Erano in tanti, del tipo che quelli che arrivavano in mattinata, erano raggiunti dagli ultimi la sera, fino a poter contare anche i sopraggiunti in seguito, nello strascico del tempo in divenire, per la restante parte a venire.

I lanzichenecchi che, a detta del loro comandante, dovevano andare ad impiccare il papa, erano passati per certi impervi sentieri percorsi dal Trentino, attraverso la Valvestino, nella Valsabbia, lungo un tortuoso itinerario fra le alture scoscese, originatosi da questo castello, nei pressi di Bolzano.

In quel 1526, “Castel Roncolo” di Bolzano, “Schloss Rukelstein” nell’originaria lingua del posto, era di proprietà di Georg von Frundsberg, (1473-1528), comandante delle agguerrite schiere dei soldati mercenari che avevano saccheggiato Roma nel 1527.

Nel mese di ottobre dell’anno prima, rispetto alla calata nell’Urbe, in questa zona altoatesina si erano radunati gli stessi lanzichenecchi, buona parte dei quali arruolati a Merano ed a Bolzano, per procedere, nel mese successivo, allo snodo iniziale dell’impresa, entrata nel vivo di un’azione organizzata nel modo in cui, da Trento, veniva ufficialmente intrapresa, per volontà di Carlo V d’Asburgo (1500-1558), imperatore del Sacro Romano Impero, intenzionato a contrastare la politica antimperiale di papa Clemente VII (1478 – 1534) legato al Regno di Francia.

Georg von Frundsberg

Georg Frundsberg non arriverà a Roma, fermato prima da un accidente che gli farà prendere la via del ritorno nella sua natia Baviera, morendo poi in quel di Mindelheim, ma le sue milizie vi imperverseranno per settimane e settimane, senza alcun freno intervenuto nella sede della cristianità, risultata, di fatto, dal 6 maggio 1527, in balia delle soldataglie occupanti, ispirate anche ad un risentimento religioso per la confessione luterana da esse in larga parte professata, mentre il papa, dopo essersi rifugiato al sicuro di Castel Sant Angelo, deciderà per la promessa del pagamento di un forte riscatto, stipulato per il ritiro degli occupanti che si sarebbe, però, effettivamente concretizzato solo a metà di febbraio del 1528.

Ancor oggi, “Castel Roncolo”, raggiungibile anche per il sentiero testualmente denominato “Imperatore Francesco Giuseppe”, reca la memoria di uno, tra i suoi forse più famosi, antichi proprietari, nella figura di questo condottiero, avventuratosi sulla via per Roma, tra le Alpi, attraversando la grande pianura, fino a finire in faccia agli Appennini, dopo aver sconfitto le truppe di Giovanni delle Bande Nere (1498 – 1526), comandante delle truppe pontificie, nella battaglia di Governolo del 25 novembre 1526.

A proposito di quest’ultima sua impresa, nel tema correlato alla spedizione verso Roma, è, fra gli altri, intervenuto in stampa anche un contributo di documentazione del sacerdote bresciano mons. Paolo Guerrini (1880 – 1960), pubblicato sul periodico “Brixia” del 18 aprile 1915, dove, insieme ad altre precisazioni, si afferma che Georg von Frundsberg “(…) riuscì ad entrare nel territorio bresciano per un sentiero a precipizio non guardato dai nemici, pel quale gli uomini dovevano arrampicarsi come camosci, sulla montagna, fra il lago d’Idro e il lago di Garda. Tale sentiero era stato indicato alle schiere selvagge dei lanzichenecchi dal conte di Lodrone, cognato del Frundsberg; così i lanzichenecchi giungevano felicemente il 19 novembre del 1527 nel territorio di Brescia e, di qui, poco molestati dai nemici, nella linea delle fortificazioni mantovane, cioè nel cosidetto Serraglio di Mantova. (…)”.

