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Capriolo (Brescia). Sabato 22 ottobre‬ alle ore 21.00 presso il Monastero delle Suore Orsoline verrà presentato alla comunità il restauro della pala di Andrea Celesti rappresentante i Santi Francesco e Chiara che adorano la Trinità.

Il recupero dell’opera è stato finanziato dalla BCC del Basso Sebino che quest’anno celebra il centoventesimo anniversario di fondazione.

«Centoventi anni sono un pezzo di storia – spiega il presidente della Bcc Vittorino Lanza un lungo cammino che la banca ha percorso assieme alla sua comunità con un’unica missione: promuovere il bene comune. Una missione che nel tempo è evoluta. Nei primi decenni del ‘900 bisognava contrastare la piaga dell’usura aiutando finanziariamente gli artigiani e i poveri contadini in difficoltà. Nel dopoguerra serviva un sostegno finanziario allo sviluppo economico che si stava affermando. In questi ultimi decenni, dove la società e molto più individualista, la promozione del bene comune passa dall’attenzione ai bisogni sociali. E tra i bisogni che la banca intercetta e ai quali da concrete risposte vi è certamente la promozione della cultura e la conservazione dei beni artistici della nostra comunità. È in questo ambito che si inseriscono i contributi concessi negli anni scorsi per il recupero di opere d’arte del territorio e, in particolare, quelli di quest’anno destinati al restauro della Chiesa Parrocchiale di Capriolo e della pala di Andrea Celesti. Un’attività che caratterizza l’opera della banca nel proprio territorio e che la rende orgogliosamente “differente”».

Così si esprime la restauratrice Marina Baiguera: «Un restauro questo, della tela del Celesti, che si è dimostrano essere necessario, non solo per garantire la conservazione dell’opera, rivelatasi più compromessa di quanto non apparisse, ma ancor più per la lettura della stessa che ora ci si svela in ogni suo dettaglio. Quest’opera è infatti ricca di sorprendenti particolari, pennellate vibranti e sfumature di una ricca tavolozza, che lo stato di conservazione in cui versava non permetteva di apprezzare a pieno».

Programma della serata, coordinata da Fabio Larovere:

  • Le motivazioni del restauro e dell’intervento BCC
    Vittorino Lanza, presidente della Bcc.
  • La Chiesa S. Maria degli Angeli, cenni storici
    Arch. Massimo Pagliari.
  • La funzione delle Soprintendenze negli interventi di restauro
    Dott. Angelo Loda, Funzionario della Soprintendenza belle arti e paesaggio per le Provincie di Brescia, Cremona e Mantova.
  • Andrea Celesti e la pala dei SS. Francesco e Chiara: lettura del dipinto
    Dott. Filippo Piazza, Dottore di ricerca in Storia dell’Arte moderna – Responsabile delle raccolte artistiche e archeologiche del Museo Camuno – CaMus (Breno, BS).
  • Analisi tecnica del restauro
    Maria Baiguera, restauratrice.

La serata sarà allietata dagli interventi musicali di giovani talenti di Capriolo.

San Francesco e santa Chiara adorano la Trinità – Andrea Celesti

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Anno 1695 – olio su tela, cm 286,5 x 191,5. Chiesa di Santa Maria degli Angeli, Capriolo (Brescia).

Il dipinto raffigura i santi Francesco e Chiara in adorazione dell’eucarestia, al di sotto di Dio Padre, del Cristo e dello Spirito Santo, rappresentato dalla colomba. La tela va identificata con la pala «dipinta dal sig(nor) K(avalier) Celesti per cotesta nova chiesa delle Madri Cappuccine», citata in una lettera inviata il 16 agosto 1695 dal padre oratoriano Brunelli al parroco di Capriolo. In realtà sino ai primi dell’Ottocento nella chiesa di Santa Maria degli Angeli si registrava anche un’altra tela di Celesti, raffigurante l’Annunciazione, di cui purtroppo si sono perse le tracce.

La datazione del dipinto in esame intorno al 1695, nel pieno del periodo bresciano di Andrea Celesti, è confermata dai dati stilistici. Rispetto alle prove d’esordio, contrassegnate da una vena “chiarista”, nella pala di Capriolo il pittore si affida a «forti sbattimenti di luci e ombre», variando il registro espressivo nei due settori principali della composizione. In particolare un approfondimento naturalistico contraddistingue la zona inferiore, segno che Celesti intendeva mettere in risalto i valori terreni delle figure, per avvicinarle alla sfera dei fedeli, che in tal modo diventavano spettatori partecipi della scena. Mano a mano che si arriva alla parte alta le forme perdono di consistenza, in una parola si fanno sempre più incorporee sin quasi a diventare puri tocchi di luce.

La materia pittorica, sgranata e filamentosa, trova conferma nelle fonti contemporanee, secondo le quali Celesti «molte volte non meschiava i colori sulla tavolozza, siccome ognuno suol farre, ma mettendo sulla tela una striscia di biacca, una terra rossa, di gialla e d’altri colori, univa ogni cosa sul quadro stesso e formava quelle parti, ch’egli aveva pensato con incredibile felicità e con bell’effetto di tenerezza». Un uso così spregiudicato del colore non può che richiamare la tradizione del Cinquecento veneziano, e in particolar modo la pittura di Jacopo Tintoretto, ma si dimostra anche in accordo con la libertà di Rubens oltre che, come la critica ha da tempo sottolineato, con le sperimentazioni di Rembrandt.

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