E’ risaputo che la storia non la si faccia con i “se” e con i “ma”, tuttavia è interessante appurare quanto l’operato riformatore di Domenico De’ Domenichi (1416 – 1478) abbia forse potuto scongiurare la lacerazione nella Chiesa a causa della riforma protestante.

A questo prelato, nato a Venezia nel 1416 da una famiglia di origine bresciana, la riforma, molto prima che ci pensassem a modo suom Martin Lutero, era già famigliare come alto concetto morale e quale orientamento pastorale, particolarmente vissuto all’interno della Chiesa, perché dimostrato tanto attraverso la sua collaborazione con cinque papi, quanto per il tramite della sua peculiare conduzione della diocesi di Brescia, al vertice della quale è stato dal 1464 fino alla morte nel 1478.

Quattordici anni in quel Quattrocento lontano funestato, tra l’altro, dal timore pressante di un’invasione turca incalzante nell’Europa cristiana, dopo l’ormai avvenuta caduta di Costantinopoli, durante i quali Domenico De’ Domenichi aveva continuato in modo costante, sebbene divenuto più saltuario, una proficua collaborazione a servizio dei pontefici che si erano susseguiti a Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, con cui aveva avuto un più stretto ed intenso rapporto d’intesa sulla base delle comuni e sposate idee riformatrici, sostenute concordemente per un rinnovamento suggerito da una visione anche moralizzatrice dei costumi nella Chiesa.

Morto papa Pio II, nel 1464 ad Ancona, mentre, nel suo ruolo da pontefice, cercava di avviare un’offensiva per arginare l’avanzata dei Turchi, Domenico De’ Domenichi vedeva il proprio lavoro arenarsi, dinnanzi a quelle vicissitudini che, nell’altrui alternanza al soglio di Pietro, lo avevano poi visto ricevere la nomina a vescovo di Brescia, con il conseguente dirottamento quindi ad un altro incarico da espletare lontano dal centro della cristianità.

Intorno alla figura di questo papa che, in sei anni di pontificato, aveva cercato di prendere a prioritario cuore pastorale la riforma della Chiesa, contestualmente e compatibilmente con le possibilità e con gli equilibri fra le contingenze di una gestione generale contraddistinta anche da altre necessità, si era peculiarmente affinato il maggior prestigio personale di Domenico De’ Domenichi, anche a significativo bilancio dei lunghi anni di attività da lui svolta prima.

A questi anni è dedicato il libro “Domenico De’ Domenichi (1416 – 1478) Vescovo Riformatore scritto da Mons. Cesare Di Pietro, rettore del seminario “San Pio X” di Messina, pubblicato per le “Edizioni Liturgiche” di Roma, in un tomo importante che l’autore stesso spiega vada a riguardare un personaggio vissuto fra l’epoca d’influenza culturale tomistico-scolastica con quella seguente dell’umanesimo, esorbitando dal semplice ambito bresciano che, il medesimo presule, ha contribuito a deprovincializzare nell’accostargli quello stimolo riformatore d’ampio respiro che la storia avrebbe visto concretizzarsi con il Concilio di Trento.

Un’opera corposa dedicata ad un vescovo poco conosciuto nella sua stessa diocesi di Brescia che, se nel bresciano trova famigliare contestualizzazione, nel libro riscontra un’ampia trattazione per il lungo spettro della sua esistenza, vissuta prima dell’incarico episcopale assegnatogli nella sede di quella città che lo ha ricordato, in occasione di una pregressa manifestazione di presentazione di tale iniziativa editoriale, nel porre pubblica e qualificata condivisione del lavoro documentaristico a lui dedicato, dandogli visibilità negli spazi della Fondazione Civiltà Bresciana di vicolo San Giuseppe.

Al giornalista di “Avvenire” Lorenzo Rosoli, era stato, in quell’occasione, affidato il ruolo di moderatore dell’appuntamento con la specifica novità editoriale; i saluti introduttivi ammiccanti al tema trattato si erano espressi da parte di mons Antonio Fappani, durante per lungo periodo in cui era presidente della Fondazione Civiltà Bresciana, di don Gianni Donni, presidente dell’Associazione per la Storia della Chiesa Bresciana, come anche dell’avv. Andrea Arcai, allora assessore alla Cultura del Comune di Brescia, del dr. Aristide Peli, all’epoca, assessore provinciale all’istruzione, e di mons. Serafino Corti, in quel tempo, delegato del vescovo Monari; invece ai docenti, prof. Gabriele Archetti e mons. Luigi Mezzadri, rispettivamente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e della Pontificia Università Gregoriana di Roma, era spettato il compito degli interventi storici per un interessante ed istruttivo ritratto del protagonista del libro, mentre da S.E. cardinale, mons.

