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Il titolo è rovesciato rispetto a quello della nota opera di Marie-Henri Beyle, alias Stendhal (1783 – 1842). In una sorta di capovolto e di assonante bilanciamento di termini, uguali e ricorrenti, “il Rosso e il Nero”, diviene, per il libro di Tonino Zana, “Il nero e il rosso”, in un emblematico appello contrassegnante la proposta di lettura della pubblicazione, edita da “Ermione” di Gussago (Brescia), che in copertina fa pure sfoggio del sottotitolo di “Il romanzo bresciano che Sciascia non scrisse”.

Oltre alla vaga ed allusiva coincidenza stendhaliana, nelle centoventi pagine del libro si incontra lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia (1921–1989) che interagisce in una postuma azione d’attinenza di relazione con i fatti posti alla base della trama narrata da Tonino Zana, in merito ai personaggi di una vicenda storica realmente accaduta a Brescia, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a strascico della resa dei conti fra connazionali vincitori e vinti.

Nelle vicissitudini legate all’avvocato penalista Enzo Paroli, socialista militante ed antifascista, e all’intellettuale fascista, primo ideologo della razza, Telesio Interlandi, fondatore e direttore, tra l’altro, del quindicinale “La difesa della razza”, Tonino Zana documenta, tra l’altro, la sollecitudine di Leonardo Sciascia di informarsi, poco meno di mezzo secolo dopo, circa quanto accaduto tra i due personaggi, per poter redigere un libro ispirato al loro peculiare intercorso umano che la memoria ha nel frattempo instaurato in un’eco collettiva nella quale poter essere riconsiderato.

Il crinale del tempo ha nel libro “Il nero e il rosso” una triplice incidenza di battuta cronologica, dal momento che sviluppa piani sovrapposti di esplorazione che sono rispettivamente in successione fra l’originaria area di condensazione dei fatti riguardanti direttamente i protagonisti della trama raccontata, prefigurando le successive dimensioni di ricaduta, dopo decenni da quegli avvenimenti, attraverso gli intercalanti tratti delle manifestazioni di interesse dello scrittore siciliano e la rielaborazione dell’una e dell’altra consistenza contenutistica da parte dell’autore Tonino Zana che sembra cogliere l’eredità d’un altrui intento intellettuale, per rispettarne il mandato, rendendo onorevole smalto a chi non ha potuto tradurlo in realtà, perché giunto alla fine dei propri giorni, ancor prima di poterlo porre in atto.

Le pagine del libro sono quindi ambientate a Brescia sia al termine del Secondo Conflitto Mondiale che negli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’intervento di ricerca di Leonardo Sciascia si conforma alle espressioni di un’intrigante e prudente indagine sull’argomento, poi riferito dall’autore di “Il nero e il rosso” che, nel catturare la singolarità tanto dell’uno quanto dell’altro ambito, a sua volta modella il proprio apporto di bello stile nell’articolata interconnessione degli spazi, dei tempi e dei personaggi in questione, con l’esercizio calibrato ed avvincente di una esposizione saliente il metodo a cui la stessa si è resa a peculiare forma avvolgente.

Ad anticipazione della decade dei capitoli del libro, il giornalista Claudio Baroni introduce il lettore in una prima definizione dell’opera che “come un racconto definisce personaggi e situazioni. Come inchiesta ricerca dinamiche e moventi. E come un saggio allaccia riferimenti culturali originali, delinea paralleli e incroci. Forse sta proprio nell’impossibilità della facile schedatura il fascino di queste pagine”.

