A Brescia, l’appuntamento è sotto l’albero. La posizione, proiettata in verticale, pare che abbia ispirato quella vocazione a penetrare il cielo, mediante lo slancio in altezza di una invocazione perpendicolare.

Si trova nel piazzale della stazione centrale, nello spazio che polverizza, su uno stesso piano di battuta, i diuturni percorsi di viaggiatori inconsapevoli dell’incontro sperimentato, l’un l’altro, sui passi indirizzati verso un proprio rispettivo altrove.

Chi, invece, consapevolmente, pare abbia adottato questo tasso come un’improvvisata sede di preghiera, sembra che abbia compiuto una scelta compatibile con una praticata condivisione estensibile con quanti ne ravvisano il medesimo nesso, in una pubblica devozione indefettibile.

Si tratta di quel richiamo alla preghiera, recitata ai quattro venti, che ha quest’albero, come contestuale riferimento vivente, rispetto a ciò che vi collima, secondo una compresenza incombente.

Stando a quanto risulta, in un messaggio a colori, appositamente collocato con un foglio su una parte del tronco di questa protuberanza svettante dal porfido della pavimentazione circostante, tale iniziativa si traduce nei termini espliciti usati nello specificare che “In stazione la preghiera del Martedì, Giovedì e Sabato”, introducendo la lettura di chi vi passa accanto riguardo il resto della circostanziata proposta che vi è esplicitamente indicata: “Pochi minuti, per dire con tutto il cuore: Ti adoro mio Dio… Padre nostro… Invocazione della benedizione di Dio sulla città e i suoi abitanti. Con l’Ave Maria, affidiamo l’intera giornata alla Madonna”.

Più chiaro di così, bastando a sé stesso, questo messaggio di strada, custodito in una busta plastificata, campeggia lungo la caratteristica corteccia rugosa di quest’essenza sempreverde, in grado di porsi anche in quella forma cuneiforme tipica delle conifere, quasi fosse un pino, come, probabilmente tanti distratti di passaggio vanno scambiandolo.

Un nome, comunque, ce lo ha. Si chiama, in questo caso, “Albero teologico”, testualmente riportato nello stesso appello accennato dove è pure segnato l’orario in cui, sotto i suoi rami, l’appuntamento è fissato, pari alle menzionate ore sette e mezza di mattina, se, nell’intenzione di chi l’ha scritto, si allude al frazionamento sulle ventiquattrore della galassia oraria quotidiana, sempre più materia di andar ad essere centuplicata, come se non bastasse, ai giorni d’oggi, il poter accontentare la mole di opportunità alle quali la quotidianità odierna pare contrassegnata.

Un parimenti specificato nota-bene va a confermare il medesimo avviso, preso ormai in considerazione fino ad arrivare nell’ultima riga del suo telegrafico testo di persuasione, andando a rassicurare che “Ogni passante è bene accetto, condividendo con noi questo breve “TEMPO” di spiritualità”, mediante un’espressione, sviluppata nel libero reclutamento di una spontanea prerogativa, dove si scorge una pluralità già strutturata, con il “noi”, ed un’ulteriore molteplicità, colta potenzialmente dalla semina a spaglio mossa da una disarmante gratuità, senza numero chiuso, come appare rivolta alla speranzosa prospettiva sul tema di una qualche sensibilità intercettata.

Questo insieme, già di per sé, bastevole ad un proprio dato senso compiuto, è ancor più rafforzato dalla vicina apposizione, lungo il medesimo ruvido rivestimento dell’albero, di una riflessione sottoscritta da don Tonino Bello (1935 – 1993), certamente azzeccata, a tutta evidenza, per la corrispondenza, sia con l’apertura, rivolta all’indirizzo del contesto circostante, che con il contenuto, ancor prima, impresso ad individuazione di questa pianta, per farne il recapito di una effettiva testimonianza di devozione aggregante.

Dalle parole di questo sacerdote pare giungere la didascalia, individuata a versificazione narrante di un albero, fra gli altri, scelto per questa vocazione trascendente, accogliendo la religiosità vissuta nello specifico di un frequentato contesto, pervaso da una pedissequa dinamica itinerante, che qui, pare abbia il riparo per conseguire una anima di umanizzazione caratterizzante, anche se intesa pure a riscatto del fluido transitare di una apparentemente indistinta massa pendolare.

Cosa dice quest’albero a chi lo incontra, per il tramite delle parole usate da questo prete, terziario francescano, e, fra l’altro, guida del movimento “Pax Christi”, è nella profonda considerazione che “Anche tu per/ Evangelizzare il mondo,/ Non ti si chiede/ nulla di straordinario,/ solo di essere appassionato/ di Gesù, della Chiesa/ e dell’uomo,/ di avere il cuore grande/ quanto il mondo,/ di lasciarti scavare l’anima/ dalle lacrime dei poveri/ di impegnarti a vivere/ la vita come un dono,/ e di deciderti a camminare/ sulle strade del Vangelo,/ missionario di giustizia/ e di pace”.

Questo è quel che si proclama in faccia alla stazione ferroviaria di Brescia, a sua volta, pure attiguo crocevia del punto d’approdo e di partenza della generalità estesa degli altri vicini mezzi pubblici, urbani ed extraurbani, per l’appunto, rivolta ad una cifra metaforicamente assimilabile alle tante strade del mondo su cui proietta la sua ombra mistica quest’albero svettante, avvolto dalla sua stessa aura silente e santificante.