Pubblicato dalla “Compagnia della Stampa”, il libro, “Aut pati aut mori – Il restauro delle lunette teresiane di San Pietro in Oliveto – Brescia”, sviluppa, nel proprio titolo, la diretta indicazione della materia trattata nell’interessante contenuto delle sue approfondite parti costitutive, offrendo, al medesimo tempo, l’esplicita enunciazione del motto di Santa Teresa D’Avila (1515 – 1582), in quell’originale versione latina che tradotta, in lingua corrente, significa “O soffri o muori”, secondo il senso della fideistica riflessione che vi è corrispondente.

lunette_teresiane_copertina_libroIl notevole messaggio di una personale e di una mistica spiritualità, testimoniato da questa famosa santa del Cinquecento, è in sinergica attinenza con la fattiva ispirazione fondante per quelle sei antiche opere d’arte che, già nel 1697, avevano espresso alcuni aspetti salienti per una   rappresentazione di pertinenza ad un efficace ciclo narrante, contraddistinto da una forte carica pittorica di religiosa e di devota elevazione impattante.

Anno della loro realizzazione, il lontano 1697, è il periodo posto a minimo comune denominatore dei rispettivi manufatti, eseguiti con colori ad olio su tela, utilizzando i quali, altrettanti autori si erano fatti interpreti di un mirato mandato di esecuzione, affrontato in una condivisa misura ed in una omogenea proporzione, differenziato, però, dai naturali stilemi manifestati dai diversi pittori coinvolti per l’abbellimento della chiesa bresciana, vicina al castello cittadino, dove tuttora permane la sede elettiva per il riscontro visivo di questa corrisposta e riuscita operazione agiografica che ha reso, all’arte, la funzionalità contemplativa di un’eloquente e raffinata attestazione descrittiva.

“Le lunette carmelitane narrano sei episodi della vita di santa Teresa d’Avila, canonizzata nel 1622 e rimane a tutt’oggi misterioso e sconosciuto quale fu, fra i frati carmelitani, ad avere il compito di predisporre il programma iconografico, tutto incentrato sulla glorificazione della santa, nell’intento di far risaltare al massimo il suo particolare rapporto di costante e stretta familiarità con la divinità”: spiega, fra l’altro, Angelo Loda, nel susseguirsi delle informazioni proposte nell’ambito delle poco meno di cento pagine della pubblicazione della quale ne è il curatore, insieme a don Giuseppe Fusari, direttore del Museo Diocesano di Brescia.

Museo in cui al 2015 spetta il computo del tempo riservato a svelare le giornate tardo estive e di inizio d’autunno del periodo dedicato alla durata dell’esposizione di queste opere, a proposito delle quali, il programma di una specifica mostra, ne fissa la possibilità per una visita, lungo tutto un mese, dall’otto settembre all’otto ottobre, per poi fare seguitare la medesima iniziativa espositiva, all’interno della Chiesa di San Pietro in Oliveto, dal 15 ottobre al primo di novembre, nella continuità di una promossa manifestazione divulgativa.

In questa chiesa, tuttora pervasa, unitamente all’attiguo convento, dalla presenza di una comunità di  frati carmelitani, le lunette dedicate alla santa riformatrice di questa famiglia religiosa, si riconducono ad un’alta e poco visibile loro collocazione originaria alla quale la mostra accennata intende frapporre invece una temporanea alternativa d’evidenza ricognitiva, pure correlata agli apprezzati esiti dei minuziosi restauri dei quali le opere stesse sono state oggetto, grazie alla maestria di Gian Maria Casella, con il figlio architetto Alberto e con la collaborazione di Stefania Montini e Debora Canini.