Nell’avere avuto intenzione di assimilare nella propria letteratura il racconto della vicenda intrecciatasi fra Enzo Paroli e Telesio Interlandi, rispettivamente funzionali, nel retaggio della cronistoria, a rappresentare l’allusione d’appartenenza politica del “rosso”, l’uno, e del “nero”, l’altro, in virtù della stessa, per Tonino Zana sembra profilarsi nella mente di Leonardo Sciascia la proiezione di una visione di prospettiva, recante una specifica sensibilità ricognitiva: “La profezia della vicenda stava forse nell’avere il coraggio di ridefinire l’antica scala dei valori ponendo in cima, l’uomo, nudo, intorno al quale, a lenti cerchi concentrici, mobilitare il circolo delle piccole bontà quotidiane, piano, piano, lentamente, giù giù fino al cerchio finale dell’orizzonte dove sarebbe potuto apparire lo Stato”

Dal 17 novembre 1945, fino al suo proscioglimento in istruttoria nel luglio 1946, è il periodo in cui Telesio Interlandi vive, nascosto con la sua famiglia, ospite a Brescia nella casa del provvidenziale avvocato Enzo Paroli, durante il tempo in cui, poteva, ad esempio, anche accadere quanto capitato al federale fascista di Agrigento e poi questore, Manlio Candrilli, che era stato fucilato proprio nel capoluogo bresciano alle 6,10 del primo settembre 1945, nella lunga e sofferta stagione di passaggio al timone di due epoche contrapposte.

Sullo sfondo di questa contrapposizione, a sfondo di quanto ancora negli anni resiste all’orizzonte, Tonino Zana include l’interesse culturale dello scrittore siciliano, attribuendogli un peculiare atteggiamento di capacità critica, spiegato al lettore anche con lo scrivere: “Leonardo Sciascia del resto sapeva bene che le intelligenze non si erano mai divise tra fasciste ed antifasciste, nell’imbroglio non c’era mai cascato, nemmeno nei momenti più astuti, tra il ’45 e l’80 – quasi quarant’anni, una mezza vita intera – durante i quali proclamare anche una probabile intellighenzia nel periodo fascista significava uscire dalle redazioni, ricevere “niet” dalle case editrici. Conosceva bene il trucco del rapporto tra cultura e politica, quella sorta di sudditanza psicologica impietosa, che lega il sapere al regime”.

L’intenzione, caldeggiata dal noto esponente della letteratura italiana, di occuparsi di quell’azione “di grande fraternità umana di cui l’avvocato Enzo Paroli è stato un eroe”, è quella espressa nel libro “Il nero e il rosso” da Tonino Zana, riferendo della lettera che lo stesso Sciascia aveva scritto il 12 novembre 1988 all’avv. Stefano Paroli, figlio dell’accennato penalista: “Credo che in questo nostro mondo di violenza e di fanatismo, quel che in anni lontani e meno violenti Suo padre ha avuto la forza di fare, noi abbiamo il dovere d non dimenticarlo e di indicarlo come esemplare”.

L’intreccio fra i due personaggi, divisi dalla fede politica, ma uniti in quella “spinta altruista” protesa al “pennone più alto di una drammatica spontaneità”, è materia che Tonino Zana definisce a sinonimo di un significato in cui traluce “la conoscenza della verità senza nessun pregiudizio, ricerca umile dei fatti con la sola complicità dell’analisi profonda dell’animo umano”.

La scommessa, riuscita e vinta al pegno della generosità e del rischio personale, autenticamente sperimentato nel vicendevole pericolo per una reazione di intraprendente solidarietà, è racchiusa nel capitolo di una complessa epoca storica, notevolmente interessante anche l’ambito locale, accogliendo il dato di fatto ad essa correlato che “l’ultimo libro di Sciascia avrebbe dovuto riguardare una straordinaria storia bresciana”, conformandosi a quei significati ripresi e sviluppati da Tonino Zana nella particolarità, fra l’altro, di un’esperienza di contatti con la città di Brescia maturata nell’ultimo periodo di vita da parte dello scrittore Leonardo Sciascia, mentre, come scrive ancora Claudio Baroni, nella sua presentazione, si interrogava, pensando a quella storia “dove rosso e nero si alleano proprio per sfuggire a chi vorrebbe che i calcoli del mondo fossero determinati da numeri primi e che i panorami si delineassero solo per colori fondamentali?”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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