Alcune tappe della numerosa marmaglia hanno lasciato il segno in una serie di sopravviventi località sparse sul loro passaggio, come tra altre possibili fonti storiche, si può appurare consultando l’Enciclopedia Bresciana di Mons. Antonio Fappani, alla voce “Sabbio Chiese”: “(…) Momenti terribili Sabbio registrò nel 1526 in occasione del passaggio dei Lanzichenecchi diretti, al comando di Giorgio Frundsberg, verso Roma. In un documento del 1547, si legge “che essi allozorno in Sabbio, ed il Nodar del Comun quella notte medesima si morisse e le scritture ed instrumenti che lui aveva in casa sono malmesse brusati e parte buttati zozo nel Chiese sicchè non si può avere”. E la notizia viene confermata in una nota di spese dove si tratta del danno di lire quattordicimila “planette” avuto dal Comune “per causa del saccheggiamento datoli dalli tedeschi” e poi più chiaramente dove si trova che la chiesa di San Michele di Sabbio fu riconsacrata l’08 gennaio 1527 “per causa di aver in detta una notte alloggiato li todeschi, quando svaleggiarono il paese ed il Comune che fu il giorno 18 novembre 1526”. (…)”.

Analoga sorte pare sia stata patita anche dagli abitanti di Vobarno, come si evince dalla medesima fonte editoriale, consultabile per ciò che attiene tale importante comunità adagiata lungo il fiume Chiese: “(…) I lanzichenecchi diretti a Roma per impiccare il papa, guidati da Giorgio Frundsberg e dal conte di Lodrone “bruciarono e saccheggiarono buona parte della Terra di Vobarno et precipue le case della Chiesa e del Nodaro del Comune, di sorte che le scritture ch’erano pertinenti alla Chiesa andarono a male, insieme colle altre, parte bruciate, parte tratte nel fiume Chiese che passa giù per mezzo la terra”. Per quella devastazione di documenti la Pieve e il Comune perdettero molti diritti censuari o livellari di olio, di legna e di altre prestazioni perchè i debitori si valsero di quella distruzione dei documenti per liberarsi da tali antichissimi oneri. In più, a gravare sulle finanze locali giunse l’ordine di Venezia “di ritrovare denari” per contribuire a pagare la taglia (tassa ndt) di 10000 ducati “posta in Salò per causa delli tedeschi. (…)”.

Pare che, in questo centro valsabbino, “alcuni mercenari addirittura fecero il bagno nelle botti di vino”, come, nel contesto di un più diffuso articolo scrive Manuela Zontini, nell’edizione del dicembre 2017 del “Bollettino del Comune di Storo”.

Le conseguenze di questi danni e di tali disagi, inflitti alla Valle Sabbia, cosa potevano importare alla furia ed alla tracotanza di quanti, anche altrove, non avevano poi perso l’occasione di provvedere ad imprese di simile tenore? Come a Gavardo “(…) dove uccisero due persone e bruciarono due case. (…)” ed anche a Lonato, dove, tra le note pubblicate in riferimento a questa località, il medesimo compendio enciclopedico bresciano specifica che “(…) distruggono ed incendiano tutte le case che incontrano fuori le mura. (…)”.

L’avvicendarsi del territorio bresciano a quello mantovano, arrivando per Castiglione delle Stiviere, è descritto dall’accennato mons. Paolo Guerrini nel menzionato periodico locale di inizio Novecento con il riportare una parte dell’antica cronaca di Pandolfo Nassino, specificando, fra l’altro, che “(…) Guidi (guide ndt) che condussero ditti Todeschi de Gavardo a Castion foreno uno fostì (Faustino) Silva, uno detto mignochino di Mignocchi, et un Petro di Zerbotti ditto petro matto de Sopraponte quali a requisizione del conte Antonio stasevano per guide, quali doy erano di Gavardo. (…)”.

Anche a questo era valso l’aiuto dei nobili Lodron, i conti Ludovico ed Antonio Lodron, imparentati, con lo stesso Frundsberg, e, fin dalle loro terre trentine, attivatisi per appoggiare quella spedizione che, dalla piana di Bolzano, dove sussiste il castello un tempo tenuto dal capo dei lanzichenecchi, rimanda, su un solitario sperone roccioso, a memorie dileguatesi nel travaso del tempo, tra le ombre persistenti di uno dei luoghi di sviluppo dei fatti in questione.