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Travagliato (Brescia) – Sant’Antonio se ne va dall’Averolda. Questo santo popolare pare non ce la faccia più a stare nella pittura devozionale che è presente in questa antica struttura rurale.

Esce di scena con quanto di lui è rimasto rappresentato, insieme al perdersi progressivo dei colori con i quali l’intero manufatto artistico era stato originariamente realizzato. Forse è l’ultimo ad andarsene da questo grande cascinale, da tempo disabitato e di fatto abbandonato ad un destino di decadenza, in un degrado generalizzato.

La sua figura, con il caratteristico saio francescano, si perde nella consunzione stessa del muro dove, nella testimonianza di una sentita fede religiosa, aveva un posto privilegiato. Lungo un muro affacciato al cortile, scompare inesorabilmente a Travagliato la traccia di una religiosità impressa in quella raffigurazione messa per verticale che, tra cielo e terra, segue, in altezza, il profilo di un ambiente legato alle memorie di un lungo trascorso plurisecolare.

A margine di un passato che sembra del tutto dimenticato, la cascina ha pure dato il nome alla circostante zona artigianale, sulla strada per Brescia, nella periferia della località dove da sempre rappresenta un riferimento alla toponomastica locale, prossima alla frazione “Finiletti”, ed alla dislocazione del territorio, rivolto a Roncadelle ed a Castegnato, a cui ha corrisposto la prerogativa di un insediamento circostanziato.

Con l’annessa casa padronale, dalla quale si distingue nella discontinuità del diverso stile che a questa è particolare, il luogo è contraddistinto dalla notevole estensione del cascinale, con quell’enorme spazio che sopravvive nei segni superstiti di una ormai perduta dinamica sociale, raccolta nell’economia dei campi, attraverso l’intensa simbiosi fra varie attività, sviluppate in un’esclusiva dedicazione esistenziale.

Fra le stalle ed i fienili aperti sull’aia raccolta in un rustico perimetro quadrangolare, e spazi come, invece, il focolare degli ambienti domestici, lo sbocco naturale era, in aderenza alle stagioni, rappresentato dall’immergersi nella realtà agricola d’un tempo che, qui, aveva base d’ingaggio operativo per l’indotto di una cura laboriosa da tradurre sul piano delle sue più diversificate manifestazioni.

Lungo il varco che portava alla fatica quotidiana, l’immagine di Sant’Antonio si profilava nella compresenza di una condivisione visibilmente intercorrente con quella interazione umana che, uscita definitivamente da questo luogo, pare comporti, nell’oblio di un’assenza sovrana, la perdita progressiva di quest’opera pittorica sacralizzata, prima destinata ad uno sguardo di speranza, nella fede connaturata alla figura di uno fra i santi che la tradizione maggiormente assecondava.

Come, ora, minimamente si intravede dalla scritta posta alla base di ciò che rimane di tale manufatto, si tratta di Sant’Antonio di Padova che pare abbia avuto il posto di quel sant’Antonio Abate che solitamente ricorre negli ambienti agricoli, attraverso la devozione che gli è pertinente, nel significato, cioè, di una considerazione agiografica corrispondente.

Protettore degli animali domestici, allevati nel noto retaggio appartenente al concomitante lavoro dei contadini, Sant’Antonio Abate aveva qui, invece, lasciato il posto a Sant’Antonio di Padova che, a sua volta, nella codifica della sua figura invocata, pare sia, fra l’altro, inteso nel ruolo di una mistica mediazione al cielo in favore dei poveri e degli oppressi, oltre che considerato “patrono particolare e protettore della Custodia di Terra Santa”.

Solitamente raffigurato con in braccio il “Bambin Gesù” è, all’Averolda di Travagliato, invece rappresentato nell’atto di un’invocazione a braccia aperte verso la volta celeste, mentre sullo sfondo è ancora piuttosto nitida la resa altrettanto figurativa di una chiesa con un campanile, secondo una vaga ambientazione, rispetto alla sua effettiva ubicazione, apparentemente non riconoscibile.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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