitelliano”, intesa a vissuta contestualizzazione logistica e culturale della maggior pertinenza d’ambito comunale che reca tutt’oggi l’evocativa valenza di una rappresentanza funzionale ad interdervi il significativo nesso identiario a simbolo di una specificità territoriale, l’evento sarebbe proseguito nelle zone di allora recente urbanizzazione, sia di “Lamarmora” che delle “Chiusure” .

Tutto questo nella sola mattinata di tale giornata: il treno diretto per Roma delle 13e20 doveva essere l’ultima traccia della dinamica manifestazione, particolareggiata anche nell’esplicitarne il limite temporale, entro l’epilogo, cioè, del viaggio di ritorno, per la capitale, atteso in aderenza alla trasferta bresciana, nella sua definizione finale.

Parte dei corrazzieri si sarebbe presentata a Brescia, già il giorno prima dell’arrivo del Presidente della Repubblica, mentre, oltre ai lavori di pulizia straordinaria praticati per i luoghi d’accoglienza, come lo scalone di Palazzo Loggia tutto rimesso a lustro, era stato a carico della Prefettura l’aver concertato i vari aspetti di questo importante evento, nella sua connessione ideale fra il piano nazionale e quello locale, come “Il Giornale di Brescia” di mercoledì 11 aprile, fra l’altro, specificava: “Le autorità cittadine si sono riunite ieri pomeriggio nell’ufficio del Prefetto per portare a termine nei minimi particolari, la definizione del programma relativo alla visita ufficiale che il Capo dello Stato compirà a Brescia, venerdì 13 aprile. Al termine della riunione, il Prefetto, il Sindaco, il Questore, il Comandante della Legione dei Carabinieri della Zona militare ed altre autorità hanno percorso l’itinerario che sarà seguito dal corteo presidenziale, durante il trasferimento dalla Stazione alla Prefettura, al quartiere Lamarmora, al quartiere di via Chiusure e da qui ancora in stazione (…)”.

Bandiere tricolori alle finestre ed al balconi delle case nella città, con il naturale coinvolgimento, in tal senso, anche degli edifici pubblici, unitamente alla decisione di tenere, addirittura, chiuse le scuole a Brescia, per consentire, in questo giorno, di fare convergere una corale attenzione sull’avvenimento, mentre, oltre ai sindaci dei vari Comuni della Provincia, erano attesi, insieme a Gronchi, l’allora ministro del Lavoro, on. Ezio Vigorelli, e per i due rami del Parlamento, il senatore Giorgio Bo e l’onorevole Lodovico Montini, fratello di Giovanni Battista che diventerà papa nel 1963.

Nel riuscito risalto, incentivato dalla celebrata portata della singolare circostanza, questa visita pare che si sia svolta senza intoppi, nonostante la pioggia, lasciando tracce di un corrisposto sentimento popolare rivolto alla figura presidenziale, come, ad esempio, nella spontanietà di quella estemporanea esternazione, in zona Lamarmora, colta dalla cronaca riportata dal giornale, mediante il resoconto del 14 aprile: “(…) Gli si accosta una bimba e con voce rotta dall’emozione, recita il suo saluto: “Signor Presidente, noi abbiamo una scuola bella, nuova, accogliente. Ma quanti, ancora, di noi piccini non conoscono che aule buie e banchi angusti. Saremo le mamme e i lavoratori di domani. Faccia che sia possibile e agevole la nostra educazione al bene, al giusto, al bello”.

Nell’assecondarne l’appello, il presidente Gronchi lasciava a Brescia il deposito valoriale del suo discorso pronunciato in città, documento custodito negli annali del Quirinale, dove, tra l’altro, aveva dichiarato che “(…) i bresciani, come tutti gli italiani, sono ormai maturi, dopo il coraggioso riscatto dalla dittatura e il tenace sforzo ricostruttivo democratico, di assumersi la responsabilità di amministrare in maniera realmente autonoma, i frutti del loro lavoro e le risorse della loro capacità produttiva (…)”.

Perno della manifestazione, la Prefettura di Brescia conosceva un segno meritorio di positiva menzione al netto di ogni riflessione, come recava, nella medesima pagina, il quotidiano in questione, precisando, insieme ad altri particolari, che: “(…) Il ricevimento in Prefettura si è svolto con signorile impeccabilità; ogni ospite, oltre, naturalmente, a quello più insigne, è stato ricevuto con ospitalità, misurata e cordiale, grazie alla premura del prefetto dr. Temperini e dei suoi più diretti collaboratori (…)”.

In quella primavera d’ascendenza presidenziale, la Pasqua si era avvicendata il primo d’aprile, anticipando di poco, a Brescia, la visita di Gronchi, nel rappresentare, in quei giorni, una ricorrenza puntualmente considerata dalla Prefettura per un’ulteriore opportunità di attenta sollecitudine istituzionale, ispirata al retaggio augurale di questa giornata a caratura valoriale, perché fosse interpretata, con un segno effettivo, secondo un messaggio solidale anche verso chi versava nelle condizioni disagiate che erano derivate dal dramma contingente delle popolazioni transfughe dalle zone italiane, nel frattempo, occupate dalla Yugoslavia, per la mala partita toccata in guerra all’Italia.

Una toccante cerimonia aveva interessato questa sofferta realtà dell’epoca, concernendo la prefettura bresciana, come risulta attestato dal giornale “L’Arena di Pola” di mercoledì 11 aprile 1956: “Nella ricorrenza della S. Pasqua, gli Esuli giuliano-dalmati ricoverati nei centri di raccolta di Brescia, Chiari e Gargnano, hanno avuto in dono dal Prefetto, dott. Antero Temperini, un dolce pasquale, mezzo litro di vino a testa ed ogni famiglia un sussidio in denaro nella misura di lire mille per ogni capo-famiglia e di lire 500 per ogni componente; i bambini hanno ricevuto un uovo in cioccolato. Con questo gesto di solidarietà umana, il Prefetto, a nome del Governo, ha voluto ricordare chi ancora langue nel Campo. Il giorno della seconda festa di Pasqua, circa un’ottantina di bambini profughi sono ospitati alla mensa di un collegio cittadino, per consumare un abbondante pranzo pasquale, elargito dalla Prefettura locale. Al termine della colazione, il sig. Venturini Adriano, Presidente del Comitato Provinciale Venezia Giulia e Dalmazia, si è rivolto ai bambini con queste parole: “A nome dei profughi giuliano-dalmati che godono del pranzo pasquale, ringrazio sentitamente S.E. il Prefetto e quanti hanno collaborato per far trascorrere serenamente questo giorno di Pasqua a quelli che hanno sempre bisogno di essere ricordati ed aiutati con spirito cristiano. La gloriosa Resurrezione del Cristo, possa dare a tutti noi la fede e la speranza in un avvenire migliore e la forza di sopportare il dolore d’essere lontani dalle nostre terre al di là del mare. Siate sempre, o piccoli, degni e fieri del sacrificio compiuto dai vostri genitori per poter festeggiare in libertà la S. Pasqua e poter professare la religione dei nostri Padri; Cristo risorto premierà la nostra attesa con il ritorno alle nostre città abbandonate, ai nostri villaggi nei quali ritornerà a rispendere la luce benefica del Nazareno crocifisso”.