La natura di un’amicizia che, nella misura di un pachiderma, pare sottoposta ad un’implacabile usura.

Un solo lustro è bastato perché l’elefante, come risulta presente in un’imponente scultura, nei pressi dell’idroscalo di Milano, rivelasse l’effetto deleterio del diuturno sottoporsi agli agenti atmosferici impattanti sulla sua epidermide, a discapito pure del significato, implicito nella sua stessa mastodontica rappresentazione, significata nella celebrata amicizia italo-thailandese, nel modo in cui la stessa intesa è stata congiuntamente testimoniata da questo manufatto che ne accoglie la vicendevole premura dell’ideale comporsi in una medesima struttura.

Vetroresina e vernice acrilica hanno, in una certa quota parte, ceduto all’inesorabile riversarsi dell’andare del tempo sulla notevole scultura che vanno, insieme, a strutturare, nella esponenziale altezza di una mole spettacolare, per via del fatto che tale opera risulta diffusamente ferita dai colpi inferti dello starsene sempre esposta ai quattro venti.

Qui, attorno, ci giocano, in tutta comodità, i bambini del parco giochi e didattico attrezzato, ad essi dedicato, dove il mondo degli adulti ha, comunque, posizionato questo grande elefante, nel ricordo dei valori impressi nell’efficacia interculturale di relazioni pertinenti, forse pensando a quanto potesse, in ogni caso, risultare attrattiva, per tutti, l’appariscente manifestazione elefantiaca, certamente non indifferente, nemmeno a chi dell’infanzia conserva spontanei occhi innocenti.

Questa monumentale scultura ha di tale aurea età iniziatica, avviata entro le vie del mondo, l’entusiastico trasporto verso quanto un esordio esistenziale accoglie, mediante un coinvolgimento tutto proprio, i primi rudimenti di una lettura della realtà, come la stessa appare a palcoscenico di ciò che le sta intorno.

La plurale regia di questa opera ha inteso, infatti, cogliere del reale, gli aspetti utili ad un effettivo ed armonioso dialogo interculturale, rappresentando rispettivamente, a carico di due contesti storicamente e territorialmente lontani, il piano di appoggio di un medesimo ed unitario profilo di espressione, in groppa ad un esotico elefante, emblematicamente esponente delle prerogative, in questo caso, che sono care al retaggio delle caratteristiche dell’oriente.

L’arte, edotta ed intelligente, ha fatto il resto. La creatività di una sapiente elaborazione artistica ha dato estro ad una significativa sintesi d’incontro fra l’Italia e la Thailandia, a due passi da Milano, come ingiunge, nei suoi spazi, il noto idroscalo, sempre attraversato in cielo dai percorsi dei mezzi del vicino aeroporto di Linate, e conteso in terra, nella città metropolitana di Milano, fra i comuni di Peschiera Borromeo e di Segrate.

Prevale comprensibilmente un accento orientaleggiante, proprio di quel paese del Sole Levante, che pesa nel bilancio complessivo di questa plastica rappresentazione artistica, a motivo del soggetto stesso prescelto, per altro, pure incoronato da una apposita “pigna” onorifica dorata, come si usa in quella percepita cultura capillarmente osservata, perché, della Thailandia, questo elefante potesse attestare una esplicita narrazione figurata.

Pare che nulla, in tal senso, sia stato trascurato. Nei due grandi padiglioni auricolari del pachiderma si staglia l’evocazione grafica, in uno, del Belpaese, mentre, nell’altro, dell’esteso territorio thailandese, come la geografia vuole che tali confini emergano nelle rispettive codifiche delle mappe dove essi risultano compresi.

Nella profusione di colori e tra le stilistiche minuzie figurative, stese ad abbellimento allusivo dell’opera monumentale, si diparte un suggestivo racconto che, all’Italia, su un lato panciuto del corpo dell’elefante, dedica un insieme di particolari, come, ad esempio, la raffigurazione del Duomo di Milano, ma anche del Colosseo e del Ponte di Rialto di Venezia, come pure di una sequenza di famose opere d’arte, fra tutte, nominabili in quella parimenti qui evidenziata della pietà michelangiolesca, mentre, nella restante parte, avvolgente il retro e l’altro lato tondeggiante di quest’opera gigante, scenari e particolari, invece, propri della Thailandia, hanno le prospettive spettacolari per un’immersione suggestiva nella cultura che li celebra quali assidui ed innegabili aspetti identitari.

La coda del pachiderma è un grande pesce, come tale propaggine appare in tal guisa pitturata, mentre, fra draghi, elefanti ed altre figure, per lo più femminili, ed, in una certa quantità, zoomorfe, come, fra l’altro, tipicamente agghindate, il fiore di loto pare elemento danzante entro la dinamica di una raffigurazione festante, fra natanti ed onde del mare, in rapsodiche estemporaneità grafiche efficacemente raffigurate.

Anche la proboscide non è lasciata al caso. Tale sporgenza è pure valorizzata da una scritta, riprodotta sia nei caratteri latini che in quelli originari ed in uso in Thailandia, per esprimere un concetto antico, ma tuttora, incombente, nella misteriosa soluzione dell’ineffabile dimensione del tempo che si rinnova attorno ad un rinnovamento sempre incipiente, trovandosi, nella condizione umana, il punto ed a capo del riconoscere, innanzi al viandante di turno, avviatosi sulla scena di questo mondo, che “Ars longa vita brevis”, come risulta impresso su questo elefante inerte, secondo un’espressione sapienziale, la cui formula complessiva reca pure “occasio praeceps, experimentum pericolosum, iudicium difficile”, che vuol dire “la vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione fuggevole, l’esperimento pericoloso, il giudizio difficile”, secondo un’ermetica riflessione, per dirla con Ippocrate, applicata ad una esoterica visione della realtà in divenire.

Tutto ciò, mentre quest’opera pare, a tutti gli effetti, sfaldarsi progressivamente, nella crosta che materialmente ne costituisce all’esterno l’elemento parlante saliente, sostenuto dalla contestuale presenza, nell’immediata vicinanza del manufatto stesso, di un pannello che serba la didascalia dell’opera, secondo un messaggio affidato alla lettura di un esplicito messaggio commemorativo contingente: “Thai-Italy, Elephant, 2015: La scultura nasce per celebrare l’anniversario dei 150 anni delle relazioni bilaterali fra l’Italia e la Thailandia. L’opera rientra nel progetto “999 Elephants Art Exibition” che ha lo scopo di focalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica a livello mondiale, attraverso la scelta dell’elefante quale simbolo di una specie di animale in via di estinzione, sui problemi relativi alla conservazione, allo sviluppo sostenibile, alla salvaguardia dell’ambiente e delle specie animali”.

Come se non bastasse, l’interessante traccia di presentazione seguita sul posto a precisare che l’opera sia stata eseguita, come dono da parte del “popolo thailandese” agli “amici italiani”, nel 2015, durante il regno di Re Rama IX il Grande”, per mezzo di un gruppo di autori, dei quali, non di meno, se ne menziona il nome: “Chalermchai Kositipipat, Somluk Pantiboon, Sriwan Janehuttakartnkit, Songdej Thipthong, Aphirak Punmoonsilp, Sa-Ngiam Yarangsee, Teerayut Suebtim, Angkrit Ajchariyasophon e Thanongsak Pakwan”.

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