La cura per la salute passava anche per la tonaca di un prete. La ricerca di star bene non corrispondeva, in questo caso, alla priorità della salvezza eterna, aggiudicandosela alla fine dei propri giorni, nell’ineffabile dimensione del trascendente, ma atteneva, pur dinnanzi ad un prete, alla sollecitudine verso un benessere che portasse la disponibilità di cure e di rimedi per la salute fisica, sottoposta ai rovesci ostili e deleteri della sorte.

Il confine fra le due nature, proprie dell’integrità di anima e di corpo, sembrava fondersi in un’unica eclettica figura, in grado, come ogni miglior stregone, d’indicare la via del cielo, ma anche d’associare, ad una contestuale visione d’insieme, la possibilità di una guarigione in terra, qualora la vita accusasse problematiche e fastidi tali da comprometterne il pieno e fugace godimento della sua stessa intrinseca manifestazione.

Nel bresciano di inizio Novecento, pare che ci fosse un prete di cui si diceva che pensasse sia all’una che all’altra necessità ed, accanto al sacro, anche il profano sembra rientrasse in quella misteriosa alchimia spiccia che, oltre all’apparenza, denotava, implicitamente, la duplice appartenenza del Creato entro una medesima essenza, fattibile di essere ugualmente intesa tanto nei piani sottili quanto in quelli più materiali dell’esistenza.

Testimonianza di ciò, una segnalazione a firma del dr. Anacleto Perocchia, apparsa fra le pagine del quotidiano “La Provincia di Brescia” del 23 marzo 1904, dove, fra l’altro, al nocciolo della questione, si caricava alla responsabilità di quei giorni il fatto che “(…) L’altro giorno, una tale M.C. si recò dal prete di Casaglio di Torbole a farsi visitare per una malattia di petto da cui da vario tempo è afflitta. Il parroco l’accolse come da tempo riceve numerosi altri clienti attratti dalla sua fama curatoria mistica diffusa dal popolino. Egli, dopo averla interrogata sulle sue sofferenze le prescrisse di bere tutti i giorni un decotto di impantana, lengue de cà e viole con l’aggiunta di tre gocce di trementina. La cliente ritorna a casa e regolarmente si carica il ventricolo di questa roba. Io vi dico questa cosa perchè recente, ma numerosi altri ne potrei illustrare di poveri uomini che hanno ricorso al consiglio di questo Esculapio improvvisato, il quale alla stessa guisa di quella bambina di Quinzano d’Oglio che, in nome della religione, operava i miracoli colla sonzia vecia (ndt. grasso di maiale), attira quei poveri diseredati della fortuna, dell’istruzione e dell’educazione morale, aggiungendo al cumolo delle loro infime miserie, una cura empirica irrazionale, che molte volte può essere nociva (…)”.

Parole di un medico di quel tempo, nella persona che “L’Enciclopedia Bresciana”, per le edizioni “La Voce del Popolo”, identifica nel testualmente riportato “Peracchia Anacleto (Lecce, 19 marzo 1863 – Gussago, 14 luglio 1941). Di Camillo e di Carolina Fasce. Medico condotto e direttore dell’Ospedale di Gussago per 43 anni, fu esempio della categoria per competenza, dedizione e profonda umanità. Si impegnò a fondo per l’elevazione del popolo e anche in favore di organismi come la Camera del Lavoro con conferenze di grande successo. Fu collaboratore assiduo al periodico “Vita” sul quale scrisse forti articoli contro la prostituzione, l’alcolismo, promuovendo l’igiene dell’infanzia. Articoli di carattere ludico pubblicò anche sul “Popolo di Brescia”. Fu presidente della Sezione di Brescia dell’Associazione dei Medici condotti, di cui difese con fermezza la categoria. Fu tra i più assidui nel combattere la pellagra, l’alcolismo, la tubercolosi, etcc. Orientato verso il positivismo e il socialismo fece clamore il suo riavvicinamento alla religione per opera di mons. Giulio Bazzana. Nel 1880 sposò Margherita Montini dalla quale ebbe: Giancarlo, Luigi, Amelia”.