Giovanni Battista Re, foto di Bruno Severini
Giovanni Battista Re, foto di Bruno Severini

Giovanni Battista Re, già Prefetto della Congregazione per i Vescovi, erano giunte le parole fondanti a baricentro significativo dell’intero incontro, chiuso poi dalle spontanee e riconoscenti espressioni usate dall’autore, mons. Cesare Di Pietro, già apprezzato collaboratore di S.E. cardinale mons. Re, in Vaticano. Cardinale bresciano, originario di quella preziosa Vallecamonica elogiata insieme a lui, da papa Giovanni Paolo II nel corso della sua mirata e circoscritta visita camuna in un’estate degli anni novanta, mons. Re aveva dimostrato, in relazione a questo volume, una sentita percezione e predilezione verso il vescovo Domenico De’ Domenichi, nel renderlo interessante sia come uomo di Chiesa che come pastore del gregge diocesano bresciano, immerso nei meandri di un’epoca che, per quanto riguarda il contesto locale, sfugge un poco ad una generale ed organica ricostruzione delle sue gesta, attraverso quella che sarebbe un’auspicabile ricerca approfondita ad ulteriore salto di qualità d’informazioni sul suo profilo, in una varietà di caratteristiche pure raccolte in altri pregressi lavori, come nella parte dedicata al presule nell’enciclopedia bresciana di mons. Antonio Fappani.

Un’influenza storica, quella di Domenico De’ Dominichi, di notevole statura “intellettuale, morale e spirituale”, come l’aveva definito mons. Re, che per preparazione e carisma va al di là degli uomini di cultura, teologi e letterati, e dei canonisti a riferimento delle cronache del tempo.

Ricercarne le orme anche per quanto riguarda il periodo del suo episcopato era stato un obiettivo condiviso da tutti i relatori intervenuti alla presentazione del libro che, non a caso, si era collocato nella generale iniziativa del “progetto di studi sulla storia dei vescovi di Brescia”, promosso dall’associazione per la Storia della Chiesa bresciana. Un generale proponimento che aveva consentito, al tempo stesso, l’esortazione da parte di mons. Serafino Corti di promuovere nel concreto anche uno studio su mons. Luigi Mortastabilini, presule dal 1979 al 1983, grazie al quale la diocesi di Brescia aveva affrontato ed attuato serenamente i cambiamenti innovatori e le trasformazioni post conciliari delineate dal Vaticano II.

Sepolcro di Dominichi presso il Duomo Vecchio di Brescia
Sepolcro di Dominichi presso il Duomo Vecchio di Brescia

Domenico De’ Domenichi, novantesimo vescovo bresciano, forse non è oggi “profeta in patria” come probabilmente non lo era stato in vita, quando, durante il suo episcopato, era stato pure dato per morto due volte: una, ancora prima del suo arrivo, l’altra durante una sua impegnata trasferta a servizio della Santa Sede.

Altri tempi, con distanze molto più “allungate” e perigliose di quelle attuali, senza i simultanei mezzi odierni di contatto e di comunicazione, tali, oggi, da non consentire di speculare più di tanto sul vuoto e sulle incertezze di un’attesa, che, anche per questo aspetto, segno pure di una laboriosa dedizione, risaltano, nel presule in questione, i tratti di una sollecita e positiva distinzione in linea con una cura operosa e solerte nella “Vigna del Signore”.

A Brescia, oltre all’avvio dei lavori di costruzione della chiesa di Santa Giulia nel 1466, di san Gottardo sui Ronchi nel 1469, alla consacrazione della Chiesa di Sant’Alessandro nel 1466, di sant’Eufemia della Fonte nel 1475 e di quella del Carmine nel 1471, alla ricostruzione della chiesa di Sant’Agata nel 1472 ed all’avvio dell’edificazione del palazzo vescovile, i segni di un’impronta non sono mancati, soprattutto per quello che aveva riguardato il ripristino delle visite pastorali, da incominciarsi nel Capitolo della Cattedrale cittadina, e l’indizione di un sinodo diocesano, il 15 aprile del 1467, con la redazione di un documento per una ricomposizione del clima morale e religioso del clero d’allora.

Il libro “Domenico De’ Domenichi (1416 – 1478) Vescovo Riformatore” è stato idealmente affidato dal solerte e qualificato giovane autore nelle mani non solo degli appassionati e dei cultori di storia locale, ma anche degli autorevoli esponenti della società bresciana che, fra altri, durante tale accennata manifestazione pubblica di anni fa, erano rappresentati, nel corso dell’incontro di presentazione del corposo testo, dall’allora religioso comboniano, nativo di Brescia, mons. Cesare Mazzolari, vescovo nelle terre africane del travagliato Sudan, e dal dr. Giuseppe Camadini, pure, a suo tempo, referente di importanti ruoli istituzionali in varie aziende ed istituti di credito, come pure della carica di presidente del Centro Internazionale Studi e documentazione Paolo VI.