A questo restauratore è riservato un apposito capitolo del libro, pure fattibile di porsi ad utile catalogo della mostra, che documenta il suo contributo di mediazione fra le epoche intercorse, a ridosso delle opere esposte, dove sono, fra l’altro, illustrati gli aspetti tecnici adottati per l’intervento conservativo, mirato non solo alla preservazione delle lunette, ma anche al restituire una corretta leggibilità alle stesse, mediante quella qualificata applicazione che si è riversata sui manufatti già oggetto di un analogo restauro, negli anni fra il 1980 ed 1981, tranne quello eseguito dall’artista bresciano Francesco Paglia (1635 – 1714), in occasione dell’esposizione d’arte cittadina, cumulativa di un insieme di riferimenti, presentati con la tematica risoluzione di “Brescia Pittorica 1700 – 1760: l’immagine del sacro”.

Fra i particolari emersi nella, invece, più recente iniziativa conservativa menzionata, il libro documenta pure l’individuazione dell’autoritratto di Andrea Celesti (1637 – 1712) nella tela da lui dipinta che è stato rilevato fra le altre sagome delle raffigurazioni diffusamente interpretate, per il tramite delle quali l’insieme della sua rappresentazione appare avvinta, come probabile conferma dell’abitudine di questo noto pittore di contrassegnare ulteriormente le sue opere, attraverso la realizzazione,  in un qualche velato spazio delle stesse, della propria compartecipe effige.

A descrivere diffusamente questo dipinto, denominato “Visione di Santa Teresa d’Avila”, è don Giuseppe Fusari, mentre, relativamente alla lunetta realizzata da Francesco Paglia, a proposito della ispirazione pittorica di “Santa Teresa e una compagna guidate dagli angeli”, è, invece, Fiorenzo Fisogni a proporre una complessiva ed accurata ricognizione che, a sua volta, si accompagna, nel dipanarsi consequenziale di una calzante successione, ai contributi di Fiorella Frisoni, Denis Ton, Angelo Loda e Stefano L’Occaso, rispettivamente nel merito di “La Vergine mette al collo di Santa Teresa una collana d’oro” di Domenico Carretti (1684 – ante 1719), di “Santa Teresa ha la visione della Santissima Trinità” di Angelo Trevisani (1669 – 1753), di “Cristo mostra a Santa Teresa i supplizi infernali” di Giuseppe Tortelli  (1662? – post 1738) e del “Transito di Santa Teresa d’Avila” di Giovanni Segala (1662 – 1717).

Come, fra l’altro, scrive Giuseppe Stolfi, Soprintendente Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brescia, Cremona e Mantova, tra le pagine introduttive della pubblicazione: “Atto di tutela è stato il restauro, eseguito fra il 2014 e il 2015, in occasione del 500mo anniversario della nascita della santa, da Gian Maria Casella che ha così suggellato il compimento di 60 anni di professione”.

Considerazione circa il lavoro effettuato di cui Alberta Marniga, presidente del Museo Diocesano di Brescia, ne sottolinea quella funzionale interrelazione che può essere ravvisata in una speculare estrinsecazione fra distinte realtà, attente alla propria comune tradizione: “Il risultato, reso possibile dall’impegno dei carmelitani di San Pietro in Oliveto e della Fondazione Comunità Bresciana, premia le attese e riconsegna alla città un importante tassello della sua storia d’arte e di fede”.

A favorire la divulgazione della figura di Santa Teresa d’Avila, nell’ambito delle lunette delle quali il libro si modula in una feconda trattazione, sono i saggi esplicativi rispettivamente di padre Antonio Maria Sicari che pone particolare accento alla mistica spiritualità teresiana con, fra l’altro, la perspicace intuizione dell’anima, simboleggiata dalla farfalla che rinasce a vita in Cristo dopo essere morta nella precedente condizione di bruco, e di padre Mario Silvestri che, fra altre sue considerazioni, attribuisce alla santa spagnola che “l’aspetto più affascinante della sua vicenda, tuttavia, resta in ogni caso legato alla possibilità di raccogliere la sua esperienza come la storia di un grande amore. Più precisamente, come la storia del percorso richiesto ad ogni uomo di conoscersi davvero e scoprirsi capace di relazioni autentiche, sino alla esperienza della relazione più grande: quella con il mistero infinito di Dio”.