Tale determinismo antidogmatico del libero pensiero scientifico, sotteso pure alla critica di questo personaggio verso il “prete stregone”, sembra che rivendicasse, invece, di avere, come proprio dogma, il professare l’inconciliabilità fra di sè e le manifestazioni di quell’antico sapere che, a sua volta, tramandava, per opera di estemporanee figure, percepite nel loro carisma, un non meglio precisabile contributo esperienziale, magari anche transitato da generazioni, circa il contribuire a far fronte, anche con i pochi e semplici mezzi a disposizione, le difficoltà dello stare in salute, qualora la quotidianità fosse stata messa alle strette dai conti ingiunti da malasseri e da fragilità varie nelle loro espressioni umane ricorrenti in pari natura.

A dar man forte a quel medico che già, allora, rivendicava lo stesso ruolo degli omologhi d’oggi, derivato da somma scienza e sapienza, circa l’esclusiva investitura di pronunciarsi in un’accreditata autorità costituita, interpretata nell’ufficiale codifica della cura ammessa dalla professione eseguita, era la pubblicazione, sullo stesso giornale locale, di un trafiletto inerente il tema, come apparso fra altre notizie delle cronache cittadine del 24 marzo seguente: “Sul prete medico. Un medico della nostra città ci prega di pubblicare quanto segue: “Alle giustissime e legittime domande che l’egregio dr. Anacleto Peracchia a conclusione dell’accennato articolo ieri pubblicato sulla Provincia a proposito del prete medico di Casaglio di Torbole, io vorrei aggiungere quest’altra semplicissima domanda: e le autorità che cosa fanno di fronte ad una così evidente violazione della legge sanitaria, la quale punisce e dovrebbe punire l’esercizio abusivo della medicina?”.

Come documentato dalla medesima fonte di informazione bresciana di quell’epoca, a proposito della professione medica se ne evidenziava, nella stampa di quei giorni, il modo di proporsi anche mediante l’inserzione pubblicitaria, fra varie altre, del “Dott. Rovetta, specialista per le malattie di orecchie, naso, gola, Via Cavalletto 3 (dalle ore 14 alle 16 meno i festivi)”, come pure, stando sulla stessa via di Brescia, ma al civico 46, era data visibilità alla “Casa di Salute Fate Bene Fratelli” con particolar riferimento al “Direttore del reparto per le malattie chirurgiche dott. Giulio Filippini, Chirurgo Primario dell’Ospedale Civile – Cura radicale delle Ernie”, mentre, dando corpo ai contenuti a seguire, dal titolo posto in egual pagina, de “Il consiglio del medico sulla cura della gastroenterite”, il messaggio era smaccatamente promozionale a favore di un tal rimedio medico spacciato per portentoso: “Nessun rimedio è di azione più rapida ed efficace di questo. La Emulsione Scott è soprattutto consigliabile perchè di facile digestione, nutriente, corroborante. Aumenta l’appetito, arricchisce il sangue, rassoda le carni, rinforza i muscoli, rinvigorisce l’organismo, e rende una florida salute a chi abbia la disgrazia di perderla (…)”.

Un vero taccasana, a quanto pare, tale prodotto dall’effetto magistrale, che sembrava, insieme alle promesse di altri, analogamente decantati, rimedi in capo ad ulteriori medicamenti, come le allora in voga, “pillole Pink” d’importazione, o la “Creosina Bosio” al quanto autoctona, non scandalizzassero, fino a prova contraria, i censori dell’arte medica, sensibili al bersagliare chi non fosse della categoria, stando pure i giornali del tempo ad accrescere questo presunto contributo salutistico, paventato da un sedicente avvallo medico, anche nel pubblicamente promuovere, a carico delle pillole miracolose menzionate, il riferire, in un evidente stile pubblicitario, camuffato da articolo d’informazione giornalistica, la citazione della dubbia figura di un tale sacerdote, chiamato don Gennaro Federico di Pompei, al quale, nell’edizione de “La Provincia di Brescia” del 30 marzo 1904, si faceva dire: “(…) Ho seguito diverse cure elettriche, idroterapiche, climateriche: nulla giovò. Fu allora che mi si parlò delle pillole Pink. Le presi ed ecco il risultato. Due scatole bastarono per ristabilirmi completamente. I miei dolori cessarono, recuperai il sonno e l’appetito: i miei nervi si calmarono e tornai in ottima salute. Grazie a queste pillole, due povere orfanelle della mia parrocchia, furono guarite dall’anemia. (…)”.